The Nightingale

The Nightingale

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Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2018, The Nightingale è un’opera programmaticamente priva di equilibrio, a tratti quasi randomica, sotto shock come la sua protagonista. Un revenge movie che si inabissa in una terra ostile, in un contesto storico incivile, brutale, tremendamente maschilista e classista, razzista. Un western capovolto, speculare, femminista, politico, che non cela la violenza ma la mette in scena per depotenziarla e annullarla.

Van Diemen’s Land

1825. Clare, una giovane detenuta irlandese, attraversa il selvaggio e aspro paesaggio della Tasmania per dare la caccia a un ufficiale britannico, spinta dalla vendetta per un terribile atto di violenza che l’uomo ha commesso nei confronti della sua famiglia. Per portare a termine l’impresa, si avvale di una guida aborigena di nome Billy, che a sua volta è traumatizzato da un passato intriso di violenza… [sinossi – labiennale.org]

Fischiato, deriso, insultato. Anzi, insultata. Del pasticciaccio brutto di The Nightingale oramai sappiamo praticamente tutto: su facebook è diventato virale ed è rimbalzato sulle testate italiane ed estere. Però ci interessa molto di più il film, affascinante ma squilibrato. In buona parte lo vuole anche essere: fuori equilibrio, sotto shock, furibondo e tremebondo. Come la sua protagonista, l’usignolo in cerca di vendetta e di pace. Ecco, The Nightingale è un film in continua ricerca di un punto d’appoggio, di un luogo sicuro da incorniciare nel suo ammirevole Academy Ratio.
(W)estern politico, capovolto; ritratto di un mondo incivile che è via via diventato civile, ma che qualche passo deve ancora compierlo. Femminista, certo, ma soprattutto sensibile agli squilibri del potere, alla lotta di classe. Un film che guarda al passato per scoperchiare il presente, per denunciare le ampie disparità che ancora sopravvivono. Un altro tassello veneziano dopo Sweet Country di Warwick Thornton, in concorso alla Mostra 2017: la Storia controversa del Continente Nuovissimo, con tutti suoi peccati originali, in primis la colonizzazione e il sistematico sterminio degli aborigeni. E anche, più sullo sfondo, l’affresco di un territorio ostile ai bianchi, ai coloni – in questo senso, si consiglia il recupero di Van Diemen’s Land di Jonathan auf der Heide.

Reduce dal successo internazione di Babadook, opera prima accompagnata da critiche spesso lusinghiere, la Kent alza visibilmente la posta, allargando lo spettro del suo cinema declinato (al momento) al femminile. Portandosi dietro qualche scoria orrorifica (si vedano alcuni dettagli grandguignoleschi), The Nightingale è un affresco storico, politico, umanissimo, che non ha paura di sposcarsi le mani, di sposcare di sangue e frattaglie il volto della sua protagonista.
Violento, onirico e persino delirante, The Nightingale mette in scena la grazia e la sua sistematica umiliazione: la bellezza e fragilità di Claire (Aisling Franciosi) e della malcapitata aborigena sono una preda fin troppo facile e gustosa per aberranti creature intrise di maschilismo, razzismo e potere. La contrapposizione tra le nefandezze dei militari e i primi piani della Franciosi che illuminano l’Academy Ratio è la cifra stilistica di una pellicola che procede verso due direzioni: vendetta e comprensione, abbrutimento e rinascita. Un viaggio verso l’eliminazione del Male (se non c’è redenzione, può esserci solo una soluzione) e un viaggio verso un luogo che ancora non c’è, impossibile ma futuribile. Pacificata e disperata, abbacinante, l’inquadratura sul mare ci rimanda infatti a luoghi altri, persino proiettati nel futuro: alla fine/nuovo inizio de La terra silenziosa (The Quiet Earth, 1985) di Geoff Murphy, perché Claire e Billy sono gli Adamo ed Eva morali di un mondo che verrà. O al finale senza scampo di The Plague Dogs (1982) di Martin Rosen, perché la Terra di Van Diemen è un’isola senza scampo, una gabbia che solo il tempo e le lotte civili potranno scardinare.

Un film di vendette, di fughe e inseguimenti, di incubi forse incancellabili. Crudo, quasi spietato, ma non compiaciuto. La messa in scena della brutale violenza è un mezzo necessario, un veicolo per arrivare all’estremo opposto: la comprensione di ciò che è (apparentemente) altro. Scomposto negli snodi narrativi, soprattutto alla fine del lungo inseguimento, The Nightingale è un revenge movie che ha un punto d’arrivo forse prevedibile (nella sua parabola da buddy movie, nemico-nemico, già declinata in mille altre occasioni) ma sincero, sentito. Un film politico, attuale, che non riesce a gestire tutte le pulsanti istanze narrative. Materia debordante, difficile da plasmare.

Info
The Nightingale sul sito della Biennale.
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