Intervista a Paolo Bertolin

Intervista a Paolo Bertolin

Da undici anni a questa parte, Paolo Bertolin è per molti “l’uomo del sud est asiatico” della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. “Nel 2007, al Far East Film Festival di Udine, il critico tedesco Olaf Möller ed io contattammo l’allora Direttore Artistico della Mostra Marco Müller per segnalargli che il regista filippino Lav Diaz stava lavorando a Death in the Land of Encantos e che il lavoro era a nostro avviso da tenere in considerazione per l’edizione veneziana di quell’anno. Müller dimostrò interesse e curiosità, e selezionò il film per il Concorso di Orizzonti nell’ambito del quale fu premiato. Durante la Mostra il Direttore mi comunicò che gli sarebbe piaciuto collaborare in futuro. Alla fine dell’anno arrivò poi una lettera di incarico, per diventare membro del comitato di selezione”. Dal 2008 al 2010 Bertolin ha fatto parte del comitato di selezione, per poi diventare consulente regionale, occupandosi nel corso degli anni di svariati territori, dalla Turchia alla Corea del Sud, dall’India al sud est asiatico, appunto, fino all’Australia e alla Nuova Zelanda. Recentemente il nuovo delegato della Quinzaine des réalisateurs, l’italiano Paolo Moretti, lo ha invitato a far parte della squadra di selezionatori per questa prestigiosa sezione parallela del festival di Cannes. Nel frattempo Bertolin – che ha anche collaborato e collabora con moltissimi festival internazionali tra cui Mumbai, Pechino, Rotterdam e Locarno – a Venezia si è tolto parecchie soddisfazioni, tra cui quella di veder vincere un Leone d’Oro proprio a Lav Diaz (nel 2016, con The Woman Who Left), ma pure – per restare agli ultimi anni – di veder attribuire due consecutivi premi Speciali della Giuria a due film che ha portato all’attenzione del comitato. Parliamo di Sweet Country di Warwick Thornton, premiato nel 2017, e The Nightingale di Jennifer Kent, premio Speciale dell’edizione da poco terminata.

Tu vivi tra l’Europa e Bangkok, dove fai base per muoverti tra i paesi del sud est asiatico ed esplorare cinematografie meno battute per scoprire nuovi sguardi. Come nasce la non semplice scelta di scandagliare un universo così distante dal nostro immaginario?

Paolo Bertolin: Il mio interesse parte da lontano, fin da quando ho cominciato a seguire il cinema da ragazzino. Sicuramente ha contribuito una componente di esotismo o fascinazione per quel che viene considerato marginale, ma ricordo bene la curiosità che avevano suscitato in me il Leone d’Oro del 1989, Città dolente di Hou Hsiao-hsien, o Pioggia Nera di Shōhei Imamura in Concorso a Cannes sempre nello stesso anno. Nello snodo degli anni Novanta le cinematografie asiatiche irruppero sulla scena festivaliera, dove fino agli anni Ottanta avevano conosciuto una presenza limitata nei grandi concorsi di Cannes, Venezia e Berlino, rappresentate pressoché esclusivamente fino a quegli anni da Giappone e India. A questo crescente spazio nei festival non ha corrisposto una pari attenzione da parte della distribuzione italiana, il che rendeva l’interesse per le cinematografie asiatiche una sorta di caccia al tesoro attraverso festival, rassegne e circuiti di distribuzione alternativi, inclusi il collezionismo di Vhs, Dvd o altri supporti, che è fiorito nella seconda metà degli anni Novanta. Mi piace ricordare che il 1989 è anche l’anno in cui Sweetie di Jane Campion fu invitato in Concorso a Cannes… I cortometraggi della regista erano a quell’epoca presentati su Rai3 da Enrico Ghezzi, nell’ambito di Fuori Orario – Cose (mai) viste, importante palestra di cinefilia per tutta la generazione cresciuta tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. L’opera di Jane Campion mi aveva quindi già conquistato prima che l’anno successivo, nel 1990, emergesse come vincitrice morale della Mostra di Venezia con Un angelo alla mia tavola, premiato con il Gran Premio della Giuria. Già da lì si può rintracciare un interesse per il cinema degli antipodi. Ma direi che mi hanno sempre interessato tutte le cinematografie considerate, a torto o ragione, minori o marginali, dall’Europa dell’est al Portogallo, dall’Africa subsahariana all’America Latina. Un interesse coltivato e consolidato negli anni attraverso studio, viaggi, costanti partecipazioni a festival grandi e piccoli e poi con la scelta di andare a vivere in Oriente. Una scelta arrivata poco dopo un anno accademico passato a Berkeley, dove studiai mandarino, coreano e malese-indonesiano e un semestre estivo alla Korea University di Seoul. Prima di trasferirmi a Bangkok ho vissuto per un breve periodo anche a Kuala Lumpur, giacché mi occupo di Malesia e Indonesia per il Far East di Udine. È stato un percorso utile e necessario, anche per maturare una consapevolezza sulle modalità di realizzare cinema in questi paesi.

