ROMA

Parzialmente autobiografico, girato in uno splendido bianco e nero con un’impeccabile orchestrazione dei movimenti di macchina, ROMA di Alfonso Cuarón fa un uso espressivo e sapiente di ogni suo elemento, accompagnando lo spettatore, nel corso della sua durata, alla scoperta dei personaggi e dei sentimenti che li legano.

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Un ritratto intimo, straziante e pieno di vita dei modi, piccoli e grandi, con cui una famiglia di Città del Messico negli anni ’70 cerca di mantenere il proprio equilibrio in un periodo di conflitto personale, sociale e politico… [sinossi]

È difficile dire quanto tempo occorra a un uomo per avere una visione lucida sul proprio passato, che renda conto degli aspetti di continuità così come di quelli di rottura con un “sé” necessariamente mutevole eppure innegabilmente sempre lo “stesso”. “Ah, but I was so much older then. I’m younger than that now” cantava Bob Dylan indagando su questa scissione che in fondo chiunque affronta quando si ritrova a fare dei propri ricordi una qualche forma di narrazione. Si è di certo posto questa questione il regista messicano Alfonso Cuarón prima di realizzare ROMA un’immersione nel proprio vissuto, nella storia della sua famiglia e del suo paese. Non è certo un caso infatti che l’autore faccia dire a uno dei bambini protagonisti, probabilmente il suo alter-ego, quasi in un momento di sospensione tra la realtà e il gioco di bimbi, tra il qui e l’altrove, una frase che riecheggia proprio le suggestioni del celebre ritornello dylaniano: “quando ero grande”.
È proprio il tempo il principale protagonista di ROMA, un tempo personale e collettivo, biografico e storico, reso nel suo trascorrere non solo dalla lunghezza complessiva del film (135 minuti non sono poi molti), ma anche dalla durata di ogni sua inquadratura, frutto di una ricerca spazio-temporale, di un’indagine accurata e sensibile, da effettuare in continuità, senza troppe interruzioni.

Presentato in concorso a Venezia 75 (dove Cuarón aveva già portato Y tu mamá también – Anche tua madre nel 2001, I figli degli uomini nel 2006 e Gravity nel 2013) ROMA è un frammento di vita di Cleo (Yalitza Aparicio), domestica presso una famiglia altoborghese di Città del Messico nei turbolenti anni ‘70. Cuarón si concentra principalmente sulle sue azioni quotidiane, sul suo prendersi cura della famiglia per cui lavora, la segue prevalentemente con lunghi carrelli laterali, facendo di questo elemento linguistico la forma visivo-narrativa che innerva l’intero film, perfetta per un’osservazione che sollecita l’identificazione graduale con il personaggio e il suo sentire, dapprima discreto, poi sempre più palese, dirompente.

Girato in uno splendido bianco e nero e con un’impeccabile orchestrazione dei movimenti di macchina, ROMA fa un uso espressivo e sapiente di ogni suo elemento, sia esso stilistico, visivo o narrativo, per andare a comporre un affresco composito sempre ben calibrato, persino quando il regista riesce a inserire una brillante auto citazione (di Gravity, nel dettaglio, ma non sveleremo altro per non rovinare la visione del film) amalgamandola senza soluzione di continuità con il racconto. Restano poi impressi nella mente i numerosi ingressi in auto nel vialetto d’accesso della casa, strutturati in un crescendo che allude dapprima alla disgregazione familiare, poi a un nuovo equilibrio. Il vanesio pater familias abbandona infatti moglie e quattro figli per seguire un’altra donna, lasciando che in casa si instauri una sorta di matriarcato che comprende madre, nonna e le due domestiche. In particolare poi è sul sobrio e solidale rapporto tra padrona e domestica, entrambe abbandonate dai rispettivi uomini, che Cuarón, nella seconda parte del film, si concentra, attraverso brevi e schietti momenti scevri di enfasi sentimentale. Quelle numerose deiezioni canine poi, sempre presenti nel suddetto vialetto, rappresentano un’eventualità di fatto ingovernabile, anche per la più solerte delle lavoratrici domestiche, che ben rispecchia quegli eventi storici turbolenti che premono a pochi metri di distanza, lì nella strada.

In questa sorta di Heimat messicano, che sorprende per la sua capacità di raccontare insieme il personale e il collettivo, Cuarón non manca infatti di inserire riferimenti agli eventi dell’epoca, che comprendono calamità naturali come un terremoto, un incendio, ed avvenimenti storico-politici, con il governo che espropria le terre ai contadini e le proteste degli studenti sedate nel sangue. In particolare quest’ultimo argomento viene sviluppato all’interno di una sequenza che appare tra le meglio orchestrate del film, dal momento che riesce ad associare il parto di Cleo, l’incontro con il ragazzo che l’ha ingravidata e la repressione di un movimento studentesco morto sul nascere.

Non è un’epopea familiare ROMA (che deve il suo titolo all’omonimo quartiere di Città del Messico in cui è ambientato), ma un mosaico ragionato di corpi, volti, avvenimenti, privo di rimpianto, visto con il senno di oggi e lo sguardo di ieri.

Info
Il trailer di Roma.
La pagina dedicata a Roma sul sito della Biennale.
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