Opera senza autore

Polpettone nazional-popolare sfilacciato ed elefantiaco, Opera senza autore segna il ritorno di Florian Henckel von Donnersmarck alla formula del suo successo di più di dieci anni fa, Le vite degli altri. In concorso a Venezia 75.

Pittori della domenica…

Ispirato a fatti realmente accaduti, Opera senza autore racconta tre epoche di storia tedesca attraverso l’intensa vita dell’artista Kurt Barnert, dal suo amore appassionato per Elisabeth, al complicato rapporto con il suocero, l’ambiguo Professor Seeband che, disapprovando la scelta della figlia, cerca di porre fine alla relazione tra Kurt ed Elisabeth. Quello che nessuno sa è che le loro vite sono già legate da un terribile crimine commesso da Seeband decenni prima… [sinossi]

Il tedesco Florian Henckel von Donnersmarck è un regista parco, tanto da attendere ben otto anni prima di tornare dietro alla camera. Era infatti del 2010 il disastroso The Tourist, attraverso cui von Donnersmarck cercava di ‘internazionalizzare’ il suo nome, dopo il trionfo (a nostro avviso eccessivo) di Le vite degli altri (2006). Non sorprende, dunque, che alfine von Donnersmarck abbia deciso di tornare alla formula di quel film ambientato ai tempi della DDR con Opera senza autore, presentato in concorso a Venezia 75 e in cui – non pago di mettere in scena gli anni Sessanta nella Germania dell’Est – la prende ancor più alla lontana, cominciando il suo racconto dagli ultimi satanici bagliori del nazionalsocialismo del Terzo Reich. Il protagonista è – o, almeno, dovrebbe essere – un pittore, seguìto a partire dall’infanzia (anni Trenta, per l’appunto), fino alla sua affermazione artistica in Germania Ovest, dove ad un certo punto decide di fuggire con la moglie (anni Sessanta). Ma si è detto dovrebbe essere, perché in realtà il nostro eroe si fa spesso da parte per lasciare campo libero ad altri personaggi – soprattutto nella prima metà del film – a partire dall’incipit in cui l’adorata zia Elisabeth viene internata in un manicomio, per passare agli anni della ricostruzione post-bellica dove il suo amore per una giovane pulzella viene osteggiato dal padre di lei, un ex-nazista sopravvissuto al repulisti, interpretato da un luciferino Sebastian Koch.
Ciò significa che von Donnersmarck non sembra avere ben chiaro cosa raccontarci e dunque inserisce una serie di ingredienti schizofrenici e indigesti per prepararci il suo polpettone: dramma sulla follia all’inizio, noir/thriller con nazista cattivo poi, commedia sentimentale con la giovane moglie a circa metà film, commedia e dramma di costume sulle avanguardia artistiche degli anni Sessanta nell’ultima parte (dove, ovviamente, la banale ironia su movimenti come lo spazialismo di Lucio Fontana si spreca). In Opera senza autore viene così confezionato un coacervo di luoghi comuni, sia cinematografici che storici, in cui i personaggi non riescono mai a incarnarsi in veri caratteri. E in questo risultato molto pesa anche la tendenza di von Donnersmarck alla semplificazione concettuale e visiva, tanto che le scenografie e gli esterni, soprattutto nella prima sezione d’ambientazione nazional-socialista, appaiono fastidiosamente posticci.

È intrattenimento nazional-popolare Opera senza autore, senza voler per questo schernire o insultare quei film che sono in grado veramente di parlare a un largo pubblico e che evitano però di confondere semplicità e immediatezza dell’impatto emotivo con la semplificazione. Tentazione in cui invece von Donnersmarck ci sembra che cada con costanza e premeditazione, come quando risolve in modo reticente i conflitti tra i personaggi, astenendosi sempre accuratamente dal farli esplodere. La colpa del suocero nazista, ad esempio, dà l’impressione più volte di potersi trasformare in centrale chiave di lettura di Opera senza autore, e invece – proprio quando è sul punto di occupare totalmente la scena – si ritrae d’improvviso sullo sfondo, sostituita da qualcos’altro. Tanto che Opera senza autore finisce, e alcune questioni di non poco conto restano ancora aperte.

Se poi, rielaborando – o, meglio, ribadendo – i concetti elementari già espressi ne Le vite degli altri, von Donnersmarck voleva proporci una rappresentazione dell’arte che viene sempre imprigionata e annichilita al tempo dei regimi totalitari (l’arte delle avanguardie storiche etichettata come degenerata durante il nazismo, l’imposizione del realismo socialista negli anni della DDR), allora vien quasi voglia di stendere un velo pietoso sulla questione. Primo, perché questo tema emerge in maniera troppo sporadica; secondo, perché per imporlo nella seconda parte von Donnersmarck finisce per sbilanciare tutta la narrazione (la moglie del protagonista, ad esempio, sparisce; mentre allo stesso tempo vi sono sketch risibili su vari balzani esperimenti artistici); terzo, perché alla fine quel che rappresenta la riuscita artistica del nostro eroe è un’arte del compromesso, che si risolve in un deciso ritorno al figurativismo, mescolato con timidi elementi di impressionismo e con un pizzico di iperrealismo. Un’arte, in fin dei conti, poverella, che si limita a riversare su tela il percorso della coscienza e dei ricordi del protagonista senza alcun tipo di rielaborazione concettuale. Vale a dire che il nostro pittore ha capito quali sono stati i momenti e le figure importanti della sua vita, ma finisce per guardare a questi – attraverso delle foto – senza davvero vederli, senza davvero trarre le conclusioni di quanto gli è accaduto, delle tragedie che lo hanno attraversato, lasciando dunque che tutto resti così com’è. E allora vien da dire che Opera senza autore è un perfetto esempio di cinema e di società post-adenaueriane, nel senso di una tarda (e postuma) incarnazione di quegli anni Cinquanta tedeschi – contro cui tanto si scagliava Fassbinder, come ad esempio ne Il matrimonio di Maria Braun – in cui la combinazione della rimozione del nazismo e degli aiuti americani aveva ottenebrato le coscienze.

Info
Il trailer di Opera senza autore.
La pagina dedicata a Opera senza autore sul sito della Biennale.
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