La libertà non deve morire in mare

La libertà non deve morire in mare

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Realizzato tra il 2016 e il 2017, drammaticamente superato dagli eventi, La libertà non deve morire in mare resta un documento importante, mirato a dare tridimensionalità al dramma dei migranti attraverso il linguaggio dell’immediatezza.

Viteammare

A Lampedusa, terra di approdo per eccellenza dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa, ascoltiamo le testimonianze di operatori, soccorritori, militari e semplici cittadini, oltre alle voci di quei migranti che hanno vissuto, in prima persona e sulla loro pelle, la drammatica realtà dei naufragi; una realtà che unisce due mondi, separati da un mare troppo spesso portatore di morte. [sinossi]

Parlare, oggi, di un documentario come La libertà non deve morire in mare significa, paradossalmente, riferirsi a un periodo che la storia recente ha rapidamente e brutalmente superato. Malgrado il documentario di Alfredo Lo Piero sia stato infatti realizzato tra il 2016 e il 2017, e malgrado il fatto che il tema (l’immigrazione) sia oggi, quotidianamente, in primo piano su tutti i TG e in tutte le discussioni politiche, sono stati tali e tanti i cambiamenti intervenuti nell’ultimo biennio, sia nel modo di affrontare il problema da parte delle istituzioni, sia nella sua stessa percezione da parte dei cittadini, da rendere quest’opera quasi una testimonianza storica. Testimonianza che tuttavia, nel suo essere stata (purtroppo) superata dagli eventi, conserva tutta la forza di un documento vivo e palpitante, di un insieme di racconti che, pur laddove i loro protagonisti non avrebbero immaginato una loro così rapida storicizzazione, vogliono più che mai proiettare la loro influenza nel presente. Un presente che è il punto di arrivo di un fil rouge che vede al centro l’isola di Lampedusa, dai primi sbarchi del dopo-Gheddafi alla tragedia documentata da Fuocoammare di Gianfranco Rosi (qui direttamente citato), proiettandosi verso un futuro più che mai incerto: tanto per i residenti dell’isola, blanditi e offesi dalla criminale propaganda dell’attuale esecutivo, quanto per quella larga parte di umanità migrante che si sta cercando, con un colpo di penna, di cancellare.

Non è facile parlare col giusto distacco critico del film di Alfredo Lo Piero, visto che il tema, ma anche il registro scelto, chiamano a una partecipazione emotiva che va molto al di là del testo filmico in sé. L’introduzione e la chiusura quasi favolistiche, con le parole del pescatore Giacomo Brignone, che ha vissuto una vita tra l’isola e il mare, oltre a quelle immagini subacquee quasi surreali, muta testimonianza di un relitto ridottosi a fantasma, racchiudono un insieme di storie dall’alto contenuto emotivo: da quelle dei testimoni (particolarmente vibrante quella di Grazia Migliosini, che racconta uno dei più drammatici naufragi degli ultimi anni) a quelle degli stessi migranti sopravvissuti, passando per i tanti operatori, istituzionali e non (dai militari della Guardia di Finanza a medici e psicologi) che hanno assistito e vissuto un dramma umano difficile da dimenticare. Facile dunque è perdere di vista lo specifico cinematografico, e ciò è tanto più vero nel caso di un film come quello di Lo Piero, che vive principalmente delle interviste frontali, di parole di protagonisti diretti che si fanno esse stesse narrazione, drammaturgia, inevitabilmente cinema. L’assemblaggio operato dal regista (seguendo un percorso diverso, ma non opposto, a quello del già citato film di Rosi) è direttamente impregnato delle storie dei suoi protagonisti, trasmesse allo spettatore in modo diretto, privo di mediazioni e artifici specificamente cinematografici.

Questo La libertà non deve morire in mare stordisce e colpisce (pur senza mostrare direttamente la morte, ma evocandola in continuazione nei racconti dei protagonisti), tracciando una linea che unisce due contesti umani ancora oggi (artificialmente e cinicamente) messi l’uno contro l’altro, e restando al di qua del pamphlet politico, assumendo piuttosto un afflato umanista. Non vuole declamare, il film di Lo Piero, puntando piuttosto a raccontare e dare tridimensionalità alle storie di cui è composto, nonostante il suo vigore divulgativo rischi più volte di tracimare e far perdere di equilibrio all’insieme: ne è esempio un commento musicale a volte invadente, non sempre funzionale alla forza delle immagini, che avremmo preferito in alcuni casi spoglie, prive di contrappunto. Alla declamazione politica, in alcuni passaggi del documentario, rischia di sostituirsi un sovraccarico di elementi emotivi, che tendono a far scivolare il film (e l’attenzione dello spettatore) sulla singola storia, facendogli perdere di vista il quadro d’insieme. Viene inoltre da rilevare come, in termini di mera compattezza filmica, l’apertura e la coda del film (con la voce fuori campo del regista, e la testimonianza del già citato Brignone) finiscano per risultare un po’ slegate dal resto, poco armonizzate col cuore del documentario a livello di tono e atmosfera.

Ciononostante, non si può non sottolineare come La libertà non deve morire in mare resti una testimonianza importante, per certi versi addirittura imprescindibile, specie in un periodo come quello attuale, proprio per il suo parlare il linguaggio dell’immediatezza e del coinvolgimento diretto. Le storie presentate, per come vengono narrate e rese sullo schermo, trasmettono un senso di urgenza, di necessità di essere ascoltate, che è sempre più raro trovare in un’opera per il grande schermo. Pur laddove il film rischia di sbandare, e pur laddove si avvertono alcune sbavature nella messa insieme del suo materiale, non si può non riconoscerne la forza a tratti dirompente, che parla allo spettatore azzerando (e qui è un bene) tutte le mediazioni.

Info
Il trailer di La libertà non deve morire in mare.
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