In Calabria

In Calabria

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Nel 1993, dopo un decennio di inattività, l’allora settantenne Vittorio De Seta si reca nell’amata Calabria per offrirne un ritratto lontano dagli stereotipi e dai pregiudizi che fosse al contempo appassionato e allarmato, sospeso fra l’orgogliosa immutabilità rurale e le promesse non mantenute dal progresso e dalla globalizzazione. Trovando un fascino a tratti irresistibile e una stratificata atemporalità ucronica che universalizza il discorso, ma finendo alla lunga per depotenziare il lavoro lasciandolo incanalare nei meandri del film a tesi. Ai Mille Occhi 2018.

Chine campa sperannu, affrittu more

Rapporto su una regione del sud Italia, descritta come una terra abitata ancora da chi «vive come all’origine dei tempi» e dove la modernizzazione è stata «la grande speranza delusa». Una terra di allevatori e contadini, solidali tra loro e rispettosi della natura dalla quale dipendevano interamente, con i ritmi legati alle stagioni, dalla semina al raccolto, dal riposo alle feste paesane, che ha subito gli effetti dell’industrializzazione selvaggia, tesa a sviluppare un’economia depressa ma fonte soprattutto di degrado ambientale e disoccupazione, disgregazione morale e culturale, emigrazione e criminalità. [sinossi – Wikipedia]

Quando dal resto del mondo si parla del profondo Meridione d’Italia, viene quasi automatico pensare al sole, al caldo, al mare, al bel tempo, ai peperoncini essiccati, ai colori saturi dell’estate, o tutt’al più agli sbuffi tiepidi dello Scirocco notturno. Proprio per questo nel 1993 Vittorio De Seta, nel suo tornare dopo un’intera decade di inattività dietro alla macchina da presa per documentare in quello che sarà il suo penultimo lungometraggio l’amatissima terra d’origine materna, decide di rovesciare sin da subito le aspettative, aprendo In Calabria sulla neve.
Una coltre bianca e gelida, spiazzante nel suo candore e nelle sue bufere opposte a ogni cliché, eppure così naturale, così vera, così pura. L’unica via per offrire un ritratto sincero di una terra circondata e afflitta da pregiudizi e preconcetti, del resto, passa necessariamente per l’annullamento e per il ribaltamento di ogni luogo comune, e proprio in tal senso quella di De Seta è un’apertura che sin dal primissimo e volutamente stridente fotogramma manifesta con chiarezza tutto il suo valore di dichiarazione programmatica.

È un ben preciso punto di rottura, dal quale partire per viaggiare nell’atemporalità e poi (non) cristallizzarsi nel tempo, asservendo la potenza ucronica e illusoria del cinema alla ricerca della natura più primigenia della Calabria e dei suoi abitanti. Solo dopo averne dipinto sullo schermo la più ancestrale appartenenza – che poi nient’altro era che lo specchio del profondissimo rapporto dello stesso De Seta con la regione in cui si ritirerà nei suoi ultimi anni di vita – sarà possibile affrontarne con altrettanto genuina partecipazione le contraddizioni. Erano anni di cementificazione selvaggia, di spostamenti dai paesi alle città, di industrie costruite e magari abbandonate prima ancora di aprire, di migrazioni verso Nord dove imparare una lingua per cercare quel lavoro che banalmente in Calabria non c’era, di crescita esponenziale del potere della ‘ndrangheta fra appalti vinti e crescente disperazione, e non certo in ultimo di smarrimento morale e spirituale di fronte agli ingannevoli bagliori e alle promesse non mantenute del progresso e della globalizzazione, che avevano scardinato un sistema sociale da sempre basato sulla cooperazione solidale seducendo i singoli con prospettive di inesistenti profitti per poi abbandonarli di fronte alla disillusione e alla disoccupazione. Ma di tutto questo De Seta parlerà solo in seconda battuta, dopo quasi mezz’ora di film: prima è necessario concentrarsi sulla pura antropologia, è necessario provare a capire e a empatizzare, è necessario immergersi nella sospensione temporale dei cicli sempre uguali della natura, nelle tradizioni più radicate, nella cucina, nella tarantella, in quel dialetto che poi è una lingua, nello scorrere (im)mutabile della cultura contadina.

Ferma il tempo Vittorio De Seta, lo blocca, lo fa scorrere su un binario parallelo e circolare. È il ’93, ma la prima sezione di In Calabria, proiettato a I Mille Occhi 2018, potrebbe essere un qualsiasi momento nella Storia. Sono le danze popolari e le bacinelle in cui il latte diventa formaggio, sono gli animali al pascolo e gli utensili forgiati da un uomo da sempre autosufficiente per svolgere meglio le sue funzioni, sono le foglie secche da bruciare e i filatoi con cui trasformare i doni del gregge in caldi indumenti, sono i vasi da forgiare in terracotta e le serate di festa fra vino e tarantella, sono i momenti della semina e quelli del raccolto, quelli della caccia e quelli del riposo, decisi non dalla fretta della modernità, ma dal paziente scorrere delle stagioni.
In Calabria è il fluire della vita secondo i tempi dettati dalla natura, è il lavoro quotidiano svolto insieme delle diverse generazioni, è la tradizione orale che si propaga da secoli, sotto le nevicate e sotto i raggi del sole, di fronte ai primi fili d’erba che emergono dal disgelo primaverile o al momento di arare seguendo ancora una volta il ciclo dei mesi, quando la pioggia trasforma il paese in torrente oppure quando le lenzuola si asciugano al vento. De Seta li filma con la consueta “verità”, con la consueta profondità antropologica, con la consueta estetica tesa a “teatralizzare” ogni gesto come a scolpirlo nella pietra, con la consueta attenzione per il suono in presa diretta e con gli interventi della voce narrante, affidata a Riccardo Cucciolla (non solo Nicola Sacco per Giuliano Montaldo in Sacco e Vanzetti), ridotti al minimo, con meno di tredici minuti di parole sugli 83′ del film.