Venendo all’ultima Mostra di Venezia e alle registe degli antipodi: un film che hai sostenuto in selezione, l’australiano The Nightingale, è stato al centro di un momento molto spiacevole dopo la proiezione stampa, ma anche di molte polemiche in seguito alla premiazione… Secondo te perché ha diviso tanto?

Paolo Bertolin: The Nightingale è un lavoro d’incredibile ricchezza, pieno di spunti e riflessioni stilistiche oltre che tematiche e mi aspettavo che avrebbe diviso. Ero prontissimo al fatto che sarebbe stato fischiato. Ma non mi sarei mai aspettato quello che è accaduto. Quell’inaccettabile manifestazione di dissenso per me è un nadir nella storia della Mostra. Purtroppo questo episodio ha silenziato una riflessione sulle non banali scelte estetiche di un’opera che evidentemente va a toccare corde e nervi scoperti, che inducono a reazioni opposte ed estreme. Ho notato come The Nightingale convinca di più le donne, mentre gli uomini tendono a rifiutarlo: nonostante la regista ci stesse lavorando ben prima dell’esplosione mediatica del #metoo, la coincidenza vuole che il cattivo sia proprio un maschio bianco, anglosassone, colonizzatore, violento e stupratore. Altra cosa interessante di questo lavoro è che presenta un modo di raccontare la violenza e l’elaborazione psicologica della violenza cui non siamo abituati. Non è affatto un film canonico rispetto alle rappresentazioni di violenza e vendetta perché la reazione della protagonista è istintuale, incontrollata e persino goffa, il che non rientra nella messa in scena della vendetta tipica di un certo immaginario. Non è un caso che lo scontro finale tra uomini risponda molto di più alle aspettative di una rappresentazione consueta, rituale, con nemici che rimangono a distanza, usando armi come lance o pistole. Nella scena chiave di esplosione di violenza da parte della protagonista, invece, si verifica un fallimento di quelle stesse armi e la vendetta deve essere portata a compimento in un corpo a corpo cruentissimo, che sporca e traumatizza, addolora e ferisce molto più delle uccisioni pulite tramite armi da fuoco… è una traiettoria che ricorda la riflessione di Ermanno Olmi ne Il mestiere delle armi. La differenza tra la rappresentazione della violenza del femminile e del maschile non è insomma un mero espediente narrativo, ma è sia un’evoluzione psicologica della protagonista che una riflessione stilistica, estetica, concettuale della regista. Ed è forse un elemento che può instillare un rifiuto, un respingimento rispetto ai modi di un film che non segue percorsi formattati nella narrazione e nella rappresentazione della vendetta. Per concludere il discorso su The Nightingale, ma dal punto di vista produttivo, mi pare opportuno segnalare come in Australia l’istituzione preposta allo sviluppo e alla promozione degli audiovisivi, Screen Australia, da diversi anni a questa parte adotti politiche concrete a sostegno dei talenti femminili e che quest’anno si sono celebrati i 25 anni del dipartimento che si occupa allo sviluppo della creazione di film indigeni: The Nightingale è, in qualche modo, un perfetto incontro tra queste due politiche e non solo da un punto di vista produttivo, giacché mette in potente parallelo il punto di vista femminile con la tragica storia del colonialismo e le conseguenze che ha portato sulla popolazione nativa.

