A Hole in the Head

A Hole in the Head

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Presentato in concorso alla 43esima edizione del Polish Film Festival di Gdynia, A Hole in the Head – esordio al lungometraggio dello sceneggiatore Piotr Subbotko – è una raffinata riflessione, amara e grottesca, sull’attore come idiota e sull’idiota come attore.

La vita è solo un’ombra che cammina…

Un attore, Chudy, porta in tournée Il teatrante di Thomas Bernhard, viaggiando sulla linea del confine con la Bielorussia insieme alla sua compagnia. Il contenuto della commedia pian piano si incrocia con la vita del protagonista, rimandandogli alla memoria la realtà della sua condizione, tanto che nel momento in cui torna nel suo villaggio natale al capezzale della madre morente, resta sconvolto dal trovarsi in casa il misterioso autistico Andrzejek, che si rivela pian piano una sorta di suo doppelganger. [sinossi]

Il lungometraggio d’esordio di Piotr Subbotko, A Hole in the Head – in concorso alla 43esima edizione del Polish Film Festival di Gdynia – comincia con un uomo che, interrogato in questura dalla polizia, afferma di non capire il polacco e assicura di essere italiano, mettendosi a citare i primi passi della celebre canzone di Toto Cutugno (e scatenando l’ilarità del pubblico polacco, che evidentemente ancora ben conosce la hit del Toto nazionale). Nella sequenza successiva, quello stesso uomo, al cospetto della corte che lo ha messo sotto processo non si sa bene per quale motivo, dichiara di essere russo. Scopriremo subito dopo che in realtà trattasi di un attore, Chudy, che viene poi rilasciato per permettergli di andare a trovare la madre morente.
Con questo incipit, Subbotko – che ha una lunga carriera come sceneggiatore – mette subito in chiaro le cose: A Hole in the Head sarà un film su un attore, o per meglio dire un film sulla consustanziale mancanza d’identità di chi ha consumato le suole nel calcare le assi del palcoscenico, fino a trovarsi nella condizione di arrivare alla paranoia e al mutismo.

A Hole in the Head si pone così subito nella scia di una tradizione teatral-cinematografica tipicamente novecentesca, quella del personaggio senza ruolo, dell’attore senza parte, pirandellianamente inteso, e della confluenza totale e ormai inscindibile tra teatro della vita e teatro-teatro. Gli esempi, in campo cinematografico, sono in tal senso numerosissimi, da Vanya sulla 42esima strada di Louis Malle a I fratelli Karamazov di Petr Zelenka, passando per La recita di Theo Angelopoulos (dove, però, la compagnia di giro era più che altro testimone dei mutamenti in atto in Grecia nel corso dei decenni), senza dimenticare Il volto di Ingmar Bergman. Subbotko però ci fa capire ben presto di voler seguire un pista tutta sua – e anche abbastanza radicale – e nel farlo non poteva non alludere al drammaturgo che più di tutti nel secondo Novecento ha distrutto l’idea stessa di scena teatrale, vale a dire Thomas Bernhard.

Il nostro Chudy, infatti, prima (o dopo, o durante) di andare dalla madre morente, va in giro per teatri di provincia a portare con la sua compagnia Il teatrante di Thomas Bernhard. E in questa fase i passaggi dalla scena al fuori scena, dal pranzo di pausa a quello sul palco, sono giocati abilmente senza soluzione di continuità, facendoci addentare in un turbinio di verità e finzione tale da prendere al collo e da soffocare il respiro (ed è tipico di Bernhard il meccanismo dell’ossessivo arrovellarsi razionale che finisce per far esplodere il cervello in un mare d’irrazionalità). Così, anche i litigi e gli insulti con il pubblico finiscono per rientrare in questo gioco di specchi infinito. A quel punto Chudy molla tutto e se ne va dalla madre, forse a ritrovare le sue radici, chissà, e con loro la sua identità.

Ma è qui che Subbotko innesta una geniale stratificazione del discorso. Anche nel reale, anche fuori scena, Chudy assiste a delle messe in scena: la madre sarà veramente malata o non sta forse fingendo? E quell’autistico che la madre ha deciso di ospitare nella stanza di Chudy quando questi era via chi è esattamente? Il fratello di Chudy, un povero mentecatto, il doppelganger del protagonista, oppure un raffinatissimo attore? Facendo entrare il film in questa dimensione paranoica, Subbotko in A Hole in the Head allude per l’appunto al grado zero della recitazione, al parallelismo tra l’idiota e il mattatore, entrambi sostanzialmente ottusamente privi d’identità. E allude, inoltre, alla irresistibile tentazione per un attore di imitare chi ha di fronte, in modo quasi inerte e inconsapevole. Va a finire così che l’attore diventa l’idiota e l’idiota diventa l’attore. Che l’uno e l’altro pari sono. Ciò che resta è l’insensatezza e la vanità del tutto, esplicitata da quegli sguardi muti e ormai vitrei che l’uno scambia con l’altro. Perché come diceva Macbeth: «La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte, e poi di lui nessuno udrà più nulla: è un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato!»

Info
La scheda dedicata a A Hole in the Head sul sito del Polish Film Festival di Gdynia.
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