I villeggianti

I villeggianti

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Valeria Bruni Tedeschi, con I villeggianti, presentato fuori concorso a Venezia 75, aggiunge un nuovo capitolo a quella che lei definisce un’autobiografia immaginaria, raccontando storie inconcluse, solitudini, amori di un gruppo di persone che trascorre l’estate in una grande e lussuosa villa in Costa Azzurra, reminiscenze della vera casa di villeggiatura della famiglia dell’attrice e regista italo-francese. Come quasi tutta la sua filmografia, un’opera che trae origine dalla sua esperienza di vita, diradando nelle atmosfere della grande letteratura russa, da Gorky a Čechov.

Chiamami Peroni, sarò la tua birra

Una grande e bella casa sulla Costa Azzurra. Un posto che sembra fuori dal tempo e distante dal resto del mondo: è qui che Anna si reca con la figlia per qualche giorno di vacanza. Tra famiglia, amici e personale di servizio, Anna deve affrontare la sua recente rottura con il compagno e la scrittura del suo nuovo film. Tra risate, rabbia e segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere. Ognuno dei villeggianti ignora i rumori del mondo per far fronte ai misteri della propria vita. [sinossi]

«Uomini intenti a mangiare, bere, amare, camminare, a portare la propria giacca»: così Anton Čekhov definiva il suo teatro, in un’ironica battuta del Gabbiano, dove non sembra succedere niente, dove vige per buona parte la staticità drammaturgica, dove entrano ed escono in scena personaggi a gruppetti, che parlano e discutono della propria vita e del proprio passato, proprietari, ospiti e servitù. Come una delle dacie di campagna raccontate dall’autore russo è la grande villa sulla Costa Azzurra, una dimora da sogno che si incunea nel paesaggio roccioso e aspro dove la pineta dirada verso il mare, nella pace apparente di quei giardini con i dondoli, sotto gli ombrelloni, teatro degli eventi di I villeggianti, il film di Valeria Bruni Tedeschi regista e attrice protagonista, presentato fuori concorso a Venezia 75.

Se Un castello in Italia riprendeva Il giardino dei ciliegi, se l’attrice e regista aveva già adattato Le tre sorelle per la televisione, I villeggianti guarda in generale alle opere del grande autore russo e in particolare a Il gabbiano, di cui condivide la concezione metalinguistica. Valeria Bruni Tedeschi interpreta se stessa, Anna, una regista, con momenti a volte brillanti di scavalcamento della convenzione cinematografica, come quello della riunione della commissione CNC che vede tra i propri membri nientemeno che Frederick Wiseman, nella parte di se stesso come chiaro dal suo cartellino sul tavolo.
E, più nella direzione del Gabbiano, sono i momenti di lavoro di Anna, di scrittura e prove sulle panchine nei prati del grande giardino della villa. La struttura teatrale viene enunciata anche nella divisione del film in atti ed epilogo. E i testi che stanno alla base di quest’opera sono anche altri, La trilogia della villeggiatura di Goldoni e I villeggianti di Gorky (nell’adattamento di Botho Strauss che la regista racconta di aver da poco studiato): la letteratura si avvicina e si intreccia con la vita.

Nella dimora della famiglia Bruni Tedeschi, tanti ospiti sono soliti trascorrere il periodo estivo, alcuni vanno, alcuni vengono, alcuni vanno d’accordo, alcuni litigano, alcuni si sposano, alcuni divorziano. Lo ricorda la madre dell’attrice e regista italo-francese, Marisa Borini, anche lei a recitare nel film, come anche nelle altre opere della figlia, nel suo ruolo di madrefamiglia. E la dimensione autobiografica è chiara anche nel bilinguismo con cui è costruito tutto il film, con dialoghi continuamente alternati tra italiano e francese, con un cast di attori importanti da una parte all’altra delle Alpi. Bruni Tedeschi definisce la sua opera da regista come una continua autobiografia immaginaria.
Il suo alter ego sullo schermo si è separato da poco, con Luca interpretato da Riccardo Scamarcio, e ancora sta rielaborando quella condizione; ha una bambina adottiva di colore, Célia, la stessa Oumy Bruni Garrel, adottata nella realtà con l’ex-compagno Louis Garrel. Ma la realtà autobiografica dirada nel sogno per la presenza fantasmatica di Marcello, morto anni prima. E tutte le presenze sono in fondo fantasmatiche, aleatorie, tanto che la notizia della scomparsa di Bruno viene data con irrealistica nonchalance.

Si parla di migranti, anche nella villa in Costa Azzurra, paragonati a quei cinghiali che minacciano la proprietà: il razzismo strisciante e dilagante non risparmia quella che sembra un’isola felice. Ci sono i vecchi che si trascinano stancamente, in quella ricerca sulla senilità che l’attrice e regista porta avanti dal suo documentario Une jeune fille de 90 ans e che ancora va in parallelo con le atmosfere
cekhoviane, e bambini come l’arguta e intelligente Clélia, che sa che il big bang l’ha voluto Dio. Ci sono personaggi che cantano, dalle canzoni di Nada alla vecchia pubblicità della birra Peroni, uno dei primi esempi di richiamo erotico di uno spot, con la bella ragazza che diceva «Chiamami Peroni, sarò la tua birra». Ci sono servi che baciano i padroni, ricordi di violenze e stupri, lutti, ci sono tensioni, ci sono persone che hanno voglia di vivere e persone che non ne hanno o ne hanno di meno. «In questa casa ognuno ha i suoi problemi» si dice. Le parabole dei personaggi che vi transitano sono inconcluse, come è la vita. Valeria Bruni Tedeschi usa un approccio di osservazione delle esistenze, compresa la propria, che si incrociano e passano, temporaneamente. Lei che ha da poco realizzato un documentario e che mette Wiseman in un ruolo cameo.
Dopo il pastrocchio narrativo di Un castello in Italia, Valeria Bruni Tedeschi realizza un’opera narrativamente ‘sformata’, irregolare come è la condizione umana. In fondo «la gente deve uscire dalla sala con la voglia di vivere», dice la regista alter ego, e Valeria Bruni Tedeschi mette in scena il circo della (sua) vita.

Info
La scheda de I villeggianti sul sito della Biennale.
Il trailer de I villeggianti.
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