Intervista a Shinya Tsukamoto

Intervista a Shinya Tsukamoto

In concorso a Venezia 75 con Killing (Zan), il suo primo film di samurai, Shinya Tsukamoto è uno dei più importanti cineasti giapponesi contemporanei, con una carriera che è partita con la rivelazione di Tetsuo, nel 1989 e che comprende anche ruoli di attore come nell’ultimo film di Martin Scorsese Silence. Abbiamo incontrato Shinya Tsukamoto nell’appartamento che di solito affitta al Lido di Venezia.

A differenza del tuo precedente film, Fires on the Plain ambientato durante la Seconda guerra mondiale, in Killing (Zan, il titolo giapponese) la collocazione storica riguarda la fine di un lungo periodo di pace, l’epoca Edo, con i disordini legati al conflitto tra le diverse fazioni. E non è un jidaigeki crepuscolare come lo sono di solito i film ambientati in questo periodo. Perché hai scelto quindi di ambientare Killing in questa fase delicata della storia del paese?

Shinya Tsukamoto: Il periodo in cui è ambientato Killing è esattamente la fine dell’epoca Edo ed è stato quello più turbolento perché si veniva da duecentocinquanta anni di pace apparente, e poi è stato tutto rivoluzionato dall’arrivo del Commodoro Perry, con le navi nere, preludendo alla possibilità di una guerra catastrofica. Adesso sta avvenendo la stessa cosa: sono circa 70 anni che in Giappone vige la pace, ma in questo periodo tutto sta cambiando e tutto lascia presagire uno stesso disordine interno e la possibilità che si possa andare incontro a una guerra. Ho scelto quel periodo proprio per analogia.

Alludi quindi al fatto che il Giappone si sta dotando di un esercito tradizionale, in luogo del corpo di autodifesa?

Shinya Tsukamoto: La cosa principale è quella di considerare che le persone che hanno partecipato all’ultima guerra ormai sono quasi tutti morte e quando si perde la memoria dell’orrore e si perde anche il senso della memoria stessa e aumentano esponenzialmente le persone che pensano che la guerra sia una cosa fattibile. Questo è il rischio e infatti è quello che sta avvenendo.

Le scene di combattimento sono molto ben costruite e in particolare l’ultima, dell’uccisione, è molto veloce e mi sembra che porti alle estreme conseguenze il concetto di glimpse del cinema di King Hu. Come ci hai lavorato?

Shinya Tsukamoto: Ci tengo a precisare che quella scena è in velocità reale, non ho usato effetti speciali, non ho usato accelerazioni, è proprio quello che volevo restituire nella sua naturalezza, e lì si sente il suono “zan”, il taglio. Quando abbiamo consultato il maestro di spade, ha detto che questo movimento deve essere rapidissimo per uccidere. Zan!

L’uso della macchina a mano è una tua cifra stilistica. Anche qui genera grande inquietudine.

Shinya Tsukamoto: Al di là del fatto che è la mia cifra stilistica, come dici, nello specifico dei jidaigeki e dei film con combattimenti, si usano inquadrature molto fisse, ferme per esaltare la bellezza della spada. Io tutto volevo tranne quello. Al contrario volevo far sentire la pulsazione di questo vivere intorno alla spada, anche con le relative connotazioni negative, quindi assolutamente mi serviva che fosse così.

La prima scena di Killing rappresenta proprio la forgiatura delle katana. Perché?

Shinya Tsukamoto: Quello che mi interessava era far vedere il film all’interno di un ambiente prevalentemente naturale, però all’interno di questa natura volevo partire con la rappresentazione della formazione di uno strumento, un pezzo di tecnologia. Era importante fosse qualcosa di malleabile, da formare, creare, perché lì c’è la creazione di qualcosa che poi diventa la spada nella mano del ragazzo nei momenti successivi. Mi interessava che nascesse da una materia informe.

Perché la coccinella?

Shinya Tsukamoto: Non avevo pensato subito alla coccinella quando ho scritto la prima stesura della storia, ci ho pensato dopo. Comunque a voler leggere nella coccinella la metafora del samurai, bisogna pensare che il samurai in realtà ha due potenziali destini. Così come la coccinella sale e spicca il volo nel cielo, che è un po’ paradiso e un po’ cielo, un samurai man mano che scala la sua carriera può diventare particolarmente importante oppure può morire e andare nel cielo. Ha due strade non una. Nel film la metafora della coccinella viene fuori in un momento qualsiasi, non nel momento in cui si combatte, quando si sta vivendo normalmente. E quello serve anche a simboleggiare qualcosa che possa improvvisamente arrivare nel pieno della pace, seguendo un periodo di pace e poi arrivare a un qualcosa di diverso. È una questione di possibilità che si danno gli esseri umani.

Il tuo personaggio è estremamente sfaccettato. Lascia per esempio morire dissanguato il villain perché possa riflettere sulle sue colpe. Sembra dotato di saggezza ma anche lui sente il richiamo della violenza.

Shinya Tsukamoto: Quando ho costruito questo personaggio in realtà non era così, ha subito una serie di evoluzioni. Effettivamente a livello di risultato, è un samurai di quelli che piacciono alla gente, perché esegue gli ordini che gli vengono dati, sa di avere degli obiettivi che sono quelli della sua comunità, li esegue senza discuterli, ed è molto determinato in questa strada quindi è un personaggio molto positivo. È un personaggio che potresti spostare nella contemporaneità e vedere come un cittadino modello. Io l’ho fatto con questo intento, con una positività, ma alla fine quando ho visto cosa avevo fatto, mi sono reso conto che era proprio il tipo di persone di cui ho paura, che sono quelli che portano alle guerre. Alla fine sarà applaudito, piacerà questo personaggio qualsiasi cosa sia, ma è una tipologia di essere umano che non voglio, anche per la sua tendenza verso la violenza.

Leggi anche l’intervista a Tsukamoto dal Festival di Locarno del 2005.

Info
La scheda dedicata a Killing sul sito della Biennale.
  • Intervista-a-Shinya-Tsukamoto-Venezia-75001.jpg

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