Venezia 2018 – Bilancio

Venezia 2018 – Bilancio

La Mostra di Venezia 2018 si conclude con il Leone d’Oro a ROMA di Alfonso Cuarón e le polemiche sulla probabilmente scarsa distribuzione in sala che avrà tramite Netflix. Intanto la direzione di Alberto Barbera conferma il suo posizionamento geopolitico, facendo leva sugli ingranaggi difettosi di Cannes.

“Venezia a Roma”, “Roma ha vinto”, “Finalmente Roma è davvero campione a settembre”. I giochi di parole e i motti di spirito si sono sprecati sul trionfo di ROMA di Alfonso Cuarón, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2018. Un verdetto se non annunciato quantomeno ampiamente prevedibile, visto che fin dal suo primo passaggio in anteprima stampa le falangi di accreditati si erano compattate, con qualche fisiologica eccezione: il regista messicano riesce così finalmente a conquistare la kermesse lagunare, dopo aver ottenuto il premio per la sceneggiatura nel 2001 con Y tu mamá también, e l’Osella per il contributo tecnico nel 2006 con I figli degli uomini (nel 2013 Gravity aprì la Mostra ma venne presentato fuori concorso). Se la vittoria di ROMA era da mettere in conto, le polemiche che vi hanno fatto seguito e che stanno rimbalzando tra comunicati, agenzie stampa e pagine dei social network non riguardano in nessun modo la qualità artistica del film. Il punto su cui in molti – comprese associazioni di categoria, come l’ANAC, la FICE e l’ACEC, che hanno dato alle stampe un comunicato congiunto – si stanno dando battaglia riguarda il futuro prossimo del film di Cuarón, i cui diritti di diffusione sono stati acquistati da Netflix – che in nessun modo ha partecipato alla produzione, come invece erroneamente è stato scritto da più parti. Netflix, il gigante dell’intrattenimento fondato oltre venti anni fa in California da Reed Hastings e Marc Randolph, era dopotutto il pomo della discordia fin dalla presentazione della Mostra, lo scorso luglio a Roma. Là dove Cannes alzava il muro, escludendo dalla selezione una piattaforma che non garantiva i 36 mesi di sfruttamento cinematografico dell’opera dopo il passaggio in anteprima al festival, Venezia agiva nella forma completamente opposta: sì ai film di Netflix, anche in concorso, e nessun accordo preventivo sull’eventualità che questi titoli possano avere anche una distribuzione in sala.
Ecco dunque l’oramai arcinota N rossa su sfondo nero dominare gli schermi del Lido, con tre titoli in concorso (ovviamente Cuarón, ma anche The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen, che si sono portati a casa la miglior sceneggiatura, e 22 July di Paul Greengrass), Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, il film sull’omicidio di Stefano Cucchi, nella sezione Orizzonti, e il film “ricostruito” di Orson Welles, The Other Side of the Wind, accompagnato dal non imprescindibile documentario di Morgan Neville They’ll Love Me When I’m Dead. Un cambio di prospettiva di non poco conto, che assume però – contrariamente a quanto letto in giro – un valore più politico che culturale.

