The Great Buster: A Celebration

The Great Buster: A Celebration

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Diretto e raccontato in voice over da Peter Bogdanovich, The Great Buster: A Celebration – presentato in Venezia Classici – è un omaggio troppo impersonale al grande talento comico/teorico di Buster Keaton.

Che fine hai fatto Keaton?

The Great Buster celebra la vita e la carriera di uno dei cineasti più prolifici e influenti di Hollywood, Buster Keaton. [sinossi]

Ringrazieremo sempre – vita natural durante – Peter Bogdanovich per essere alfine riuscito a portare ai nostri famelici sguardi la versione di The Other Side of the Wind di Orson Welles, presentata a Venezia 75. Ma allo stesso tempo non possiamo essere troppo accomodanti con il film che l’autore de L’ultimo spettacolo ha presentato – sempre a Venezia 75 – come regista, vale a dire The Great Buster: A Celebration, selezionato in Venezia Classici. Il film, come è esplicitato dal titolo, è una celebrazione del talento comico di Buster Keaton, condotta però in maniera troppo compassata e, viene da dire, anche impersonale. Bogdanovich ci mette la sua voce come narratore nel raccontare vita e carriera di Keaton, ma non offre nessuna particolare chiave di lettura: l’infanzia dell’autore di The Navigator viene d’altronde esposta senza aggiungere niente rispetto all’autobiografia Memorie a rotto di collo, mentre i contributi di persone che l’hanno conosciuto o di grandi registi contemporanei che lo apprezzano (come Tarantino o Werner Herzog) non offrono spunti di sorta. Certo, gli spezzoni dei film fanno ridere, ma sono tutti già noti, a parte qualche piccola, microscopica, eccezione (un filmato televisivo in cui si vede Keaton anziano in compagnia della moglie, alcuni spot davvero spassosi).

The Great Buster: A Celebration appare dunque come un documentario tautologico in cui i personaggi intervistati ripetono che Keaton era grande e in cui l’assunto viene confermato dalle sequenze che Bogdanovich ci mostra. Un bignamino, dunque, su Keaton che può essere utile per chi non lo conosce per niente, ma che certo dice ben poco a chi lo conosce anche solo un po’. E, anzi, in tal senso, si può sollevare anche qualche ulteriore perplessità: Bogdanovich ci parla molto – e lungamente – dello straordinario uso del corpo keatoniano e del suo ottimo senso del ritmo, ma ci dice ben poco del genio di Keaton da regista e, addirittura, non ci dice nulla a proposito degli straordinari spunti teorici che il suo cinema offre, a partire ovviamente da Sherlock Jr. Non è un caso, d’altronde, che Bogdanovich non faccia alcun cenno alla passione che i surrealisti ebbero per Keaton e che, allo stesso tempo, tratti con estrema superficialità (definendola una prova controversa) il capolavoro della vecchiaia di Keaton, vale a dire Film di Samuel Beckett. Questa omissione verso l’autorialità europea la si può spiegare con il fatto che sembra evidente che The Great Buster: A Celebration sia rivolto a un pubblico esclusivamente americano di media-bassa cultura. Ma ce la possiamo spiegare anche ricordando una vecchia presa in giro di Welles nei confronti di Bogdanovich: quest’ultimo non capiva perché La ricotta di Pasolini fosse grande e non aveva apprezzato una spettacolo di Eduardo e allora Welles gli disse qualcosa come: «Peter, non c’è niente da fare. Tu, se vedi qualcosa che esce al di fuori dei confini del Mississippi o dell’Arizona, non capisci niente». Era un’affettuosa presa in giro, ma era anche una brillante intuizione a proposito dell’eccessivo “americanismo” di Bogdanovich.

Si potrebbe obiettare a The Great Buster: A Celebration anche la scelta poco condivisibile di spostare anticronologicamente nell’ultima parte del film il periodo d’oro di Keaton, vale a dire quello dei lungometraggi degli anni Venti, mostrando dunque la vecchiaia e la morte prima, con il risultato di provocare uno sbalestramento emotivo nello spettatore, evidentemente non voluto. Si potrebbe obiettare, certo, ma forse è meglio concludere con una piccola notazione a nostro avviso molto interessante: Keaton, poco prima della morte, girò un cortometraggio diretto dall’inglese Gerald Potterton, un giovane regista che adorava le comiche. In questo corto, che si intitola The Railrodder, si intende dunque omaggiare tutta quella stagione; ma, ad un certo punto, Bogdanovich ci mostra un fuori-scena, un dietro le quinte, una sorta di making of, in cui Keaton si lamenta apertamente del suo regista, accusandolo di non capire nulla di ritmo scenico e di soluzioni comiche. Ecco, questo momento ci appare cruciale e avremmo voluto vedere di più: perché è una di quelle rarissime volte in cui un gigante del cinema spiega i segreti della comicità, che – come tutti sanno – è tremendamente più difficile da realizzare rispetto alla tragedia.
E, poi, per concludere con un po’ di provincialismo, perché Bogdanovich non fa cenno neanche a Due marines e un generale con Franco e Ciccio?

Info
La scheda di A Great Buster: A Celebration sul sito della Biennale.
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