I giardini di Abele

I giardini di Abele

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Rara gemma di giornalismo televisivo profondamente cinematografica e per molti versi poetica, I giardini di Abele è il risultato dell’incursione di Sergio Zavoli e di una RAI che non esiste più nell’ospedale psichiatrico di Gorizia del 1968, privo di cancelli e di repressioni sotto la direzione sperimentale e anti-istituzionale di Franco Basaglia. La legge 180 sarebbe arrivata solo dieci anni più tardi, ma il neurologo che ispirerà la chiusura dei manicomi aveva già perfettamente chiara la necessità di recuperare l’umanità e la dignità dei malati, persone e non semplici “matti”. Ai Mille Occhi 2018.

Chi non ha, non è

Era il 1968, quando Sergio Zavoli e le telecamere della Rai entrano nel manicomio di Gorizia diretto da Franco Basaglia. In quello stesso anno Basaglia curò la pubblicazione de “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico”, in cui si racconta proprio l’esperienza goriziana. Sono gli anni delle assemblee nell’ospedale, della critica agli apparati psichiatrici, dell’eliminazione di tutte le pratiche di contenzione e dell’avvicinamento al malato, non più oggetto astoricizzato e oppresso, ma soggetto di cui prendersi cura. [sinossi – Fondazione Franco Basaglia]

C’è un momento ben preciso, che come vedremo sta tutto nella scelta di intervenire per cambiare discorso e umore della conversazione, in cui I giardini di Abele, breve documentario realizzato nel ’68 da Sergio Zavoli per il rotocalco Rai Tv7 nell’allora manicomio di Gorizia diretto da Franco Basaglia, si stacca definitivamente dalla sua forma di sapido giornalismo televisivo, già di per sé di altissimo livello nella profondità delle riflessioni e nelle pennellate di inaspettata poetica che emergono dalle immagini, per entrare a pieno diritto nella sfera artistica del cinema d’autore. Accade nell’ultima sezione del film, quando le cineprese 16mm al seguito di Zavoli hanno già dato voce alle perplessità degli infermieri in riunione costretti a modificare radicalmente il loro ruolo di “carcerieri” di fronte a pazienti considerati pericolosi, hanno già lungamente intervistato lo stesso Franco Basaglia che risponde alle critiche e porta avanti, in una lunga e ininterrotta passeggiata in circolo dietro alla scrivania, tutte quelle teorie mediche, sociali, umane e filosofiche che dieci anni dopo porteranno alla Legge 180 e alla chiusura degli ospedali psichiatrici, e ora rivolgono obiettivi e microfoni verso i pazienti, verso quegli esseri umani, e non certo “mostri” o “elementi pericolosi” da internare e reprimere con violenza magari annullando nella paura e nella sudditanza qualsiasi possibile tentativo di successo di una terapia, che hanno subìto gli ospedali “chiusi” e che ora sono ben felici di far parte del primo esperimento italiano di struttura “aperta”.
La paziente di fronte alle Bolex, seconda intervistata fra i “matti”, aprendosi alle domande del giornalista ravennate parla delle pene d’amore alla base dei suoi disturbi e dei ripetuti soprusi violenti che ha dovuto sopportare prima che la direzione sperimentale e al tempo anti-istituzionale di Franco Basaglia le restituisse la dignità di essere umano e una relativa libertà, e quando all’apice di una dialettica quasi di disperata sfida e un umanissimo (quanto nervoso e ossessivo) climax emotivo i suoi occhi finiranno per gonfiarsi di lacrime nei ricordi e nelle frustrazioni, Sergio Zavoli – ecco il cinema! – la interromperà prima che la commozione diventi singhiozzo, con il preciso scopo di migliorarle all’istante l’umore chiedendole delle feste, dei canti, dei balli e dei momenti conviviali del presente. Il volto le si illumina, le rughe sembrano quasi contrarsi in un sorriso abbozzato, e nel fondo dei suoi occhi tristi ma ancora vispi e un po’ ingenuotti come quelli di una bambina, l’orizzonte ridiventa quello presente del reinserimento sociale e lavorativo, delle libere uscite per Gorizia, dell’impiego come segretaria con tanto di stipendio settimanale.

Quella di Zavoli è una conduzione dell’intervista forte di un’etica che oggi, in una televisione che esattamente al contrario cerca sempre più smaccatamente la lacrima e la spettacolarizzazione del dolore, sarebbe probabilmente impensabile: al giornalista, scrittore, politico, autore e regista, già creatore di quel Processo alla tappa immancabile nei ricordi o nelle attese di qualsiasi italiano sportivo, non interessava affatto il pianto con cui fare audience ma anche facile retorica, e anzi fa tutto quello che può per evitarlo, per tramutarlo nella tenerezza di un sorriso, nella vicinanza, in una sincera e onesta partecipazione emotiva.
Il principale obiettivo che I giardini di Abele persegue è quello di guardare con “normalità” e delicatezza a un essere umano che la collettività, con un’ipocrisia a metà strada fra la pietà e la paura, preferiva considerare “malato” e “pericoloso”, rinchiudendolo per non doverlo più guardare in faccia. E proprio nel momento in cui la società emarginava e nascondeva quegli uomini e quelle donne pur di non dover ammettere che il loro disagio e il loro non essere perfettamente allineati e produttivi nascevano da quelle incoerenze e da quelle storture (per lo più del Capitale) che la stessa istituzione sociale tentava disperatamente di dissimulare, negare, allontanare e rinchiudere, Sergio Zavoli entrava in manicomio per filmare i pazienti nella loro sincerità più intima e umana, e con la stessa sincerità li portava in primissimo piano in tutte le case, sui tubi catodici di tutti gli schermi televisivi.
Perché i malati sono una contraddizione sociale e medica, e isolarli e rinchiuderli nei giardini più rigogliosi bollandoli come “matti” nient’altro era lo specchio del conformismo più falso e perbenista di una società che non sapeva né voleva affrontare i propri problemi, preferendo nascondere la polvere sotto il comodo tappeto dei ricoveri forzati e di un sistema che doveva essere rifondato. Una società che magari avrebbe continuato ancora per anni a vivere felice e serena al di fuori dei cancelli dei manicomi, ma che prima o poi avrebbe dovuto fronteggiare la consapevolezza della paradossale follia che si annidava nell’ignorare “i folli” all’interno e le cause che stavano alla base dell’emergere del loro disagio. Ed è proprio qui, nella ben precisa presa di coscienza e di posizione politica e sociale, nel porsi apertamente dalla parte dei “pazzi” e di chi combatte per la loro umanizzazione, nell’etica che innerva i numerosi spunti di interesse e il linguaggio smaccatamente cinematografico, che sta la principale straordinarietà di un documento al contempo storico, filosofico e poetico come I giardini di Abele, fulgido esempio di un giornalismo e di una televisione di un livello culturale che non esiste quasi più e che non si può evitare di rimpiangere. Un servizio pubblico che cercava di capire e di far capire, capace di analizzare in meno di venticinque minuti tutti gli aspetti di un problema ponendosi domande senza tentare di accampare improbabili risposte, capace di ragionare sulle ambiguità senza mai giudicare, e capace di sfruttare diversi registri e linguaggi visivi, dall’osservazione della pura realtà alla necessaria astrazione, per inoltrarsi nelle profondità di senso.

Andato per la prima volta in onda il 3 gennaio 1969 e ora riscoperto da I Mille Occhi di Trieste nell’ambito dell’omaggio al grande psichiatra Franco Basaglia, nativo di Venezia ma triestino d’adozione dal ’71 fino a poco prima della sua morte nel 1980, I giardini di Abele si esplicita in una passeggiata per i giardini del manicomio fatta di inquadrature sghembe, rapide zoomate e stranianti grandangoli, durante la quale la voce fuori campo di Zavoli parte dalla Storia dei lebbrosari convertiti in “gabbia di matti” per riflettere, da quella che era la prima riapertura all’umanità clinica, sullo stato delle cose. Nelle prime fasi di una riforma della psichiatria che, in attesa di riuscire a chiudere del tutto i manicomi rifondando il concetto di “salute mentale” e reinserendo in una per lo meno relativa normalità sociale i suoi malati, stava iniziando a trattarli come uomini e donne in crisi e non più come bestie da ammansire con i farmaci, legare e punire «per la sicurezza degli altri pazienti», Zavoli comprende e mette subito in pratica la lezione impartita da Franco Basaglia, le cui teorie avrebbero successivamente riformato l’assistenza psichiatrica in Italia in una rete di servizi esterni e nella rimozione di ogni barriera contenitiva e reclusiva.
Il giornalista ravennate guarda ai pazienti intervistati come a persone di pieni diritti e degne del dovuto rispetto, esprimendo nei loro confronti una totale assenza di paura o di quel senso di superiorità quasi imposto dalle convenzioni e dalla legge che al tempo, dal 1904 e fino al 1978 della Basaglia, era ancora in vigore. Una legge ricolma di storture, secondo la quale bastava una minima ossessione e (a differenza dei magistrati degli attuali e non certo privi di problemi TSO lunghi al massimo 7 giorni) un semplice certificato medico per subire sempiterni trattamenti carcerari e perdere i diritti civili in un luogo di espiazione, di dolore, di punizione e di patimenti. Ma non basta. Quella del 1904 era anche una legge secondo la quale, cosa forse ancor più grave, bastava nei fatti essere sufficientemente abbienti da potersi permettere un infermiere privato perché quella che per i poveri era a tutti gli effetti una reclusione diventasse una sostanziale libertà vigilata all’interno dell’ospedale, fino alla possibilità, per chi realmente ricco, di non essere più “matto”, ma di venire ricoverato in strutture mediche private in piena armonia con i pazienti non mentali anticipando di fatto ciò che la successiva Legge 180/1978, firmata da Bruno Orsini ma per sempre legata al nome di Franco Basaglia, renderà obbligatorio e pubblico.