Sulla questione Netflix si sono creati immediatamente due blocchi contrapposti, quasi ideologici nel loro punto di vista ed entrambi carenti sotto il profilo dell’approfondimento. Il vulnus della questione riguarda ovviamente il rischio concreto di una mancata fruizione in sala dei film distribuiti da una piattaforma come Netflix. Da un lato si pongono dunque i fautori di una diffusione più immediata e capillare, che Netflix arrivando direttamente nelle case degli utenti può garantire, e dall’altro i detrattori di una simile ipotesi, che affligge ulteriormente le già sofferenti – almeno in Italia – sale cinematografiche. Entrambe le posizioni hanno delle ragioni attorno alle quali si sono conformate. Entrambe le posizioni sembrano però perdere di vista l’obiettivo finale, che dovrebbe essere peculiarmente culturale. Entrambe le posizioni, infine, in qualche modo stanno combattendo una battaglia di retrovia.
Un film come ROMA, dal potere visivo strabordante, costruito sui campi lunghi e lunghissimi e su piani sequenza articolati e assai difficoltosi da un punto di vista tecnico – si veda il pre-finale con il carrello laterale che scivola nell’oceano –, dovrebbe poter essere visto su un grande schermo. Lo stesso discorso vale ancora di più ovviamente per il Welles postumo, pensato e girato per di più in un’epoca in cui i film arrivavano in televisione anni dopo il loro passaggio nei cinema. Questa dovrebbe essere un’ovvietà. Non si tratta di decidere quale strumento distributivo permetta di raggiungere il maggior numero di spettatori – chiave di lettura senza dubbio indispensabile, ma che si occupa della questione commerciale, e non estetica – ma quale luogo consenta di godere dei suddetti film nel modo più adeguato. E quel luogo è indubbiamente la sala cinematografica. Si potrebbe anche aprire una disquisizione sul paradosso che vuole film prodotti per essere fruiti solo in televisione o su un tablet pensati e girati con uno stile marcatamente cinematografico quando troppe produzioni che ambiscono a una distribuzione “classica” (e se ne sono viste anche al Lido) in realtà mettano in mostra regie calibrate sui tempi, i cromatismi e le dimensioni di schermi medi o piccoli. Ma porterebbe lontano. Anche perché, come si accennava dianzi, la querelle Netflix scoperchia un nido di vespe in cui si agitano spettri che rispondono ai nomi di politico e culturale. Cercando di allargare il discorso alla domanda “Venezia ha fatto bene a selezionare anche titoli già acquisiti per la diffusione online da Netflix?” non si può che rispondere di sì. Chi avrebbe fatto a meno di The Other Side of the Wind? Chi si sarebbe preso il lusso di escludere un lavoro come quello di Cuarón? Ma non basta neanche solo questo…

Netflix deve essere il punto di partenza, finalmente esibito ed evidente, per iniziare davvero a ragionare sulla Mostra come bastione per la difesa non solo della fruizione in sala – argomento spinoso, e che si cercherà di accennare tra poco – ma anche e soprattutto della percezione del cinema come elemento culturale all’interno di un sistema-nazione che sta franando, purtroppo non solo metaforicamente, pezzo dopo pezzo. Netflix è un colosso straniero, dal quale sarebbe semmai doveroso pretendere il pagamento di tasse eque, le stesse che non versano allo Stato i suoi “cugini” Amazon, Google, Facebook, Microsoft, Apple; una battaglia politica e culturale, che probabilmente però non verrà mai combattuta davvero. A parte questo, sarebbe facile concentrare l’attenzione sul cattivo Netflix, ma significherebbe fare la parte degli orbi: quanti sono i film “difficili” (per sfruttare anche una discussa definizione della Legge Franceschini) che negli anni non hanno trovato uno straccio di distributore capace di credere in loro? Basterebbe l’esempio di un Leone d’Oro recente, The Woman Who Left di Lav Diaz, che dopo essere stato acquistato da Microcinema ed essere stato risucchiato dal fallimento di quest’ultima, è finito nel portfolio di Fil Rouge Media che di fatto si limita ad affittarlo agli esercenti che ne fanno richiesta. Il risultato? Il film non si può neanche definire realmente distribuito, e ancor meno è pensabile che raggiunga il pubblico generico. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg di una situazione incresciosa della distribuzione italiana, sempre più in crisi sia da un punto di vista economico che di idee. Non è improbabile che se il film di Lav Diaz fosse stato acquistato da Netflix o da un suo concorrente diretto – il Leone d’Oro apre il fianco probabilmente anche a un aumento di piattaforme analoghe – a oggi sarebbe stato visto da un numero maggiore di spettatori. Un dato che va letto in tutte le sue sfumature, per lo più inevitabilmente positive.
Ma la Mostra, organo dello Stato che promuove e difende il cinema in qualità di oggetto artistico prima che commerciale, dovrebbe in ogni caso essere il primo – se non principale – campo di battaglia per ripensare i modi per difendere la fruizione in sala di un film. Senza gridare al “nemico alle porte”, ma anche senza accettare in modo prono lo stato delle cose (a oggi, nonostante ciò che si legge in giro, Netflix non si è mai impegnato nell’uscita in sala dei film al di fuori del lancio negli Usa in prospettiva-Oscar: non fa eccezione neanche il film su Cucchi, che raggiungerà le sale solo per intermediazione di Lucky Red). Preservare il ruolo della sala è anche una scelta che va inconto a quelle migliaia di persone che amano recarvisi, per esempio, e preferiscono uscire di casa che rimanere davanti al computer o al televisore. Ma al di là del piacere estatico nel lasciarsi sopraffare da un’immagine proveniente da un grande schermo, la sala cinematografica va difesa anche perché permette la condivisione (stesso spazio, stesso tempo) di un’arte. Di fronte all’incedere di forme di fruizione sempre più personalistiche e chiuse nel loro bozzolo – l’unico difetto che si può ascrivere per esempio alla realtà virtuale, che pure giustamente la Mostra sta contribuendo a promuovere – la sala resta un luogo reale in cui incontrarsi, discutere, forse anche scontrarsi. Un luogo in cui la prassi dialettica ha ancora un valore, al di là di esagitazioni ed esagerazioni (ogni riferimento all’episodio increscioso capitato al termine della prima proiezione stampa di The Nightingale di Jennifer Kent non è casuale) che sono in ogni caso lo specchio di una società sempre più incancrenita e malsana. Non si può e non si deve dunque in nessun modo rinunciare con facilità alla sala, architettura che non ha ordine di grado, di censo o di classe e permette ancora una seppur flebile forma di dialogo.

