Werewolf

Werewolf

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Costruito a partire da un’interessante idea dai contorni orrorifici – otto bambini denutriti, sopravvissuti a un campo di prigionia nazista, vengono assediati in una villa abbandonata da dei cani, a loro volta affamati – Werewolf di Adrian Panek finisce però per non osare abbastanza. In concorso al Polish Film Festival di Gdynia.

Cani arrabbiati

Estate del 1945. Un orfanotrofio temporaneo viene stabilito in una villa abbandonata circondata da una foresta. Vi trovano rifugio otto bambini appena liberati dal campo di Gross-Rosen. La giovane Hanka, anche lei ex internata, si ritrova nella condizione di prendersi cura dei bambini. Tutti sembrano sul punto di tornare lentamente alla vita dopo le atrocità delle SS, quando però l’orrore si palesa nuovamente, stavolta sotto forma di rabbiosi pastori tedeschi. [sinossi]

La tragedia della Seconda Guerra Mondiale non può non continuare a essere un contenitore inesauribile cui attingere storie, temi e chiavi di lettura, in particolare per un paese come la Polonia, dove sostanzialmente la guerra è cominciata e dove la distruzione è stata più impressionante che altrove, e dove – infine – ha anche avuto luogo il peggior orrore di tutta la storia dell’umanità, quello dei campi di sterminio nazisti, visto che le SS pensarono bene di costruire la maggior parte dei campi non a casa loro, ma in territorio polacco.
Ed è anche giusto provare a declinare questo orrore dandogli un aspetto da film di genere (del resto, dopo che negli anni Settanta ha imperversato il nazi-erotico, a partire da Il portiere di notte, si può fare tutto), come succedeva in parte nel recente cinema polacco in The Reconciliation (visto alla scorsa edizione del Trieste Film Festival) e come succede in maniera più netta in Werewolf, presentato in concorso alla 43esima edizione del Polish Film Festival di Gdynia.
In questo film diretto da Adrian Panek, infatti, l’orrore storico si sposa con quello cinematografico. Non è una novità, sia chiaro, ma quel che funziona – almeno potenzialmente – è la scelta di aver impostato il racconto su otto bambini che devono tornare lentamente alla normalità della vita dopo essere stati internati nel campo di Gross-Rosen. Costretti a una vita di stenti, i più piccoli di loro si comportano come bestioline furenti, che si azzuffano per accaparrarsi il poco cibo che c’è in giro, e tutti trovano infine rifugio in una specie di improvvisato orfanotrofio – non hanno più genitori, uccisi dai nazisti – all’interno di una villa abbandonata.
Qui scatta allora la vera idea del film: i bambini, coordinati dalla più grande Hanka (cui hanno messo gli occhi i più grandi del gruppo, i due adolescenti), si ritrovano improvvisamente assediati, dato che un branco di rabbiosi pastori tedeschi ha il forte desiderio di assaggiare le loro carni.

Ecco dunque che in tal modo la questione funziona sia a livello simbolico che a livello narrativo. Da un lato, abbiamo il discorso relativo al classico homo homini lupus, dove cani e bambini – condizionati dal terrore imposto dalle SS – sono precipitati in un turbinio di degradazione da cui sembra non esserci più scampo, e dunque ogni tentativo di ritorno alla normalità post-campi di sterminio appare impossibile; dall’altro, invece, vi è il discorso meramente cinematografico, vale a dire che l’horror è preparato in termini perfetti. Infatti, l’impostazione funziona sia perché vittime (bambini) e carnefici (cani) si potrebbero cambiare di ruolo e sono comunque soggetti a un ulteriore carnefice ormai estinto che ha seminato il male (i nazisti), sia perché si ha un’unica location – la villa abbandonata e isolata – che è un topos del genere, sia perché il tema di personaggi assediati è quello che riesce a esasperare meglio i conflitti, come d’altronde insegna il grande cinema americano, da Carpenter a Romero.

Tutto andrebbe dunque a meraviglia, se non fosse però che Werewolf non ha il coraggio di portare fino in fondo queste premesse, e decide di ritrarre la mano proprio quando il vero orrore deve scatenarsi (come, ad esempio, l’inevitabile passaggio al cannibalismo). Si resta così sospesi, a partire dall’ambigua figura del protagonista, uno dei due adolescenti, che ha tentazioni sadomasochistiche e forse, in cuor suo, vorrebbe ancora ritrovarsi nel campo di sterminio. Lui è l’unico capace di controllare i cani (ma lo nasconde agli altri) ed è l’unico che è rimasto tanto impressionato dalle parole d’ordine naziste che continua a ripeterle tra sé e sé. Inoltre è attratto sessualmente da Hanka, tanto da non intervenire quando lei viene insediata da dei militari sovietici e tanto da sperare che il suo rivale in amore – l’altro adolescente – finisca sbranato dai cani. Ma tutto questo si risolve poi in un’improvvisa svolta pseudo-francescana in cui uomini e animali ritrovano improvvisamente il senno, finendo così per affossare tutto quello che era stato costruito fino a quel momento. Ed è un vero peccato, perché Werewolf aveva tutte le potenzialità per venir classificato come uno degli horror dell’anno, se non fosse che – purtroppo – alla fine non è neanche veramente un horror.

Info
La scheda di Werewolf sul sito del Polish Film Festival di Gdynia.
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