Charlie Says

Charlie Says

di

Charlie Says è il racconto della Manson Family secondo lo sguardo, qui meno a fuoco che altrove, di Mary Harron. Un racconto un po’ sbiadito e di maniera, seppur non privo di qualche passaggio interessante. In Orizzonti alla Mostra di Venezia.

American Psycho e le donne

Leslie, Patricia e Susan sono poco più che ragazzine quando incontrano sulla loro strada Charles Manson e sono ventenni quando compiono gli efferati delitti dopo i quali verranno arrestate: la pena di morte sarà commutata per tutte in ergastolo. In carcere, una studiosa e attivista per i diritti delle donne cercherà di dar loro supporto e di far prendere loro coscienza di cosa hanno fatto… [sinossi]

Gli omicidi compiuti 50 anni fa dalla Manson Family sono una mortuaria pietra miliare della storia americana, che segna la fine tombale dell’utopia della summer of love e apre simbolicamente all’era Nixon: nell’estate del 1969, in particolare dal 9 agosto (quando vennero rinvenuti i corpi di Sharon Tate, di Jay Sebring, Abigail Folger e Wojciech Frykowski), inizia il declino di un’epoca che si era presentata come liberatoria, rivoluzionaria, positiva. I casi di cronaca gettano una cupa ombra sulla California e sembrano inconsapevolmente aprire la fase cupa del riflusso degli anni Settanta. La regista Mary Harron affronta quindi in Charlie Says – presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia – una tra le vicende più note e simbolicamente rilevanti del dopoguerra americano, e lo fa scegliendo un punto di vista preciso e peculiare, ovvero quello di tre giovani donne della setta di Manson.

La Harron racconta quotidianità, gesta e delitti mettendosi nei panni soprattutto di Leslie (ribattezzata dal guru psicopatico “Lulu”), ma anche di Patricia (detta “Katie”) e Susan (“Sadie”, per l’idolatria che il maniaco nutriva verso i Beatles), che presero parte alla mattanza a casa Polanski e al successivo delitto dei coniugi LaBianca, in seguito ai quali si intensificarono le indagini della polizia che portarono ai loro arresti (oltre a quello di Manson). La regista, basandosi su varie fonti – tra cui il libro The Long Prison Journey of Leslie Van Houten della studiosa e attivista per le donne Karlene Faith – si pone una domanda scomoda: se certamente è vero che le tre donne sono assassine, e in quanto tali condannate alla detenzione a vita, le tre donne sono però anche “vittime” di una manipolazione, di un “lavaggio del cervello”, della suggestione e della violenza di un uomo feroce, Manson appunto. Non sono dei mostri, quindi, o necessariamente delle emarginate (Leslie e Patricia sono figlie della middle class), ma ragazze fragili, dalle menti certamente deboli e bisognose di conferme, attenzioni, amore. La regista cerca insomma di capire come sia stato possibile che alcune giovani donne, con tutta la vita davanti, abbiano scelto di rovinarsi l’esistenza diventando di fatto schiave di un uomo che diceva loro di dissolvere il proprio “ego” ma solo per servire il suo, che le maltrattava e le riempiva di storie incredibili. Come il fatto che fossero elfi, che lui era il quinto Beatles, che avrebbero ripopolato il mondo dopo una grande guerra tra le razze e contro le persone di colore, fino a convincerle che dovevano uccidere per portare a termine un misterioso piano. Per analizzare le dinamiche psicologiche che generarono questo rapporto di dipendenza, la Harron si concentra sul dialogo, vero, che le tre hanno intrattenuto in galera proprio con la Faith (interpretata da Merritt Waver), che normalmente si occupava di donne gravemente traumatizzate dai mariti: la questione femminile viene dunque posta al centro dello sviluppo narrativo e, spesso, evidenziata come elemento centrale proprio nei dialoghi. Le tre ragazze, dai caratteri e dai pregressi diversi, sono quindi viste anche come donne violentate, carnefici senza dubbio ma anche abusate loro stesse.

