Dachra

Dachra non è solo l’esordio alla regia di un lungometraggio di Abdelhamid Bouchnak. È anche il primo horror mai prodotto in Tunisia, palesamento di una nazione che ha saputo mantenere le promesse della Rivoluzione. Film di chiusura fuori concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.

La tradizione cannibale

Yassmine, studentessa di giornalismo, cerca insieme agli amici Walid e Bilel di venire a capo di un misterioso crimine accaduto più di 25 anni prima, quando una donna fu ritrovata mutilata e quasi morta in mezzo al nulla. Le loro ricerche li porteranno nel cuore della foresta, fino ad un piccolo villaggio isolato di nome Dachra. Sentendosi intrappolati, proveranno a sfuggire all’orrore. Ci riusciranno? [sinossi]

C’è molto di più di un singolo film – riuscito, al di là di qualche naturale debolezza – nella scelta operata dal comitato di selezione della Settimana Internazionale della Critica di Venezia che ha voluto come titolo di chiusura fuori concorso Dachra, esordio alla regia del tunisino Abdelhamid Bouchnak. Questa detection nel folto della foresta, alla ricerca del disvelamento di un crimine avvenuto venticinque anni prima, non è infatti solo l’opera prima di un promettente cineasta. Si tratta infatti del primo horror della storia del cinema tunisino, e di uno dei primissimi dell’intero Maghreb. Se si considera che in tutto il Nord-Africa il genere è ridotto ai numerosi remake di classici statunitensi prodotti in Egitto, si può arrivare a comprendere la portata storica di un evento di questo tipo, che conferma la vocazione di ricerca di nuove vie espressive che la SIC ha portato avanti in questo triennio. La presenza del film di Bouchnak ribadisce anche la volontà della sezione guidata da Giona A. Nazzaro di allargare lo sguardo ben oltre i confini che sembra porsi invece la selezione ufficiale della Mostra: ecco dunque un film tunisino, il secondo in tre anni (nel 2016 fu la volta di The Last of Us di Ala Eddine Slim), e un nuovo titolo africano dopo il bel The Roundup di Hajooj Kuka. Testimonianze della volontà di interrogare aree del mondo che rimangono troppo spesso in silenzio – e il discorso varrebbe anche per l’indiano non bollywoodiano Tumbbad o per lo straordinario Still Recording, il film siriano che ha trionfato nelle preferenze del pubblico in sala.

Ma sarebbe anche ingiusto ridurre il valore di Dachra alla sua semplice eccentricità rispetto alla prassi produttiva tunisina e nordafricana. La storia imbastita da Bouchnak – che ha lavorato anche al montaggio, ed è di fatto coproduttore – è stratificata e affascinante: un gruppo di tre studenti di giornalismo decide, dopo aver ricevuto come compito quello di girare un video reportage, di approfondire le indagini su un caso vecchio di venticinque anni, quando una donna ritenuta da tutti una strega venne ritrovata sgozzata e agonizzante (ma ancora viva) ai bordi di una strada. Nessuno, dopo l’interesse iniziale, si decise a studiare il caso, e la donna venne rinchiusa in manicomio. Dopo aver incontrato tramite non pochi sotterfugi la donna – che è molto aggressiva e ha staccato nasi e orecchie a morsi a molti infermieri – i tre si inoltrano fuori città, in un bosco impervio, per cercare un villaggio misterioso che nasconde molti segreti, tutti terribili.
Leggendo queste poche righe sarà difficile non accostare Dachra a uno dei più grandi successi commerciali dell’horror dell’ultimo ventennio, quel The Blair Witch Project che lanciò la moda del found footage e del mockumentary che sarà fin troppo presto abusata nel mettere in scena l’orrore fisico e psicologico. Ma Bouchnak non si limita a una ripresa pedissequa di quanto già filmato oltreoceano, e il suo film si apre a molte riflessioni, sia sull’immaginario sia sul senso che deve acquistare la Rivoluzione, l’unica che nel mondo panarabo sembra aver davvero mantenuto le sue promesse iniziali.

C’è un passaggio, tra le prime sequenze del film, in cui all’università il docente affida agli studenti il compito che li condurrà nel terrificante buco nero. La richiesta ufficiale del professore è quello di non girare materiale sulla Rivoluzione, perché l’anno prima tutti e venti i progetti erano incentrati solo su quello. Nella Tunisia davvero in rivoluzione, suggerisce dunque Bouchnak, non c’è più bisogno di concentrare l’attenzione solo su quell’evento tellurico, ma è necessario al contrario farne propria la lezione per allargare gli orizzonti, spingendosi in zone finore rimaste oscure e impenetrabili. Un discorso che vale ovviamente per i tre studenti, che avranno a confrontarsi con tradizioni ancestrali e abominevoli, ma anche per lo stesso cinema tunisino, che deve avere il coraggio di aprire lo sguardo a traiettorie impensabili, come per l’appunto l’horror.
Non tutti i meccanismi di Dachra sembrano perfettamente oliati, e nella prima parte del film si avverte qua e là un po’ di stanchezza espressiva e narrativa, ma non c’è dubbio che il giovane regista abbia una dimestichezza notevole con il genere, sappia maneggiarlo e sappia – merce rara – fare paura. Anche i rimandi a classici del genere, come la citazione della sequenza della doccia di Psycho o il cappottino della bambina che sgozza piccioni che rimanda a Nicolas Roeg e al suo A Venezia… Un dicembre rosso shocking, sono intessuti all’interno della trama senza farne pesare la presenza, o distogliere l’attenzione dello spettatore. Il cinema tunisino si apre anche all’orrore, e non lo fa accettando in maniera prona i dogmi dell’occidente colonialista. Basterebbe questo per applaudire un’operazione come Dachra, terrificante sguardo sull’orrore che si cela nelle tradizioni oscurantiste, e che ancora sopravvive. Sgozzando.

Info
La scheda di Dachra sul sito della SIC.
  • Dachra-2018-Abdelhamid-Bouchnak-01.jpg
  • Dachra-2018-Abdelhamid-Bouchnak-02.jpg

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