Restando ancora un attimo sull’attualità: l’altra grande questione che ha dominato la Mostra è stata la presenza di Netflix, su cui Cannes ha operato una scelta completamente diversa non ammettendo al Festival i film distribuiti dalla piattaforma. Tu cosa pensi di questo operatore di mercato, che per la prima volta detiene i diritti di fruzione di un Leone d’Oro, ossia ROMA?

Paolo Bertolin: La questione è complessa e non ho una posizione integralista in merito. Anche per via del discorso che affrontavamo prima: per chi da decenni è interessato a cinematografie marginali, la sala è sovente stata una risposta residuale e insoddisfacente. Proprio ripensando agli anni Ottanta, L’anno del sole quieto di Krzysztof Zanussi, vincitore del Leone d’Oro 1984, non uscì in sala, mentre il già citato Città dolente dovette attendere cinque anni prima di essere distribuito in un’unica copia. Sono tanti gli esempi di importanti film “fantasma” per il mercato italiano. Poi, certo, credo che ROMA andrebbe visto in sala: si può pensare quel che si vuole del film, ma è un’opera originalmente concepita per il grande schermo e dispiace che la sua impostazione estetica non possa essere fruita come merita. Bisogna infatti ricordare che Netflix ha acquisito il film di Cuarón, ma non lo ha prodotto sin dal suo sviluppo. In un mercato complesso e globale, è però impossibile per i festival, a mio avviso, rifiutare a priori l’offerta di Netflix. Come già molti hanno scritto, rischia di essere una scelta di retroguardia. La speranza è che, come chi partecipa ai festival, anche gli spettatori possano avere la possibilità di esperire certe opere sul grande schermo. Aggiungo in merito un dettaglio di cui si parla poco: i film Netflix non solo non sono obbligati da nessun vincolo a uscire in sala, ma neppure a circuitare per altri festival, dunque ad avere alcuna vita sul grande schermo dopo una prima di prestigio presso eventi come Cannes, Venezia o Toronto. ROMA sarà online su Netflix il 14 dicembre in contemporanea con l’uscita Usa. Ma del resto, ovvero di ulteriori presentazioni festivaliere e uscite in sala in altri paesi, sappiamo poco o niente. Il bel film sulla storia di Stefano Cucchi, Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, è uscito nelle sale in Italia ma Lucky Red era già coinvolta nell’operazione produttiva prima che Netflix lo acquisisse. Credo che Netflix, semplicemente per sua natura, non identifichi i suoi film come prodotti da vedere al cinema: è una piattaforma di streaming che fa bene il suo lavoro, cercando di sparigliare lo status quo dell’industria dell’audiovisivo in un momento in cui questa stessa vive una fase anfibia, respirando su più canali distributivi. L’interrogativo è da porsi senza essere manichei. Di certo la politica di Netflix è aggressiva e sta andando in rotta di collisione persino con le politiche delle major hollywoodiane, soprattutto nel suo ambire a riconoscimenti come gli Oscar fin qui considerati unicamente appannaggio di opere per la sala. Netflix potrà senz’altro scompaginare, a breve, l’intera filiera.

E non pensi che i festival più importanti possano incidere su questo, per esempio dialogando tra loro e realizzando un “documento comune”, frutto di una sorta di “stati generali” dei festival, per chiedere per lo meno alcune garanzie distributive?

