M

Presentato in concorso alla Settimana della Critica di Venezia 2018, M di Anna Eriksson è un esordio difficilmente classificabile, anche respingente, a suo modo estremamente coraggioso. La messa in scena di un’ossessione personale. La messa a nudo di un mito, di un’icona della sensualità e dell’immaginario erotico maschile che la Eriksson riconduce per mano nell’emisfero femminile. Un’opera prima che sarà probabilmente sempre fuori posto e fuori tempo, lynchiana nelle intenzioni ma non nei risultati.

Il corpo

M esplora il rapporto tra sessualità e morte, due concetti che sono solo all’apparenza due poli opposti, ma che in realtà si fondono in ognuno di noi, mascherando la paura della morte o il suo desiderio, il mondo dell’eros… [sinossi]

Tra le visioni più stranianti della Mostra del Cinema di Venezia 2018. Senza dubbio. Come, senza dubbio, è tra le scelte più – consapevolmente – rischiose della 33a edizione della Settimana della Critica, la terza targata Giona Nazzaro. M di Anna Eriksson è un po’ così, un esordio in equilibrio alquanto precario tra nobili riflessi lynchiani e una patinata sterilità.
Arriva dalla Finlandia questo strano oggetto, un’opera prima che ha bisogno di una certa pazienza e di un lavoro di deframmentazione post-visione. La scelta della SIC è il linea con la ricerca delle ultime edizioni, incurante dei rischi e dei possibili tonfi. Un po’ come il film della Eriksson, che guarda soprattutto a Lynch, alla pittura (Bacon, Hopper, magari anche Magritte), persino a Gaspar Noé. Non citazioni ma influenze, possibili influenze, labirintiche, anche inconsce. M è della stessa materia di cui sono fatti gli incubi. E le ossessioni. M come Marilyn, in una sorta di psicanalitico biopic che si inabissa volutamente nel buio, nella notte nera come la pece.

A tratti, efficace e seducente come un’installazione. Sempre a tratti, insondabile e ripiegato su se stesso. È il pregio e il limite di questo UFO festivaliero, programmaticamente criptico e al contempo programmaticamente aperto a letture e riletture, a domande più che risposte. Volendo fare un paragone mainstream, è doveroso riconoscere ad Anna Eriksson la capacità di mettersi in gioco, di scegliere percorsi davvero poco battuti: insomma, facendo le debite proporzioni, un po’ come fece Ryan Gosling con la sua prima e al momento unica regia, Lost River, che setacciava l’immaginario e l’estetica di Refn, Jodorowsky e altri suoi paladini della Settima Arte.
I binari poco accomodanti scelti da Eriksson (e Gosling) non possono però vivere di luce riflessa: unendo i puntini dalla scarificazione quasi cronenberghiana di Marilyn/Eriksson alle composizioni scultoree e pittoriche delle inquadrature (per dire, assai incisiva la sequenza col corpo di Marilyn accasciato a terra, in maniera piuttosto disturbante) ci restano tra le dita alcune suggestioni visive e narrative, mentre il resto scivola via, trascinato dal flusso dell’autoanalisi.

Eros e thanatos. Cinema e pittura. Icona e corpo. Immagine e racconto. Anna Eriksson si mette in gioco con M, lontanissima dalle placide rive della musica pop [1]. Però, esaurita l’intuizione della sovrapposizione e dello sdoppiamento (lei è M, il suo corpo nella finzione, entrambe donne e icone in un percorso che ha i contorni di una via crucis annunciata, di un sacrificio sull’altare di una società cannibale e patriarcale), riordinato il puzzle dei debiti cinematografici e pittorici, ricomposti i tasselli del flebile canovaccio, ci si trova a fare i conti con altre opere sperimentali, volutamente dissonanti, disallineate. Ad esempio, La casa lobo, molto più lucido nel (ri)elaborare immagini, significanti e significati. Molto più consapevole nello scardinare – se e quando necessario – la tecnica, il cinema, l’arte.

Note
1. Anna Eriksson si immerge umanamente e artisticamente in M: regista, sceneggiatrice, produttrice, interprete, montatrice, scenografa, costumista, autrice delle musiche…
Info
La scheda di M sul sito della SIC.
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