La riflessione messa in campo dalla regista di American Psycho poteva condurre a un’indagine feroce proprio sul femminile. Nonostante l’epoca di effervescenza e di emancipazione, le ragazze degli anni Sessanta non hanno ancora maturato una vera indipendenza dal maschile con cui cercano confusamente un altro genere di relazione, né un modello chiaro di sviluppo che davvero metta in crisi le dinamiche famigliari “anni ‘50”, con la moglie casalinga ed economicamente non autonoma. In questo guado epocale, e facendo leva sui problemi psichici delle tre (che sono in carcere dal 1970), si insinua Charles Manson, che di maschilismo se ne intendeva, ma di fronte al quale le tre ragazze soccombono come se avessero finalmente trovato il vero volto della libertà naturale e romantica. Manson picchia, ma è per amore; Manson minaccia, ma è perché sa cosa è meglio per loro; Manson umilia, ma è per farle migliorare… Insomma, le tre protagoniste respirano superficialmente gli anni del women’s empowerment, ma non ne sanno niente, non ci capiscono niente e lo declinano poggiandosi solo su un istinto che le riduce in una prigione ben più costrittiva delle famiglie da cui sono fuggite. Il film, così, si intitola Charlie Says proprio perché nessuna delle ragazze sa più pensare con la propria testa e, quando devono rispondere a qualunque domanda, il primo istinto è ripetere cosa dice Charlie di quell’argomento. La Harron fa dunque, giustamente, una scelta narrativa che circoscrive il campo di una storia altrimenti vastissima, e concentra il suo sguardo sulle donne della Family, inquadrando il pazzo omicida sempre e solo come uno psicotico (e uno sfigato, come nella scena in cui tenta un provino con il produttore Terry Melcher). Le tre ragazze risultano sia fragili menti sottoposte a un sortilegio, sia giovani donne che desiderano in cuor loro l’uomo rude, forte, che le sovrasti e dica loro cosa fare e pensare. Agli occhi della loro assistente carceraria, che fa anche loro ineluttabilmente da psicologa, le tre incarnano un fallimento educativo epocale per le femministe. E questo, in un certo senso, è il lato più interessante del film: nell’epoca dell’emancipazione, la maggior parte delle fanciulle era probabilmente ben lontana dall’essere consapevole del senso dell’emancipazione stessa. Ma queste tracce sono soprattutto accennate, nessuna è approfondita, e le suggestioni più inquietanti non arrivano mai a diventare riflessioni tematiche. Prevale, in fondo, la cronaca degli eventi: il plot si sviluppa tra il presente carcerario delle tre (la vicenda si svolge nel 1972) e la narrazione degli sventurati giorni nella Family, raccontate alla Faith in particolare da Leslie, che di fatto è la protagonista. Da questo andirivieni esce la storia piuttosto lineare del clan Manson, pur con diverse omissioni, fino all’omicidio Tate.

Non è un caso che Charlie Says sia un film molto tradizionale anche nella messa in scena. In alcuni momenti la Harron riesce a restituire bene il clima sudicio e schizoide che si viveva nella setta (quando Manson, interpretato da Matt Smith, “spiega” la folle teoria da lui battezzata “Helter skelter”, o quando sminuisce uno dei pochi uomini del clan dicendogli che non è bravo a eseguire un cunnilingus), facendo sprofondare le luci nel rosso o usando movimenti di macchina di volta in volta allucinatori o violenti, mentre la scena del “provino” fallimentare di fronte a Melcher dice tutto quello che serve sulla situazione psichiatrica di Manson ma pure sul livello pietoso e banale del suo immaginario, fatto di donnine che devono mostrare le tette mentre il macho vestito con un completo da cowboy canta idiote canzoni d’amore. Ma, a parte alcuni momenti, alla convenzionalità narrativa del “flashback carcerario” corrisponde una messa in scena televisiva, e ogni tanto si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una miniserie. Al di là di ogni considerazione, però, Charlie Says lascia una sensazione di sgradevolezza, uno sgomento privo di risposte, una tristezza straniante, anche per il destino – oltre che delle vittime – di queste poveracce che hanno distrutto la loro esistenza anziché fuggire a gambe di fronte a un mostro. In ogni caso, realizzare un film che ruota attorno o ha a che fare con la Manson Family suscita sempre interesse, proprio perché si tratta di uno spartiacque della storia americana. Suggestioni di morte, fine dei sogni, manipolazione delle menti, delitti che arrivano a insanguinare persino la storia del cinema: gli spunti possibili sono davvero infiniti (e tra un anno, a mezzo secolo esatto dai delitti del clan, vedremo su cosa esattamente avrà lavorato Quentin Tarantino…). Il film della Harron non è probabilmente illuminante, ma indaga un lato poco battuto, quello delle donne della family e di come la questione femminile sia rimasta invischiata in questo collasso degli anni Sessanta.

Info
La scheda di Charlie Says.
  • charlie-says-2018-mary-harron-recensione-01.jpg
  • charlie-says-2018-mary-harron-recensione-02.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Venezia 2018 Minuto per minutoVenezia 2018 – Minuto per minuto

    Dal primo all'ultimo giorno della Mostra di Venezia 2018, tra proiezioni stampa, tardivi recuperi, code, film, sale, accreditati, colpi di fulmine e ferali delusioni: l'appuntamento con il Minuto per minuto, cronaca festivaliera dal Lido con aggiornamenti quotidiani, a volte anche notturni o drammaticamente mattinieri...
  • Festival

    Venezia 2018Venezia 2018

    La Mostra del Cinema di Venezia 2018 lancia sul tappeto rosso un parterre de roi di nomi altisonanti e celebri, da Olivier Assayas ai fratelli Coen, da Mario Martone a Mike Leigh, fino a László Nemes e Luca Guadagnino...
  • Festival

    Mostra del Cinema di Venezia 2018 - PresentazioneMostra del Cinema di Venezia 2018 – Presentazione

    La Mostra del Cinema di Venezia 2018, edizione numero settantacinque del festival, lancia sul tappeto rosso un parterre de roi di nomi altisonanti e celebri, da Olivier Assayas ai fratelli Coen, da Mario Martone a Mike Leigh, fino a László Nemes e Luca Guadagnino.
  • Festival

    Fantafestival 2019

    Dal 10 al 16 giugno a Roma, il Fantafestival 2019: dall'omaggio a Pupi Avati al cinema di Jack Sholder, passando per l'horror radicale tedesco, le anteprime e i cortometraggi...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento