Your Face

Your Face

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In Your Face il cinema di Tsai Ming-liang continua a eliminare dall’inquadratura tutto ciò che appare superfluo; restano i visi, i primi piani delle donne e degli uomini che il regista taiwanese ha incontrato quasi per caso, per strada. Fino all’apparizione del volto di Lee Kang-sheng, il suo attore feticcio. Fuori Concorso a Venezia 2018.

Eyes Wide Shut

Mentre camminavo per le strade di Taipei in cerca di volti per il mio film, alcuni versi hanno cominciato a risuonare nella mia mente. Li ho trascritti:
C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla del trascorrere del tempo e di luoghi che hai attraversato.
Nei tuoi occhi, un velo di confusione e di tristezza.
C’è una luce, c’è una storia.
Il tuo volto mi parla dell’amore e dei luoghi in cui si nasconde.
Nei tuoi occhi, un riflesso di luce, e il buio.

Questo è il significato del film. [sinossi]

Il primo piano su cui si apre Your Face (Ni de lian è il titolo originale) resiste a lungo allo sguardo della videocamera di Tsai Ming-liang; la donna cerca di sfuggire all’occhio digitale alzando gli occhi, socchiudendoli, muovendoli in ogni direzione. Senza guardare in macchina, quasi che questo gesto stesse lì a sconfessare un artista. Un gioco di resistenza, di sopportazione del silenzio l’uno dell’altro, che finisce in una risata un po’ abbozzzata e molto imbarazzata. Allora, solo allora, Tsai si sente in dovere di inizare un dialogo con la persona che ha di fronte, e della quale riprende solo ed esclusivamente il viso. È un film di visi, dunque, Your Face, così lontano e così vicino a Les hautes solitudes di Philippe Garrel; un film di visi, e quasi per l’intera durata di visi sconosciuti. Il regista taiwanese afferma di aver scovato i suoi “protagonisti” in giro per le strade della capitale, senza premeditazione, senza che alcunché fosse deciso, stabilito, regolarizzato. Eppure questi fugaci incontri con persone che in nessun modo hanno relazione con il regista diventano fin da subito l’ennesimo tassello fondamentale per comporre il disegno di cinema/vita di Tsai: è in fin dei conti così dissimile Your Face da The Deserted, il film in realtà virtuale che Tsai portò l’anno scorso in laguna? Non si parla forse in entrambi in casi di abbandono, di solitudine, di ricerca di un proprio spazio e della finalità della propria esistenza?
Le donne e gli uomini che si avvicendano davanti alla camera cercano di riannodare i fili della propria memoria, cercando di capire – o di convincersi – di aver avuto successo, di aver saputo superare le difficoltà, di aver finalmente trovato un luogo loro, in cui vivere in pienezza. Anche loro, come il protagonista di The Deserted (ma il discorso vale ovviamente per l’intera filmografia dell’autore di Vive l’amour, I don’t Want to Sleep Alone e Stray Dogs) anche loro devono confrontarsi con i fantasmi che hanno infestato la loro vita. E con gli amori, e con gli affetti magari abbandonati, magari visti poco e poi persi per sempre.

Per narrare questo, come afferma con decisione il titolo stesso, Tsai sceglie di non fare altra scelta di campo del primo piano. È negli occhi di chi parla e si mette a nudo che bisogna essere in grado di cogliere il controcampo; e ogni tanto pare di intravvedere la figura di Tsai nella pupilla di un intervistato. Ma è un’apparizione fugace, una volta di più un fantasma. Non esiste altro campo del primo piano, non si può evadere da se stessi, non è concesso neanche l’ausilio del montaggio: tutto si svolge in piano sequenza, in modo da immortalare anche gli sbadigli, gli esercizi per tenere giovane la mandibola, i colpi di sonno improvvisi. C’è solo un piano che si può prendere in considerazione, l’unico piano che permette un’effettiva equidistanza tra chi parla e gli spettatori che ascoltano i ricordi più disparati. Una volta di più Tsai articola un discorso sempre dialettico sul linguaggio cinematografico, sulla sua necessità teorica e perciò pratica, sull’utilizzo del mezzo come possibilità di fondere lo spleen poetico a un umanesimo forte, empatico, dirompente. La tecnica non è mai un orpello, e l’arte non può mai, in nessun caso, pensare di sconfiggere il proprio lato umano.
Attraverso gli aneddoti di questi sconosciuti Your Face fotografa una Taiwan che non esiste più, dove i matrimoni erano combinati, dove quando si era fidanzati ci si limitava a qualche candido bacio e nulla più. Tsai riannoda i fili con la propria terra, altro tema centrale del suo cinema e del suo immaginario. Come afferma lui stesso in due diversi passaggi della sinossi che ha scritto di suo pugno per accompagnare il film “Il tuo volto mi parla del trascorrere del tempo e di luoghi che hai attraversato” e “Il tuo volto mi parla dell’amore e dei luoghi in cui si nasconde”. C’è ovviamente un unico volto nel cinema di Tsai che può rappresentare sia lo scorrere del tempo che i luoghi in cui si nasconde l’amore, ed è quello di Lee Kang-sheng: è suo l’ultimo volto del film, perso in un racconto di quando andava a scuola e, svegliato dal padre alle cinque del mattino per studiare inglese, preferiva tornare a coricarsi sotto le coperte. “Se avessi dato retta a mio padre ora il mio inglese sarebbe perfetto”, è la semplice deduzione di Lee. In quel controcampo negato c’è però già lo sguardo di rilancio di Tsai, il suo essere in scena ectoplasmatico che è in realtà il vero grande fantasma che aleggia sull’intero film.

C’è un altro fantasma, però, ed è quello di chi dovrebbe raccogliere davvero tutte queste suggestioni, queste confessioni sommesse e delicate, questi ricordi dolorosi o buffi o dolci. Il fantasma del pubblico, già palesato da Tsai quindici anni fa nel fondamentale Goodbye, Dragon Inn, che proprio alla Mostra di Venezia passò senza che la maggior parte degli accreditati e degli addetti ai lavori ne riconoscesse il valore (quell’anno, il 2003, lo stesso destino arrise anche al Bruno Dumont di Twentynine Palms). Tsai lo palesa nell’unico momento, il finale, in cui si allontana dai visi: l’inquadratura è quella di un grande atrio di un palazzo completamente vuoto, senza alcuna traccia dell’umanità che lo ha attraversato e vissuto. Dove vanno a finire le memorie dell’uomo? Si perdono nell’immensità di uno spazio chiuso? O possono sopravvivere grazie al mezzo digitale, unico rimasto a prendere il testimone e a conservare la memoria dell’uomo. È la macchina, l’occhio della videocamera, l’unico controcampo reale, e per questo è impossibile. Resta solo il primo piano. Ultimo campo della dialettica.

Info
La scheda di Your Face sul sito della Biennale.

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