Paolo Bertolin: La trovo un’ipotesi estremamente complessa. La prima domanda che si porrebbe è: garanzie per quali mercati? E per quali film? Per i soli vincitori? Non voglio eludere la questione, ma mi rendo conto che è intricata. Di certo, se non trovo lungimirante precludere a Netflix la partecipazione a un festival, che secondo me non può rifiutare lavori come The Other Side of the Wind, siamo indubbiamente di fronte a un nuovo operatore di mercato che vuole importare le sue regole su un altro tavolo di gioco. Bisognerebbe trovare un punto di equilibrio tra vantaggi e svantaggi. Forse la soluzione più semplice e immediata può portare a pensare che, laddove non ci sono accordi di distribuzione per un prodotto, il lavoro possa andare solo fuori concorso, ma non è certo una soluzione sul lungo periodo. Credo che i festival, le istituzioni pubbliche da cui i festival dipendono, la produzione, la distribuzione tradizionale e l’esercizio debbano parlarne e trovare un livello di negoziazione. Dal punto di vista di un curatore, mi sento anche di dire che dare visibilità e premi a un operatore di mercato che non rende disponibile a tutti il prodotto per cui viene premiato è un risultato asimmetrico… La giuria che premia un film, oltre tutto, lo vede su un grande schermo ed è in quella visione che lo valuta. ROMA è un ottimo lavoro, ma sicuramente la sua estetica viene valorizzata e meglio apprezzata in una fruizione in sala. È corretto che un film rischi di non essere visto nella maniera in cui una giuria lo ha decretato il migliore di un Concorso? Le questioni sono tante e, come dicevo, i cinefili sono abituati a dover procacciarsi film invisibili, mai distribuiti, da molte fonti. In questo caso l’aggravante è che, per i film prodotti o distribuiti da questo nuovo e importante operatore, la sala non è proprio un’opzione considerata. Almeno finora.

Alla Mostra hai lavorato con due Direttori Artistici, Marco Müller e Alberto Barbera, da una parte il cinefilo che ama l’Oriente, dall’altra un Direttore che ha legato fortemente la selezione del Concorso veneziano a Hollywood e la corsa agli Oscar…

Paolo Bertolin: …su quest’ultimo punto credo sia corretto e opportuno correggere il tiro. Il rapporto stretto tra Mostra e grande cinema americano “da Oscar” è un progetto che Müller stava già perseguendo. Basti pensare al Leone 2005, Brokeback Mountain di Ang Lee: già allora ci si poteva rendere conto di come la Mostra potesse porsi come ideale trampolino di lancio per gli Oscar, anche se poi l’Oscar come Miglior Film lo vinse Crash di Paul Haggis che a sua volta fu nel Concorso 2007 con Nella valle di Elah. Nel 2008, mio primo anno di lavoro nel comitato, selezionammo in Concorso The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, primo film con cui una regista donna ha vinto l’Oscar, mentre l’apertura della Mostra 2010 fu Il cigno nero, che ebbe svariate candidature oltre all’Oscar per Natalie Portman. Si stavano gettando insomma le basi, in termini di diplomazia e costruzione di contatti, consolidamento delle relazioni e mutua fiducia, per confrontarsi con gli attori chiave dell’industria americana. In quest’opera di architettura diplomatica credo sia essenziale menzionare non solo il contributo dei due Direttori che si sono susseguiti, ma anche il prezioso contributo di Giulia D’Agnolo Vallan, consulente e corrispondente dagli Stati Uniti nonché membro del comitato di selezione. Ribaltando poi la prospettiva e guardandola rispetto alla presenza di opere dall’Asia: si può in generale notare come componenti diverse, a volte divergenti, che costruiscono il programma di un oggetto vasto come la Mostra di Venezia, fossero spesso ridisegnate nella selezione dei concorsi mülleriani, dove trovavi il primo film dello Sri Lanka in Concorso a Venezia, Between Two Worlds di Vimukthi Jayasundara, a fianco dei film di Tom Ford o di Michael Moore. Ma se abbiamo una visione olistica, organica della Mostra vediamo che anche negli anni di Barbera le cinematografie marginali hanno trovato spesso spazio, sebbene magari meno in Concorso… In ogni caso, sia Müller sia Barbera hanno saggiamente perseguito l’obiettivo di portare alla Mostra titoli di forte richiamo, conseguendo progressivamente due risultati di grande rilevanza. Il primo è che al Lido è tornato il pubblico, sono tornati i non addetti ai lavori che vogliono vedere l’anteprima di film che attendono con curiosità o semplicemente le grandi stelle del cinema internazionale sul tappeto rosso. Il secondo risultato è l’accresciuta attenzione della stampa, italiana e internazionale. Per un festival come Venezia è fondamentale non rivolgersi solo alla stampa cinefila, alle riviste specializzate, ma alle testate generaliste, che possono trovare giusto interesse per Lady Gaga, nella sua peraltro eccellente prova in A Star Is Born, ma pure per la presenza di un lavoro come American Dharma di Errol Morris perché parla di Steve Bannon.

