Che fare quando il mondo è in fiamme?

Che fare quando il mondo è in fiamme?

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Roberto Minervini approda in concorso a Venezia con Che fare quando il mondo è in fiamme?, secondo capitolo dell’ipotetica trilogia sulla Louisiana. Uno sguardo sul dominio bianco e sulle angherie che ancora oggi subisce la comunità afrodiscendente, che risulta però paradossalmente poco vivo e artefatto.

Spiritual in bianco e nero

New Orleans, 2017: Judy cerca di salvare il suo bar nel quartiere nero di Tremé, nonostante i proprietari lo vogliano far chiudere; due fratellini cercano il giusto modo di crescere, aiutati dalla madre che vuole tenerli lontani dalla strada e dai guai che facilmente si abbattono sulle vite dei giovani di colore; i militanti del Nuovo Partito delle Pantere Nere per l’Autodifesa cercano giustizia per le vittime di omicidi a sfondo razziale, a partire da Alton Sterling freddato l’anno prima da due poliziotti bianchi. [sinossi]

Difficile restare indifferenti di fronte al duro atto d’accusa di Roberto Minervini, in Concorso al Lido con What You Gonna Do When the World’s on Fire? (in Italia Che fare quando il mondo è in fiamme?): la condizione degli afroamericani nel Sud degli Stati Uniti è ancora e sempre più segnata dalla discriminazione razziale ed economica. Il Paese più potente del mondo resta persecutorio, ingiusto e vessatorio nei confronti di milioni di suoi cittadini, schiacciati socialmente, uccisi impunemente dalle forze dell’ordine (quest’anno i neri uccisi dalla Polizia sono già oltre 60), quasi condannati alla nascita da un passato che non passa mai perché per gli afroamericani le possibilità di vita sembrano ridotte all’osso e già scritte. L’omicidio di Alton Sterling, a Baton Rouge nel 2016 da parte di due poliziotti bianchi, è uno spartiacque, l’avviso di allarme per un’America già abbondantemente pronta all’era di Trump; ma se l’eco del brutale assassinio è arrivato chiaramente anche alla cronaca del Vecchio Continente, meno noti sono altri casi di cui parla il documentario, come la decapitazione di un uomo di colore a Jackson, Mississippi, nel giugno del 2017, dove negli stessi giorni venne freddato anche un altro afroamericano. Secondo il Partito delle Nuove Pantere Nere (che non ha alcun legame di figliazione con le Black Panthers fondate nel 1966), attivo in alcuni stati del Sud degli Usa e di cui Minervini segue alcune azioni tra cui il sopralluogo a Jackson dopo la citata decapitazione, l’atto barbarico porterebbe il marchio del redivivo Ku Klux Klan, ma restando ai meri dati i neri in America sono 8 volte più esposti alla morte per arma da fuoco rispetto ai bianchi e sono economicamente più svantaggiati tanto che 1 su 4 vive sotto la soglia di povertà. Portare l’attenzione su questa gigantesca e irrisolta prevaricazione è l’intento più evidente di Che fare quando il mondo è in fiamme?, il film finora più apertamente politico di Minervini, il cui sguardo si muove nuovamente in Louisiana, come nel precedente Louisiana (The Other Side): anche questa volta il regista di origine marchigiana indaga la “parte nascosta” di un’America distante anni luce dal benessere e dalle grandi opportunità, confrontandosi con la marginalità della comunità afroamericana di New Orleans.

