Happy Lamento

Happy Lamento

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Happy Lamento segna l’incontro tra l’ottantaseienne tedesco Alexander Kluge e il quarantaquattrenne filippino Khavn de la Cruz, tra il rigore politico e filosofico da un lato e il situazionismo antilirico dall’altro. Un’opera che riflette sull’elettricità e il concetto di moderno, e sulla resistenza. Alle Giornate degli Autori.

Che fai tu Luna in ciel?

Questo è un film d’autore – come tanti ne ho fatti in passato. E contemporaneamente, è un lavoro in collaborazione con lo straordinario e giovane regista di Manila, Khavn. Queste due cose messe insieme producono un’opera musicale speciale. Il cuore del film riguarda la luce elettrica, il circo, la canzone Blue Moon e le guerre tra bande di ragazzini per le strade a nord di Manila, un luogo selvaggio oltre che inaccessibile agli occhi occidentali. Blue Moon, la canzone che un tempo veniva identificata con la voce di Elvis Presley, si riferisce a una fase della luna che in realtà potrebbe non apparire mai: come succede spesso con l’amore. Che a volte non accade “mai”. [sinossi]

Happy Lamento inizia, si articola e finisce sulle note di Blue Moon. “Blue moon you saw me standing alone, without a dream in my heart, without a love of my own”, recitano i primi versi della canzone, che nel corso del film viene riproposta nelle versioni più disparate, dalla melanconia classica all’accumulo di feedback – manca però la celeberrima interpretazione dei The Marcels, che irrompe sui titoli di coda di Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis; il ballonzolare doo-woop poco si confà ai ritmi di Happy Lamento. Senza un sogno nel cuore, senza un amore tutto mio. L’amore è di per sé vita? E la vita è davvero poco più di una scintilla che esaurisce i suoi zampilli e illumina solo per un attimo la notte stellata? Alle Giornate degli Autori, nell’edizione della Mostra che celebra anche i cinquant’anni dal Sessantotto, quando il Leone d’Oro venne assegnato a Artisti sotto la tenda del circo: perplessi, arriva Alexander Kluge, tra i nomi centrali per cercare di comprendere la rivoluzione in atto nel cinema tedesco a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. E arriva accompagnato da uno dei grandi iconoclasti contemporanei, il cineasta filippino Khavn de la Cruz. Un poeta antilirico e a pochi passi dal videoteppismo da un lato, un filosofo che ha studiato l’immagine e il suo valore estetico e di mercato dall’altro: l’incontro è un’ipotesi di rivoluzione in atto, un gesto di disarcionamento della prassi precostituita e predigerita dal pubblico. Unendo il caos anarcoide di Khavn al rigore marxista di Kluge (che fu allievo durante gli anni dell’università di Theodor Adorno, per poi studiare come regista sul set de La tigre di Eschnapur di Fritz Lang), Happy Lamento si configura come un oggetto in perenne movimento, un movimento di contrasto e resistenza all’ovvio, al quotidiano e alla barbarie dell’immagine dominante. Nello schermo tripartito – in una sorta di piramide – che più volte viene utilizzato da Kluge appaiono, in aperta opposizione, Donald Trump che scende dall’aereo presidenziale durante una visita ufficiale e un elefante. L’immagine dominante è la prima, l’immagine resistente è la seconda. Non si tratta solo di una metafora tesa a contrapporre la natura alla costruzione artificiale del potere, ma di un dato di fatto: Trump è il vero animale da circo, l’intrattenitore delle folle, mentre l’elefante, la bestia con le zampe ben piantate a terra, è l’immagine della resistenza. Non è un caso che i combattenti per la Comune parigina avessero ipotizzato di sguinzagliarli contro le truppe prussiane, liberandoli dallo zoo. Non sarebbe cambiato granché, perché al massimo avrebbero potuto distruggere una compagnia prima di essere abbattuti. Forse non c’è scampo, non è possibile contare le stelle o raggiungere la Luna, ma val la pena resistere. Lacrime e Consolazione, le due parole in grado di bilanciare la vita dell’uomo…

