Bêtes blondes
di Alexia Walther, Maxime Matray
Commedia nera sospesa tra l’avanguardia dadaista e il postmoderno, Bêtes Blondes, brillante opera prima di Alexia Walther e Maxime Matray è un film-saggio sulla memoria e sull’immaginario. Alla SIC 2018.
Non si esce vivi dagli anni ’90
Ex star di una sitcom televisiva di breve durata, Fabien beve troppo per ricordare tutto quello che fa e non lo stupisce più nulla. Quando sulla sua strada incontra Yoni, giovane militare triste, non è sorpreso neppure di scoprire la testa di un altro uomo, bella come un sogno, come un ricordo, come un rimprovero. [sinossi]
Idrogeno, ossigeno, carbonio, atomi, cellule e minerali. L’essere umano è di certo un composto audace e articolato, ma ciò che lo rende unico una volta adulto, o almeno così si è portati a credere, è il suo vissuto, la sua memoria. Quest’ultima però si compone in buona percentuale di una sostanza assai magmatica e sfuggente: l’immaginario, un elemento difficile da isolare anche per il più preparato tra gli scienziati e che pertiene in buona parte all’epoca in cui ciascuno ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di crescere. “Non si esce vivi dagli anni 80” declamava convinta una canzone degli Afterhours di qualche anno fa, senza immaginare probabilmente che il suo slogan si sarebbe poi potuto estendere alle decadi successive.
È per l’appunto bloccato negli anni ’90 Fabien (Thomas Scimeca) il protagonista di Bêtes Blondes, un personaggio post-postmoderno che non possiede ricordi veri, ma la cui identità è strettamente legata alla sit-com “Soi pas triste, Patrice” da lui interpretata in età giovanile, tra bandane, risate registrate e fantomatici concerti dei Guns N’ Roses. È da lì che viene Fabien/Patrice, da una videoteca, rigorosamente in VHS, dalla memoria dei suoi vecchi fan, magari in grado di narrare a memoria le esili trame di un prodotto seriale di bassa lega destinato ad un pubblico di teenager.
Presentato alla SIC – Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2018, Bêtes Blondes, brillante opera prima di Alexia Walther e Maxime Matray, è una commedia grottesca, una fiaba nera e un’indagine anti-psicanalitica e paradossale su cosa va a comporre, con il trascorrere degli anni, l’identità di un uomo. Ed è il trionfo dell’effimero, del pop, del già narrato, già visto e pre-registrato a guidare le azioni di un protagonista, incarnato da un ottimo Thomas Scimeca, che in questa non-storia si ritrova a esperire numerosi risvegli per ritrovarsi sempre incosciente, innocente, immerso in una realtà casuale composta di scene a sé stanti, proprio come i “quadri” eclettici e gratuiti della sitcom che incarnava da adolescente. Sorta di novello “bell’addormentato”, e inizialmente lo cogliamo proprio a ronfare proprio in un bosco, Fabien si risveglia ogni volta senza alcuna memoria recente, tranne il fatto di adorare per qualche misteriosa ragione il salmone. Marinato, adagiato su tartine o impacchettato sottovuoto poco cambia, la sua pulsione desiderante verso il roseo pesce è irresistibile e lo spinge poi costantemente a rubarlo. Ruberà anche una serie di altre cose durante il film, sempre in maniera compulsiva e incontrerà militari, cacciatori, presenzierà a una veglia funebre, visionerà un porno con tennisti feticisti e coprofagi, ingerirà il contenuto di un intero posacenere perché lui, almeno così dice, ha perso il senso del gusto. E ha perso anche la memoria a breve termine, sostituita dall’intensità che gli suggeriscono gli eventi. È una creatura figlia del postmoderno Fabien, accesa e intermittente, per lui la realtà può darsi solo come discontinuità e le sue azioni hanno un gusto marcatamente slapstick, agile e gommoso. I due registi lo seguono con dedizione, attivando e disattivando la sua maschera e la sua fisicità galvanica per lanciarle poi in una odissea apparentemente nonsense, la cui meta però è la matrice della memoria, personale e collettiva. E non è certo un caso che una vasta videoteca di VHS abbia un ruolo fondamentale in questa ricerca, dove immaginario e il passato si confondono e vanno a comporre un fardello gravoso, difficile da redimere. C’è un trauma infatti alla base dell’identità intermittente di Fabien, un trauma che include una testa mozzata e che lo accomuna al personaggio del giovane Yoni (Basile Meilleurat, già visto in Rester vertical di Alain Guiraudie), anche lui, infatti, ha una testa mozzata che gli rende il futuro incerto e il presente rocambolesco.
Accompagnato da una colonna sonora che occhieggia al giallo e al gotico italiano che raggiunge poi il suo climax quando fa capolino la famigerata hit della dance anni ’90 Terapia di Ramirez (1993), Bêtes Blondes è una commedia d’avanguardia, un film-saggio sulla memoria e sull’immaginario che la innerva, ben distante da un gratuito giocattolo vintage per nostalgici dei Nineties. Fermiamoci un attimo, torniamo anche solo un po’ indietro, riavvolgiamo il nastro della VHS, se ne abbiamo una, forse non tutto è perduto se ci ricordiamo ancora come fare.
Info
La scheda di Bêtes blondes sul sito della SIC.
- Genere: commedia, grottesco
- Titolo originale: Bêtes blondes
- Paese/Anno: Francia | 2018
- Regia: Alexia Walther, Maxime Matray
- Fotografia: Simon Beaufils
- Montaggio: Jeanne Sarfati, Martial Salomon
- Interpreti: Agathe Bonitzer, Basile Meilleurat, Thomas Scimeca
- Produzione: Ecce Films
- Durata: 100'






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