A fronte di tutto questo cosa pensi che accadrà, nell’immediato futuro, delle aree di cui ti occupi? Che atteggiamento potrà avere la Mostra rispetto alle cinematografie meno battute?

Paolo Bertolin: Al di là dei riscontri importanti dei premi ricevuti da film come The Nightingale, Manta Ray o The River, credo che Venezia 75 sia stata una sorta di crinale, un momento cruciale dopo il quale la Mostra può prendere varie direzioni. Rispetto a diverse questioni sollevate in altre sedi, come quella della presenza di registe donne o di un solo film asiatico in Concorso, Killing di Shinya Tsukamoto, ribadisco che la Mostra andrebbe guardata in maniera organica. Se ci concentriamo unicamente sul Concorso non si rende giustizia all’offerta complessiva, che è stata ampia e variegata. In tal senso ci sono segnali chiari, molto positivi, che vengono dalle componenti laterali, come Orizzonti, restando alla selezione ufficiale, ma anche da Biennale College o dalle selezioni parallele come Giornate degli Autori e Settimana Internazionale della Critica. Guardando questo panorama nel suo complesso si trova un’estrema varietà di provenienze geografiche, ma soprattutto di approcci estetici e linguistici. L’esito incoraggiante di Venezia 75 credo possa anticipare un percorso per gli anni a venire. Se Orizzonti ha visto un trionfo di cinematografie altre, con premi a film da Thailandia, Kazakistan, Turchia, Russia, Palestina, Tibet e Indonesia, il palmarès del Concorso, invece, ha validato una netta prevalenza delle produzioni anglofone. In anni a venire questa dicotomia potrebbe dissolversi parzialmente in un’osmosi fertile, per cui certe voci o proposte artistiche più intraprendenti potrebbero trovare spazio in un Concorso che è tornato al centro dell’interesse del pubblico e dei media. Con una Mostra forte, come lo è ora grazie al lavoro portato a compimento da Barbera e dal suo comitato di selezione, si crea un maggiore margine per osare e accogliere film che esprimono posizioni artistiche non dominanti, non solo in termini di provenienza geografica, ma da un punto di vista di linguaggio, di immaginario. La contaminazione tra opere diversificate si può innestare insomma nel posizionamento complessivamente consolidato della Mostra: il riscontro molto positivo sulle testate di settore anglo-americane, Variety, Screen e The Hollywood Reporter per film non facili come Manta Ray, The River, The Announcement o l’indiano Soni mi fa pensare e sperare che in futuro si potrebbe tentare di traghettare in Concorso qualche titolo di minore appeal mediatico immediato, ma di rilevante qualità artistica. Si tratta di un auspicio, ma credo ci siano le condizioni affinché questo avvenga.

Info
Paolo Bertolin sul sito della Quinzaine des Réalisateurs.

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