Ci si è abituati a vedere la Mostra, e il mondo dei festival nel suo complesso, come l’eccezione alla regola, il non-luogo in cui ancora è consentito passare da una sala all’altra, da un emisfero produttivo all’altro, senza disagi – se non alimentari, ma questa è una storia vecchia e meriterebbe un approfondimento a parte. Sarebbe opportuno fare leva sulla nuova attenzione riservata dal sistema mediatico internazionale a ciò che avviene al Lido – merito anche della querelle-Netflix, ma non solo, e in ogni caso agevolata dal suicidio programmatico cui sta andando incontro la Cannes gestita da Frémaux – per ricominciare a inserire il cinema e i film nel sistema culturale di questo Paese, a partire da una vera e netta presa di posizione del MIUR e da un lavoro concreto per donare nuovo slancio a un’industria dell’immaginario che ha disperso nel corso del tempo energie e possibilità. Vedere di nuovo il Lido pieno di accreditati, in controtendenza rispetto agli ultimi anni, quando si palesava davanti agli occhi una tragica emorragia di presenze, è indubbiamente il primo e vero successo della Mostra di Venezia 2018, e il dato da cui ripartire con maggior veemenza. Un discorso che non vale solo per la presenza di Cuarón e ancor meno per Welles, ma che abbraccia scelte pop e un Orizzonti più interessante e competitivo anche per la presenza di realtà geografiche con troppa facilità snobbate negli anni passati – non è certo un caso né l’affermazione di Manta Ray del thailandese Phuttiphong Aroonpheng né la miglior regia al kazako Emir Baigazin per The River – e per il ritorno di autori realmente in grado di ampliare l’orizzonte dell’immaginario, a partire da Garin Nugroho che mancava dal Lido da dodici anni, quando venne presentato sempre in Orizzonti il magnifico Opera Jawa.

Al di là di tutto appare evidente come la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si trovi a un bivio, e che la direzione che intraprenderà sarà fondamentale non solo per il suo posizionamento nello scacchiere internazionale – dove per quest’anno sembra aver scalzato Cannes dagli interessi della stampa – ma soprattutto per il dibattito sul cinema in Italia. Un dibattito che sarebbe utile rendere il più aperto possibile, perché ragionare su un sistema produttivo e distributivo significa ragionare anche su un immaginario, e su tutto ciò che esso comporta anche a livello sociale e politico. Utilizzare ciò che accadrà tra pochi mesi, quando si capiranno davvero le intenzioni di Netflix, come terreno di confronto invece che come posizionamento da un lato o dall’altro della barricata, sarà indispensabile. Con la speranza che non si perda quest’occasione, già smarrita in altri campi – il dibattito su un’altra questione fondamentale, quella del ruolo delle donne nel sistema produttivo e creativo, si è con troppa facilità trasformato in un atto di conservazione dello status quo, senza alcuna volontà di allargare la visuale. Al di là di questa o di quell’altra polemica, la Mostra si occupi di difendere il cinema nella sua forma più allargata possibile, sostenendone la pluralità di sguardi e prospettive, la libertà, l’anarchia, la non accettazione delle regole preconfezionate. E lo faccia anche al di fuori del Lido, durante tutto l’anno.

Info
Il sito ufficiale della Mostra di Venezia 2018.
La cerimonia di premiazione della Mostra di Venezia 2018.

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