Per quanto possa apparire come un oggetto misterioso e difficile da maneggiare, Happy Lamento segue un sistema di linguaggio ben preciso. In forma dialettica il montaggio fa seguire a una riflessione teorico-estetica di Kluge le riprese che Khavn ha girato in uno slam di Manila, dove i protagonisti sono una agguerrita band i bambini decisa a dominare la scena criminale della capitale filippina. Tra immagini di repertorio – tratte anche dal già citato Artisti sotto la tenda del circo: perplessi – e l’iper-pop slabbrato e terrorista di Khavn si articola una riflessione mai banale sul concetto di moderno e sulle sue possibili declinazioni. L’elettricità e la luce sono i due elementi in agone: la prima, creata dall’uomo, ha una potenza deflagrante quanto effimera, la seconda esiste in quanto tale, in un ciclo terrestre di cui si è perso il senso e la reale sostanza. Rispetto a cinquant’anni fa, quando nel mettere in scena il mondo del circo Kluge già amava posare lo sguardo sulle proboscidi degli elefanti, l’utilizzo delle immagini si è moltiplicato all’infinito: i suoni si sono fatti più duri, le immagini più violente e veloci. Il chiacchiericcio dei militari e dei dignitari che sono atterrati a Manila nel corso degli anni diventa un babelico e ottundente suono angoscioso.
In Happy Lamento nulla viene proibito o censurato, e ogni scelta assume un valore tellurico. La scossa non può essere più solo elettrica, ma deve diventare persistente, deve destabilizzare lo sguardo, deve necessariamente costringersi a una palingenesi, a una ricostruzione dell’idea, prima ancora che della sua realizzazione. Se il gesto è già nel pensiero, lo sguardo anticipa anche quest’ultimo e si pone come articolazione degli elementi più disparati. Elementi che vengono sistematizzati in una lettura della società capitalista – e non solo – e delle sue aberrazioni. Nello slum di Manila le classi non esistono più, sostituite da un carnaio omicida, una macellazione perpetua.
Tutto torna a Marx, e alla Teoria del Valore. Nel Capitale si legge: “A prima vista, una merce sembra una cosa banale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. È chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare”.

In Happy Lamento il feticismo della merce trova un proprio capitolo a parte, che si lega allo stagnare dei cibi nei supermercati di Manila presi d’assalto dalla banda di baby criminali. Ma nella sua chiave assoluta, nel passpartout per accedere a ogni stanza del film, si può rintracciare una netta presa di posizione anti-futurista, e di fatto anti-modernista. Una negazione del mondo del Capitale, e della sua evoluzione, che con un’intelligenza sopraffina sfrutta l’estetica futurista e modernista per trovare una forma sullo schermo. Non è semplice, per quanto appagante e anche eccitante, muoversi nei meandri di Happy Lamento. Ma è necessario. Così come è necessario trovare un punto di contatto tra King Kong e Thomas Edison, Heiner Müller (di cui viene ripresa un’intervista video che Kluge gli fece sul finire degli anni Ottanta) e l’evacuazione di un circo sovietico, il balletto crudele e mostruoso del potere e il contro-balletto iper-violento e spudorato del sottoproletariato. È necessario perché solo ripartendo dalle basi, ricominciando a legare la dottrina politica e filosofica allo sguardo e all’atto artistico, si può sperare di riprendere i fili di una rivoluzione abortita prima ancora che si fosse lontanamente formata la sua idea. Altrimenti l’umanità continuerà a guardare sognante la Luna, il satellite che si staccò bruciando dalla Terra miliardi di anni fa – altro atto di rivoluzione – “Senza un sogno nel cuore, senza un amore tutto mio”. E a nulla servirà la resistenza degli elefanti. Prossimi, come i filosofi e i rivoluzionari, all’estinzione.

Info
La scheda di Happy Lamento sul sito delle Giornate degli Autori.
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