Le fidèle

Le fidèle

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Tra il noir e il dramma psicologico, Le fidèle mostra alcune buone idee nella gestione (e nel sovvertimento) delle regole del genere, ma si incaglia in una seconda parte narrativamente slabbrata, incerta sulla direzione da prendere.

Strade devianti

È amore a prima vista, di quelli che cambiano per sempre l’esistenza, tra Benedicte/Bibi e Gino/Gigi: lei impiegata nell’azienda di famiglia e pilota di successo, lui rapinatore di banche professionista. L’ultimo colpo di Gigi e dei suoi compagni, quello che dovrebbe permettere all’uomo di sistemarsi per sempre e cambiare vita, non va tuttavia, esattamente, come sperato… [sinossi]

Non è condannabile in sé, l’idea alla base di Le Fidèle (il titolo internazionale è un più evocativo Racer and The Jailbird), liberamente ispirato a una vicenda reale avvenuta tra gli anni ’80 e i ’90. Quello del belga Michaël R. Roskam è un dramma noir che in qualche modo confonde e rimescola le carte del genere: se, infatti, l’idea di base sembra essere una variante sui generis dello Strade violente di Michael Mann, col criminale (non) redento e l’inconsapevole compagna, in una strada segnata verso il sacrificio e l’espiazione, lo svolgimento si incarica presto di smentire qualsiasi cliché e lettura semplicistica. E lo fa a partire dal personaggio interpretato da Adèle Exarchopoulos, cresciuto in un ambiente maschile come quello delle corse, un contesto in cui, come canterebbe Springsteen, “it’s hard to be a saint”. Ambiente che non a caso favorisce l’incontro/colpo di fulmine col rapinatore di banche interpretato da Matthias Schoenaerts, e che da un momento all’altro immaginiamo possa trasformare la donna in una moderna Bonnie, pronta a seguire le criminose imprese del compagno. Gigi e Bibi: a partire dai nomignoli scelti dalla sceneggiatura per i due personaggi, il film sembra voler tipizzarne i caratteri col marchio dell’archetipo, salvo poi confondere gradualmente le carte. Intento, si diceva, in sé lodevole.

Di fatto, Le fidèle mostra una prima parte che segue abbastanza fedelmente il canovaccio noir di molti film analoghi, caratterizzandosi per una scrittura certo non all’insegna della finezza, ma informata da una certa efficacia nella descrizione di personaggi e ambienti. La carnalità del rapporto tra i due protagonisti, l’affinità che da subito si respira nei loro incontri, lo stesso non arretrare del regista di fronte alla rappresentazione esplicita del sesso, si incaricano di sottolineare l’incontro/scontro tra due anime che mostrano, nei fatti, più affinità di quanto non potrebbe apparire a un primo sguardo. Si resta un po’ perplessi di fronte al ritmo rallentato, quasi dilatato, dell’intera prima ora del film, ma il dramma tiene in modo apprezzabile proprio nel suo (ricercato) semplicismo, riuscendo a infilare anche due apprezzabili sequenze d’azione.
È, tuttavia, nel momento in cui Le fidèle vorrebbe osare di più, assemblando una sorta di (slabbrata) seconda parte del dramma appena portato a compimento, che il film di Roskam inizia a perdere colpi: laddove lo sguardo si fa obliquo, concentrandosi ora sull’uno, ora sull’altro dei due protagonisti, tentando di mettere in scena contemporaneamente il dramma psicologico di una donna abbandonata, e un abbozzo di riflessione sociologica sulla capacità del sistema penale di reintrodurre un individuo nella collettività, che Le fidèle va in confusione restando incerto sulla direzione da prendere.

Ci si sorprende di alcune pacchianerie in cui la sceneggiatura cade (il concepimento del figlio della coppia, la dinamica del secondo arresto del protagonista), mentre il film, nella sua ultimissima parte, sembra virare verso un tono melò che appare fin troppo programmatico, studiato e poco credibile per poter funzionare. La svolta che lo script imprime alla vicenda, laddove punta con più decisione a inserire elementi di novità in un canovaccio collaudato, si infrange contro la scarsa compattezza del tutto, arrivando paradossalmente a lasciare allo spettatore un inusitato senso di freddezza. Lasciata a se stessa, la Benedicte/Bibi interpretata dalla Exarchopoulos non lascia intuire le sue vere ragioni, restando di fatto un personaggio irrisolto: non criptico, non caratterizzato da “buchi” che lo spettatore è chiamato a riempire, ma piuttosto privo di una vera cura narrativa. Così, Le fidèle arranca in modo poco armonico verso un finale posticcio, in cui l’ex criminale, operando un tardivo rovesciamento di ruolo, si riprende la scena e il focus del racconto. Uno sviluppo che vorrebbe forse rappresentare lo sbocco del climax melò prima suggerito, poi incertamente costruito per tutta la parte conclusiva; ma che di fatto, con la sua scarsa coerenza e logica narrativa, finisce solo per apparire come una mera strategia escapista, una conclusione piazzata in modo artificioso dalla sceneggiatura per terminare in qualche modo la vicenda.

Di fatto, in 130 minuti che, per il prodotto che è stato infine portato sullo schermo, dovevano essere sfrondati e alleggeriti, Le fidèle mostra alcune buone idee, uno sguardo non banale su alcune dinamiche dell’universo criminale, un modo di giocare con gli stereotipi che, se spinto fino in fondo, avrebbe potuto certo sortire risultati interessanti. La sua scarsa compattezza narrativa, tuttavia, e l’emergere nella seconda parte di suggestioni che il regista si limita ad accennare (penalizzato dall’evidente, scarsa dimestichezza col linguaggio del melò), finiscono per inficiare, in modo pesante, il risultato finale.

Info
Il trailer di Le fidèle.
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