Yuva

Dopo il convincente esordio con The Gulf, presentato l’anno scorso alla Settimana Internazionale della Critica, delude parzialmente il secondo film del regista turco Emre Yeksan, Yuva, in cui l’ottimo spunto di partenza non viene supportato fino in fondo. In Biennale College a Venezia 75, e online fino al 19 settembre su Festival Scope.

Un uomo fa cri cri

Veysel vive allo stato brado e in solitudine nei boschi. La sua vita viene sconvolta quando la terra dove vive viene venduta ad alcuni investitori. Un giorno suo fratello minore Hasan arriva dalla città per convincerlo ad andarsene. Quando la minaccia dello sfratto imminente si concretizza, lo scontro tardivo tra i due fratelli porta alla scoperta di una casa magica: un universo sotterraneo. [sinossi]
Clicca qui per vedere Yuva su Festival Scope. Disponibile fino 19 settembre.

Negli anni l’iniziativa presa dalla Mostra del Cinema di Venezia di diventare concretamente produttrice di film tramite il progetto di Biennale College ha portato a ottimi risultati, come ad esempio quello di rilanciare la carriera di Alessandro Aronadio, che due anni fa in questo contesto ha diretto Orecchie, o come quello di permettere che venisse realizzato uno dei film più belli della scorsa edizione del festival, Beautiful Things di Giorgio Ferrero. Si tratta dunque di un’iniziativa meritevole e preziosa che, però, visti i limiti economici e temporali che impone (il budget per un film non deve superare i 150mila euro e le riprese possono durare al massimo quattro settimane), da un lato può stimolare la creatività e l’arte di arrangiarsi, dall’altro però forse rischia di limitare troppo le potenzialità di un certo genere di progetti.
Ci sentiamo di dire che quest’ultimo caso potrebbe esser capitato con Yuva, secondo lungometraggio del talentuoso regista turco Emre Yeksan, il quale lo scorso anno aveva portato alla Settimana della Critica, sempre qui a Venezia, il suo ottimo esordio, The Gulf. E tale impressione deriva dal fatto che, laddove The Gulf era estremamente curato ed elegante dal punto di vista della messa in scena, in Yuva si nota invece un pauperismo eccessivo, soprattutto per il tipo di storia narrata.

Emre Yeksan racconta infatti la vicenda di un uomo che si è ritirato nei boschi e che ha riscoperto la vita brada: va in giro nudo, dialoga a versi e cinguettii con gli uccelli, passa ore sdraiato a prendere il fresco tra i dolci flutti di un torrente. Vale a dire che, in questo contesto, la bellezza e il potere avvolgente e suadente della natura deve essere percepito anche – se non soprattutto – attraverso la corposità e l’espressività della messa in scena. E invece la regia di Yuva, rispetto sempre a quella di The Gulf, ci pare troppo basica, elementare, con scarso gioco di luci e di contrasti, e ci domandiamo se – per l’appunto – questa povertà visiva non sia la diretta conseguenza dei limiti produttivi suddetti.
Tra l’altro lo spunto di Yuva è molto bello: Yeksan non si limita infatti, così come viene semplicisticamente indicato nella sinossi, a raccontare la vicenda di un uomo che ha abbracciato l’etica del buon selvaggio, ma allude anche a ben altro, all’idea cioè che in città – in quella città/civiltà immaginaria che non si vede mai – sia arrivata una sorta di dittatura, tanto che di quando in quando dei militari armati si spingono fino al bosco e degli elicotteri ogni tanto sovrastano la quiete della natura.
È chiaro che, come già in The Gulf, il racconto di Yeksan si fa metaforico, e non è dunque difficile riconoscere in quella città militarizzata – che non si vede mai – la situazione politica della Turchia contemporanea, sempre più liberticida. Allo stesso tempo, però, il protagonista è sia innocente, perché ha ritrovato il senso della vita a contatto con la natura, sia colpevole, perché nel momento in cui si è allontanato dalla civilizzazione la situazione ancora non si era deteriorata. La sua assenza, che si potrebbe anche definire fuga, ha dunque permesso in certo modo l’arrivo del regime, anche perché come cantava De André: «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti», vale a dire che, il solo fatto di nascondersi o di voltarsi da un’altra parte quando accade qualcosa di grave, ci rende immediatamente colpevoli.

Tutto questo Yeksan sa costruirlo in maniera convincente, lasciandolo sempre come sottofondo – ad eccezione del bruciante affondo finale – ed evocandolo più che sottolineandolo in maniera didascalica. Ciò che non convince, però, oltre alla messa in scena, è il deragliamento dell’ultima parte di Yuva, dove – a fronte della già menzionata chiusa narrativo-politica, che è molto efficace – vi è da un lato una parentesi psico-magica non adeguata dal punto di vista visivo e simbolico e dall’altro uno scanzonato ghiribizzo conclusivo, che dà l’impressione di essere un’inutile sdrammatizzazione di quanto che si è visto fino a quel momento.
Peccato, ma come diceva Troisi, il film più difficile da fare non è mai il primo, quanto il secondo.

Info
La scheda di Yuva sul sito della Biennale.
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