Per farlo Minervini porta sullo schermo tre storie parallele, che si parlano ma non si intrecciano mai: quella di Judy, una donna di tempra dal passato infarcito di violenza e droga, che vuole tenere aperto il suo bar; la storia dei fratelli Ronaldo e Titus, 14 e 9 anni, che devono destreggiarsi a crescere in un contesto difficile; le riunioni, le marce e le manifestazioni delle Nuove Pantere Nere per l’Autodifesa. A far da cornice la sapiente, paziente e rituale preparazione dei costumi per il Mardi Gras da parte di una comunità dei nativi americani e del suo capo Chief Kevin. Afroamericani e indiani, che nella città del jazz si sono incontrati, protetti e mischiati, i cui canti accompagnati dalle percussioni si richiamano l’un l’altro, accomunati da due vicende di sterminio da parte dei bianchi, ovviamente quelle degli indiani d’America e la Maafa, la “distruzione” delle popolazioni africane (la sola tratta degli schiavi avrebbe causato oltre 10 milioni di morti): la presenza di Chief Kevin evoca un ciclo di sopraffazione che pare impossibile spezzare, una ferocia bianca atavica e cieca, un’ingiustizia insanabile, irrisarcibile, che accomuna nella storia secolare le vittime di due olocausti e le cui conseguenze sono ancora vive, presenti e attive. Forse per evidenziare la continuità, nel tempo, dell’odioso esercizio della brutalità, Minervini intitola il suo documentario come uno spiritual tradizionale (fu inciso anche dal grandissimo Leadbelly), sceglie di girare in bianco e nero e sceglie di mostrare il minimo (e di dare il minimo di informazioni) circa il contesto in cui si svolgono le vicende. Di New Orleans non vediamo quasi nulla. A lungo il film non ci dice neppure esattamente dove ci troviamo. Fin dai primi minuti lo sguardo del regista si concentra invece sui volti e sulle parole dei personaggi in scena, in un lavoro di spaesamento in cui abbondano soprattutto primi piani e inquadrature strette e il montaggio di Marie-Hélène Dozo scandisce l’alternarsi paratattico delle storie, dapprima velocemente per poi prendere “l’andatura di crociera”. A differenza del precedente Louisiana, l’occhio ravvicinato del regista è meno intrusivo e potrebbe apparire propenso a un intento documentale vicino al cinema-verità. Eppure il bianco e nero, che riflette un’eternità quasi ultraterrena per la condizione delle minoranze vessate, è il marcatore di quanto la messa in scena sia lontana dall’essere “diretta”: la scelta di togliere il colore serve anche a rendere meno naturalistico ciò che vediamo (i nostri occhi non vedrebbero di certo in bianco e nero) e a connotarlo fortemente, spostandolo in uno spazio iperuranico o sovratemporale. Ugualmente, la decisione precisa di mostrare così poco la città o gli ambienti, arrivando al minimo essenziale, toglie concretezza per far rifulgere ancora una volta e ancora di più l’ingiustizia assoluta su cui ferocemente si concentra Che fare quando il mondo è in fiamme?, un’ingiustizia di classe e razziale (“…e se sei una donna nera dovrai affrontare razzismo, classismo e sessismo”, viene detto nel film) di cui tutti i personaggi in scena sono perfettamente consapevoli, tanto che non parlano quasi d’altro. Minervini toglie a ben vedere pressoché tutto del reale, dal colore al paesaggio urbano, per tenerci in una gabbia soffocante e angosciosa fatta di pochissimi elementi ravvicinati e ripetuti. Stride perciò la scena in cui Judy parla delle violenze sessuali subite e dell’esperienza di tossicomane, da cui è uscita ed è ripartita: nell’asfissiante tonalità del film, monoliticamente teso a dipingere la prigione esistenziale dei neri nel Sud degli Usa, era del tutto superfluo il particolare scabroso, il dettaglio disperato. Tanto più che Minervini non si sofferma affatto su parecchie cose relative a Judy, per esempio sul fatto che è la figlia di un musicista di un certo successo, Jessie Hill, e si disinteressa completamente dell’ambiente musicale che Judy certamente conosce (il suo locale era molto frequentato per i concerti e alcuni membri della sua famiglia sono ancora musicisti) e che è anche un forte elemento identitario per la popolazione afroamericana della città. All’apparenza più documentale e “in presa diretta” rispetto agli altri lavori del regista, Che fare quando il mondo è in fiamme? è in realtà il sapiente risultato di decontestualizzazioni e di omissioni volte a condurre lo spettatore dentro la percezione di una condizione tragica.

Le tre storie scorrono poi in parallelo, mostrando aspetti diversi di un magma disperante: la difficoltà della crescita e dell’emancipazione rispetto a una realtà che ha creato per i neri nuove ed efficaci forme di schiavitù (Ronaldo e Titus), la difficoltà di andare avanti lottando per i propri spazi (Judy sta per essere sfrattata dal bar di Tremé, come sua madre da casa, perché è in atto la gentrificazione di un quartiere ritenuto pericoloso ma pur sempre vicino al centro di New Orleans), la difficoltà a ottenere giustizia (le Nuove Pantere Nere). A parte le (belle) scene in cui Ronaldo parla con la madre, dove ancora si respira la speranza di un futuro e di una vita diversa per lo splendido ragazzino nonostante le tante avversità che incontrerà sul suo cammino, Che fare quando il mondo è in fiamme? avvolge lo spettatore in una coltre in cui il Male ha già trionfato, in un canto religioso recitato dalle vittime di predatori tenuti (quasi sempre) fuori scena. Anche se le Nuove Pantere Nere organizzano cortei al grido di “No justice, no peace!”, discutono del Black Power, portano da mangiare e da bere ai senza tetto, manifestano di fronte alla Polizia, Che fare quando il mondo è in fiamme? è pregno di un dolore inesauribile. Minervini realizza così un film in cui, da una parte, si mette a fuoco un’ingiustizia assoluta, dall’altra si raccontano tre vicende cui lo spettatore deve dare una coerenza interna, mostrando tre volti di una questione gigantesca ma senza fornire un contesto chiaro e preciso. Costruendo uno spazio-tempo astratto in cui immergere i personaggi, il film si dibatte tra due polarità oppositive e disorganiche: l’intento documentario del mostrare senza intrusioni ciò che accade e l’intento politico di una messa in scena antinaturalistica che supporta un giudizio severo, cupissimo (e sacrosanto) di questi anni americani, ma in fondo di tutta la storia mai pienamente affrontata dei neri e delle minoranze brutalizzate e sfruttate negli Usa. Una scelta stilistica ben precisa e funzionale alla denuncia politica, forse meno alla profondità di quello che vediamo, che non ha tante sfumature e resta un po’ intrappolato nella forte volontà del regista, rischiando spesso di risultare impressionistico e paradossalmente poco vivo.

Info
La scheda di Che fare quando il mondo è in fiamme? sul sito della Biennale.
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