I tentativi terapeutici di Basaglia, in aperta opposizione all’impostazione allora positivista della psichiatria che, al di là della violenza e della repressione fisica, psicologica e farmaceutica attuata sui pazienti, cercava di oggettivizzarne ogni sintomo di fatto spersonalizzandoli e trattandoli come mostri del tutto subordinati, consistevano esattamente al contrario nella ricerca di una relazione che fosse umana e il più possibile orizzontale, priva di quelle gerarchie e di quelle iniquità sociali che la psichiatria “tradizionale” del tempo, secondo lo stesso neurologo drammaticamente «divisa in “per poveri” e “per ricchi”» con tanto di citazione del proverbio calabrese «Chi non ha, non è», continuava a esprimere.
Il suo obiettivo non era tanto provare a comprendere la malattia, figlia di molteplici cause e quindi in ogni singolo caso differente e solo in parte classificabile, quanto le contraddizioni sociali e terapeutiche che stanno dietro all’uomo che manifesta il disturbo mentale, ragionando in termini non solo puramente medici, ma anche filosofici ed esistenziali, fra l’immedesimazione e la giusta distanza clinica. Era quell’evoluzione sociologica e fenomenologica su cui si fonda l’intera concezione moderna di psichiatria, era il passaggio dai pazienti legati, impauriti e percossi ai tentativi di gestire la loro potenziale pericolosità con la dialettica e la partecipazione, era l’avvicinamento definitivo della psichiatria ai pazienti sulla base dei modelli «avanguardisti» inglesi e francesi, immortalato da Zavoli al momento dei primi passaggi dal sistema ospedaliero “chiuso”, oppressivo e in sostanza carcerario, a quello “aperto” in cui le privazioni, le percosse, gli elettroshock e le camicie di forza, ma anche e soprattutto le abissali differenze di trattamento e di diagnosi in base al censo, erano state abolite e ribaltate in uguali diritti, dialogo, dignità umana, cancelli dei reparti aperti e rinnovati rapporti con un personale non più violento e da temere, ma al quale umanamente poter chiedere aiuto certi di trovare una risposta.

Nell’ospedale aperto di Basaglia erano spariti i timori verso i superiori, si era già liberi, si era già uomini, tutti uguali e ognuno con le proprie caratteristiche e unicità. Quelle caratteristiche e unicità che Franco Basaglia esaltava rispondendo apertamente a Zavoli come, fra la malattia e il malato, ciò che gli interessava fosse «decisamente il malato», e quelle su cui le macchine da presa di Tv7, azionate dai direttori della fotografia Marziano Lomiry e Franco Tonini, chiudono il servizio, lasciando i pazienti liberi di camminare ognuno a suo modo, ognuno con il suo passo, ognuno con il suo sguardo, ognuno con la sua profondissima dignità. Scorrazzando ancora per I giardini di Abele, quei «giardini dei fratelli scomodi» in cui l’ipocrisia della società richiudeva chi era troppo sincero per potercisi realmente confrontare, lasciato solo e torturato nell’assordante silenzio e nell’abbacinante cecità di chi non voleva essere costretto a doversi specchiare nelle proprie contraddizioni. Ancora per poco.

Info
Il sito de I mille Occhi.
La scheda dedicata a I giardini di Abele sul sito della Fondazione Basaglia.
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