Ed è proprio nell’imperfetto in cui parla la voce narrante che, anche in quello che pare l’idillio sempiterno fra l’uomo e la natura, si concentrano i campanelli d’allarme di un cortocircuito temporale e storico, di una transizione che è già trasfigurazione, incerta fra la ripetizione di un passato ormai svuotato di parte della sua dignità e l’ombra di un futuro destinato a non diventare mai presente ma rimpianto, inganno, cicatrice, shock. Nel momento in cui il vortice della globalizzazione e del profitto stava strappando gli uomini alle campagne per lasciarli senza nulla in mano, illusi e poi abbandonati ancora una volta a loro stessi, l’allora settantenne Vittorio De Seta tornava sui campi, passato e forse futuro, sospensione del tempo in un’immutabilità millenaria sconvolta da una rivoluzione ambientale e tecnologica non più figlia dell’ingegno e della laboriosità dell’uomo, ma delle logiche del mercato, dell’industrializzazione e della globalizzazione. Nascono le infrastrutture, i paesi diventano città, l’aratro diventa il treno, le case in pietra diventano ammassi enormi di appartamenti, e quelle macchine, nate per alleviare la fatica all’uomo, sono ora diventate le sirene di un’illusione – quella di poter plasmare la natura – destinata ben presto a diventare scheletro. Quegli scheletri di ferro delle fabbriche mai terminate a Gioia Tauro e a Lamezia Terme, quegli scheletri di una promessa di guadagno e benessere mai mantenuta, quegli scheletri dei paesi improvvisamente abbandonati e ormai ricoperti di erbacce, quegli scheletri morali e culturali che, nel nome del capitalismo e del “progresso”, hanno distrutto e imbarbarito un intero sistema sociale senza dare in restituzione alcuno dei vantaggi promessi.

Ma sta proprio qui, nel ripetuto esplicitare le sue tesi contro la disgregazione culturale e morale portata dall’industria, che In Calabria trova anche quelli che, ben al di là di qualche ripetitività che ne rallenta in maniera forse a tratti eccessiva il ritmo, sono i suoi limiti. Li trova nella retorica a tratti semplicistica del dare tutte le colpe a un solo soggetto e per giunta aleatorio e multiforme come “il progresso”, li trova nei didascalismi delle contestualizzazioni contrapposte al continuo tornare dei commenti alla «vita di un tempo», li trova nell’unidirezionalità di intenti che emerge dal momento stesso in cui l’idillio ucronico si rompe di fronte all’avanzare dei tir e si ritorna al reale scorrere dei primi anni Novanta. Li trova nel sottolineare ampolloso delle difficoltà di chi è costretto a emigrare, li trova nel lamentarsi di come il Polo Universitario Cosentino, nella sua avanguardia ingegneristica e nella sua importanza capitale per l’istruzione dell’intera regione, fosse architettonicamente «freddo» nei suoi ponti sospesi e nelle sue scale esterne, e li trova nel guardare con eccessivo sospetto anche all’informatizzazione, vista come una sostanziale invasione più che come una risorsa, il che più che permettere al film di ragionare sul periodo di forzata transizione e indecisione che la Calabria stava vivendo finisce quasi per bloccarlo nel suo tempo, come un documento storico che, a venticinque anni di distanza dalla sua realizzazione e a differenza di buona parte del resto della produzione del grande regista palermitano, non riesce più a dialogare con il presente, né tanto meno a proiettarsi verso il futuro.

Il che, però, pur costituendo un problema nella visione retrospettiva, non riesce in alcun modo a intaccare il fascino ancestrale e misterico della prima sezione, vero cuore del film nella sua atemporalità in cui passato e futuro finiscono inevitabilmente per coincidere, o forse annullarsi a vicenda. Trovando tutta la potenza illusoria del mezzo cinema, e al contempo riuscendo a universalizzare il discorso, a portare i forzati cambiamenti della Calabria in ogni forzato cambiamento del mondo. Non è certo un caso che Vittorio De Seta, dopo l’analisi del presente, torni proprio lì, nei paesi e nei campi, alle olive e all’edilizia dei casolari, a quei lavori di sempre che nel mezzo degli stravolgimenti sociali saranno anche diventati sinonimo gentile di disoccupazione, ma che nella loro immutabilità bucolica porteranno sempre l’uomo e la terra a coincidere in un orgoglioso senso di appartenenza che nemmeno il disgregarsi della società potrà mai scalfire.
C’è un profondo senso di malinconia che ammanta In Calabria, ma ancora di più c’è un intenso e irrefrenabile amore per la tradizione e per la cultura di un luogo da sempre chiuso eppure aperto, fatto di pacifica convivenza e di storica integrazione fra autoctoni, cattolici, ortodossi, greci e albanesi che da sempre si sono dati appuntamento sul suolo del “piede” d’Italia. Vittorio De Seta ragiona su una terra da più parti distrutta eppure sempre uguale nelle tradizioni, e lo fa nell’unico modo possibile, mettendo al centro il suo popolo, depositario per diritto di nascita di un’essenza. Perché tutti abbiamo una “nostra” Calabria negli occhi e nel cuore. Basta saperla cogliere e non smettere mai di viverla intensamente, senza resistenze e senza opposizioni. E prima o poi, a furia di seminare con pazienza e rispetto, ottenere finalmente un buon raccolto.

Info
Il sito de I Mille Occhi 2018.
La pagina Wikipedia dedicata a In Calabria.
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