Van Gogh – At Eternity’s Gate

Van Gogh – At Eternity’s Gate

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Van Gogh – At Eternity’s Gate è il film biografico che Julian Schnabel ha dedicato al pittore olandese; uno sguardo che cerca di intrappolare l’intimità psicologica e affettiva di Van Gogh, riuscendovi solo in modo superficiale. Con un eccellente Willem Dafoe. In concorso alla Mostra di Venezia.

I ricordi della casa gialla

Questo film è un insieme di scene ispirate a dipinti di Vincent Van Gogh, eventi della sua vita comunemente accettati come fatti realmente accaduti, dicerie e scene completamente inventate. Il fare arte dà l’opportunità di realizzare qualcosa di concreto, che esprime una ragione di vivere, se esiste una cosa simile. Nonostante tutta la violenza e le tragedie sofferte da Van Gogh nella sua esistenza, non c’è dubbio che abbia vissuto una vita caratterizzata da una magica, profonda comunicazione con la natura e la meraviglia dell’essere. L’opera di Van Gogh è fondamentalmente ottimista. Le convinzioni e la visione alla base del suo singolare punto di vista rendono visibile e fisico ciò che è inesprimibile. Sembra essere andato oltre la morte, incoraggiando gli altri a fare altrettanto. [sinossi]

Chissà se Julian Schnabel si sarebbe lanciato in un’operazione come Van Gogh – At Eternity’s Gate se non fosse stato dato alle stampe nel 2011 Van Gogh: The Life, il volume biografico degli storici dell’arte Steven Naifeh e Gregory White Smith, nel quale per la prima volta viene pubblicata l’ipotesi che il pittore non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato vittima di un “incidente” con due ragazzi di Auvers-sur-Oise, il paesino nella Val-d’Oise in cui Van Gogh risiedeva da neanche tre mesi. Giocando con una pistola i ragazzi gli avrebbero sparato all’addome. Una rilettura degli eventi che non si basa su nessun dato concreto, ma solo su dicerie locali che risalgono – a quanto si è potuto appurare – agli anni Trenta del Ventesimo secolo, a quarant’anni di distanza dai fatti. Può sembrare un dettaglio, e in parte forse lo è anche, ma la scelta di Schnabel di eliminare qualsiasi dubbio su questo aspetto è la conferma della monolitica assolutezza con cui l’artista newyorchese approccia da sempre la materia cinematografica e narrativa. Grande amante delle storie biografiche, Schnabel è un regista che nel mettere in scena le vite degli altri non è mai roso minimamente dal dubbio, dal tentativo di comprendere la complessità della materia umana. Il suo è un punto di vista univoco, che non accetta chiaroscuri e non si muove mai in direzione della dialettica con la Storia e con le storie: uno sguardo assoluto, per l’appunto, dal quale lo spettatore non ha diritto di svicolare. L’eternità, nel suo piano infinito, non è la prospettiva della pittura di Van Gogh – o meglio lo è, ma solo in parte – ma semmai del cinema di Schnabel.
Così la scelta di riscrivere completamente le ultime ore di vita del pittore (che occupano comunque solo l’ultimissima parte del film), al punto da far giungere al suo capezzale l’amato fratello Theo solo quando la morte è già sopraggiunta – quando invece è comprovato storicamente che i due abbiano parlato e perfino fumato insieme la pipa durante l’agonia – assume un valore peculiare, che va ben oltre la mera decisione narrativa ed estetica ma si estende all’intera idea di arte del regista.

At Eternity’s Gate è un film che gioca di continuo con l’assoluto, con la percezione di qualcosa di ultraterreno che non ha radici materiali: Willem Dafoe, che sfodera in ogni caso una interpretazione mirabile, è un folle visionario che non ha memoria dei suoi attacchi d’ira, durante i quali rischia di mettere a repentaglio più che la sua vita, quella degli altri. Il suo è un calvario cristologico, nel quale la morte non è che l’approdo inevitabile in qualche modo. Condensando parte degli scambi epistolari con il fratello, che servono più che altro per dare voce (fuori campo) all’intimità del pittore olandese, dicerie e dettagli storici di maggior rilievo, Schanbel compone il conflitto di un uomo che vorrebbe essere naturale ma non sa in nessun modo trovare il proprio spazio nell’umana condivisione. Tralasciando completamente l’afflato umanista e sottoproletario che in realtà ebbe una parte consistente nella vita di Van Gogh (si pensi al periodo trascorso tra i minatori del Borinage, per esempio, o alla sua profonda ammirazione per il pensiero e l’arte di Jean-François Millet), Schnabel non fa altro che rincorrere l’artista nella natura del sud della Francia, nella Arles in cui nacquero alcune delle creazioni più celebri e stupefacenti, dalla serie dei Girasoli fino a La camera di Vincent ad Arles e La sedia di Vincent. Il suo è un pedinamento in piena regola, che con febbrile utilizzo della camera – la stessa furia che il regista attribuisce alla “velocità” di pittura di Van Gogh, e che in qualche modo sembra anche possedere una stilla di autobiografia dello stesso Schnabel – cerca di rinchiudere il suo protagonista in una sorta di panteismo naturale. Una lettura non priva di fondamenta, ma in tutta franchezza un po’ troppo semplice e facile.

I momenti più ispirati di At Eternity’s Gate si devono a ben vedere tutti alla performance di Dafoe, in quello sguardo gentile e scavato, prossimo all’auto-martirio, che diventa l’unica ancora di salvataggio per uno spettatore per il resto abbandonato ai flutti del biografismo spicciolo, tra una discussione con Paul Gauguin e un ricovero in ospedale. Nel dialogo con un prete – interpretato da Mads Mikkelsen – si coglie qualche frammento in più, ma anche qui non si riesce a scavare sotto la superficie di una lettura fin troppo ovvia dell’artista come essere umano che tende all’infinito ma non sa evadere dal privato. La stessa tensione che trattiene da sempre lo sguardo di Schnabel, impedendo ai suoi film di approdare nel campo lunghissimo dell’empatia e della sofferenza davvero condivisa. Il suo film non ha la furia di Brama di vivere di Vincente Minnelli, né la possanza narrativa di Vincent & Theo di Robert Altman, e neanche la panoramica umana e sociale di Van Gogh di Maurice Pialat. E a tratti sembra innamorato più di sé che dell’uomo che dovrebbe raccontare.

Info
La scheda di Van Gogh – At Eternity’s Gate.
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