7 Emotions

7 Emotions

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In concorso alla 43esima edizione del Polish Film Festival di Gdynia, 7 Emotions è una commedia grottesca e malinconica sul tempo andato dell’infanzia, giocata su uno spassoso paradosso, dal sapore brechtiano, quello di far interpretare i bambini protagonisti a una serie di – bravissimi – attori adulti.

Tu chiamale, se vuoi, emozioni

Paura, rabbia, tristezza, gioia, disgusto, invidia, vergogna. Adam torna indietro alla sua infanzia quando, come d’altronde molti di noi, aveva difficoltà a trovare nome alle emozioni che provava. Per migliorare la qualità della sua vita da adulto, decide perciò di tornare indietro a quel periodo. [sinossi]

Non è probabilmente un caso che i film migliori visti alla 43esima edizione del Polish Film Festival di Gdynia siano stati realizzati da registi che prima di tutto sono scrittori, vale a dire A Hole in the Head dello sceneggiatore Piotr Subbotko e questo 7 Emotions, diretto da una vecchia volpe del cinema polacco, come Marek Koterski, che vanta una solida carriera di drammaturgo. Ciò forse vale da conferma rispetto a quanto ci diceva qualcuno qui a Gdynia, e cioè che in molti hanno perso il filo della tradizione della solidità di scrittura, un tempo caratteristica saliente del cinema polacco (basti pensare alla raffinatezza di un film come Le signorine di Wilko di Wajda, presentato in versione restaurata qui a Gdynia); un fatto che è dimostrato in negativo da non pochi film visti in questi giorni, da Werewolf a The Butler, passando per Clergy e per Pardon, tutti tecnicamente molto curati e potenzialmente molto interessanti, ma indeboliti per l’appunto da sceneggiature tutt’altro che perfette.
In 7 Emotions, invece, si percepisce una fermezza di racconto tale da permettere anche di prendersi delle libertà non da poco, come ad esempio strutturare l’andamento narrativo a partire da una serie di eccentriche digressioni, che però riescono alla lunga a comunicare tra loro e soprattutto valgono come pezzi di un simbolico puzzle attraverso il quale Koterski riesce a costruire un personalissimo discorso sull’infanzia.

L’idea di 7 Emotions, più che le emozioni stesse citate nel titolo, è quella di far ritornare all’infanzia il suo protagonista Adam, continuando a utilizzare lo stesso attore adulto e non un bambino (Michał Koterski, figlio quarantenne del regista, eccellente commediante). E, di conseguenza, in quella scuola elementare in cui Adam torna con la mente, tutti i suoi compagni sono bambini interpretati da adulti, spesso e volentieri anche più anziani nella realtà dei loro genitori di finzione. Si tratta di una soluzione non certo inedita, che viene però portata avanti in 7 Emotions in modo abbastanza coerente, delineando un tono grottesco a sopra le righe spesso molto arguto, sorretto tra l’altro da una recitazione di altissimo livello di tutto il cast, dove ciascun attore si esibisce in una reprise/parodia di quel che si è stati da bambino (oltre al protagonista, è straordinaria, tanto per fare solo un altro esempio, Gabriela Muskała, che interpreta una ‘secchiona’ abituata a ripetere tutto a memoria, ma con il difetto ogni tanto di incepparsi e di dover ricominciare ogni volta la pappardella mnemonica).
Il mondo di questi flashback fiabeschi di 7 Emotions – flashback che rappresentano, comunque, la quasi totalità del film, ad eccezione di brevi cornici nel presente in cui Adam parla con la narratrice/psicoanalista – è un mondo volutamente assurdo, grottesco e divertente, ma – si comincia a percepire pian piano – è anche un mondo dai toni inquietanti, che quasi ricorda il surreale capolavoro herzoghiano Anche i nani hanno cominciato da piccoli, un universo dunque abitato da esseri non adatti a muoversi nello spazio che il beffardo destino ha affibbiato loro.
Lo straniamento dal sapore brechtiano, in cui Koterski ci immerge, riesce infatti immediatamente a divertire a partire dalle lagne esasperate che Adam fa nella prima sequenza in cui la mamma esce per andare a lavoro e in cui, però, torna alla mente un film mediocre, ma che ha fatto epoca, come Tanguy. Per fortuna in 7 Emotions il discorso ben presto si ispessisce di senso tanto da farci capire che la trovata degli adulti/bambini è tutt’altro che una semplice boutade, anzi. Si intuisce infatti che i bambini nei corpi di adulti sono come il bambino nel corpo di un burattino, di Pinocchio cioè, che vive in un mondo crudele e che a sua volta è crudele e cattivo come solo i bambini sanno essere.

I protagonisti di 7 Emotions hanno infatti parecchio in comune con il Pinocchio di Collodi: non imparano mai a essere bravi, non riescono ad accettare le regole orribili del mondo adulto (come il cane che viene ucciso dal padre di Adam), non riescono ad adattarsi al grigiore generale, ma soprattutto hanno dei corpi resistenti e quasi indistruttibili, ben più delle loro fallaci anime, come ovviamente lo stesso Pinocchio; e lo dimostra nel pre-finale la formidabile scena dell’impiccagione che ci sembra richiamare, in maniera chissà quanto consapevole, una simile situazione del romanzo collodiano, quando Pinocchio viene impiccato dal gatto e dalla volpe (che, tra l’altro, pare dovesse essere il vero finale del libro di Collodi). Nella sequenza simile di 7 Emotions ritroviamo infatti quella stessa sensazione di orrorifico precipitare nell’incubo, e tutto lo scherzo su cui è costruito il film fino a quel punto si ribalta in un inesorabile dispiegamento dell’abisso.

L’elemento fiabesco è, d’altronde, centrale in 7 Emotions, dove anche le scenografie sono sovraccariche come a tendere a rappresentare una sorta di gigantesco luna park giocoso (e demoniaco). E dove i personaggi parlano per frasi fatte, giochi di parole e filastrocche, come è tipico dei bambini, ma fino ad arrivare all’ossessione della parola usata come suono più che come senso logico (si veda in tal senso la paradossale insistenza dell’insegnante di geografia che dedica tutto l’anno scolastico a interrogare i suoi studenti sugli affluenti del Nilo). Ne nasce così una commedia in cui il ritmo è dato più dai dialoghi che dalla costruzione delle sequenze in sé, segno evidentemente dell’estrazione teatrale Koterski, e che a tratti – pur sempre apprezzabile per la rigorosa musicalità dell’ordito linguistico – finisce però per dilatare troppo la durata delle singole scene. Si tratta, in ogni caso, di un peccato veniale, spesso sovrastato dall’inesauribile inventiva delle situazioni in cui Koterski immette i suoi personaggi, marionette invecchiate e ottuse, pronte al macero.

Info
La scheda di 7 Emotions sul sito del Polish Film Festival di Gdynia.
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