Intervista a Fabrizio Ferraro

Intervista a Fabrizio Ferraro

Presentato a Rotterdam 2018, Gli indesiderati d’Europa si è rivelato uno dei film più interessanti dell’annata festivaliera in corso. Il regista Fabrizio Ferraro ha all’attivo già dieci titoli, in una filmografia iniziata nel 2006. A I Mille Occhi è stato presentato, insieme a Gli indesiderati d’Europa, anche il suo lavoro del 2009 Je suis Simone (La condition ouvrière). Abbiamo incontrato Fabrizio Ferraro a Trieste in questa occasione.

I due film che abbiamo visto qui a I mille occhi, Gli indesiderati d’Europa e Je suis Simone (La condition ouvrière), hanno in comune uno stile che alterna fissità e movimento. Nel primo caso, nel seguire i personaggi in fuga nei sentieri di montagna, la mdp a volte li segue, a volte è fissa e li vede allontanarsi. Nel secondo caso ci sono quelle carrellate laterali che seguono la ragazza che cammina sul marciapiede, che a volte esce dal quadro, a rompere un film fatto per buona parte di mdp ferma. Perché segui questo schema?

Fabrizio Ferraro: È sempre complicato relazionarsi con un fuori e ancora più complicato è restringerlo, cioè farne una composizione, un quadro. È anche vero che senza nessuna composizione, anche geometrica, anche esasperata, potrebbe risultare il puro caos, quindi nessun tipo di posizione fra sé e quello che guardiamo. Però la cosa che istintivamente seguo, quando giro un film, quando attraverso questi luoghi, è mantenere questa continua tensione, anche di forte contrasto, tra l’eccessiva vicinanza e l’eccessiva distanza. Tra il vedere le cose sovrapposte a sé come persona e vedere le cose al di fuori di sé. Riuscire a fare simultaneamente questo processo potrebbe permettere poi di elaborare, fare immagini. Un’elaborazione per chi guarda, forse più interessante, anche più libera meno circoscritta.

In Je suis Simone (La condition ouvrière) si vede a un certo punto un signore su una panchina che trova deprecabile l’introduzione del sonoro al cinema e poi parla di fotografia. Sei interessato quindi a fare film teorici, nella dialettica tra immagini fisse e in movimento?

Fabrizio Ferraro: La riflessione c’è sempre, non è mai specifica e precedente al progetto, perché se no il rischio è quello di portare all’opera o al mondo un’elaborazione o una certezza separate da quello che è successo. Il riflettere prima permette il posizionamento, creare le giuste condizioni e far sì che le cose accadano. E poi inevitabilmente una volta che sono accadute, continua la riflessione per capire quello che sta accadendo a noi, al visivo, alle immagini, al rapporto con la parola – come parliamo –, alla lingua. La cosa più interessante è quando avviene in fasi diversificate, guardando soltanto nei sopralluoghi e quindi studiando il corpo del paesaggio, com’è fatto, come mi ci relaziono io, come ci relazioniamo come persone anche poi attraverso il film, con Marcello Fagiani il produttore. Continuamente mettiamo elementi per capire quello che succede perché inevitabilmente ci cambia. Siamo stati bravi a creare un gruppo di lavoro che non cerca di fare il team per trovare qualcosa in cui riconoscersi: è così, è come… Ma invece lo facciamo il più possibile per aprire un momento di dispersione. Sapere in linea di massima verso cosa ci si vuole muovere ma non sapere in realtà poi dove ci troveremo. Questo movimento dovrebbe essere come quello che una volta era l’esperienza cinematografica. Si tratta quindi di avere meno certezze e, anche quando le cose sono poco chiare, continuare con costanza a essere presenti, perché poi qualcosa comunque avviene senza semplificare per forza una risposta.

In entrambi i film sono fondamentali i luoghi, l’area dismessa parigina e i boschi sui Pirenei, e il punto di partenza che riguarda un artista o un filosofo. Sono le tue coordinate quando inizi un progetto?

Fabrizio Ferraro: Molte volte tutto quello su cui cresciamo in realtà sembra che poi riporti a pensare che quello che ci accade sia qualcosa di fisso e tutto quello che pensiamo, scriviamo sia più interessante, più importante di quello che continuamente avviene nel mondo e quindi avviene in noi. Il cinema ha a volte questo difetto di arrivare e portare un’idea separata. I luoghi inevitabilmente ci parlano, ci dicono delle cose. Per capire quello che ci sta accadendo come persone a volte è interessante mettersi in ascolto del paesaggio. Serve una posizione, anche proprio fisica e geografica: da che punto vederlo? Perché il rischio è quello di voler star dappertutto e non prendere nulla e non avere nessun tipo di direzione. Tutto nasce dalla relazione con questo fuori, per dirla in modo schematico, che inevitabilmente attraversiamo, che inevitabilmente ci viene incontro e ci fa cambiare. Tentare il più possibile di capire quale sia l’equilibrio più interessante, più delicato per stare continuamente agiti dal paesaggio e agire nello stesso momento, simultaneamente col paesaggio del mondo.

Sei anche direttore della fotografia dei tuoi film. In Gli indesiderati d’Europa usi un bianco e nero contrastato per un paesaggio perlopiù tra i boschi, per la natura. Come mai?

Fabrizio Ferraro: Tento, anche in altri lavori, di mischiare colore e bianco e nero, ma il bianco e nero ha una capacità di entrare proprio nell’essenza della materia, mentre il colore proprio paradossalmente non le appartiene. Va benissimo per alcuni lavori, per altri per cui è essenziale tirar fuori la densità di stratigrafia dei luoghi, il bianco e nero cattura più l’essenza delle cose, l’elemento plastico. E ha un rapporto con la luce molto più avvolgente. Questo è un aspetto. L’altro riguarda il fatto che, in questo stato di grande caos totale, il bianco e nero è quello che permette a chi tenta di fare un lavoro con l’immagine di avere il più possibile la corrispondenza di questa relazione con l’immagine. Il colore è troppo sfuggente. Se uno lavora sei mesi su un rosso, quel rosso non lo vedrà mai. Così buttarsi nel vuoto per certe cose va bene, per altre è veramente insostenibile. Come lavorare sei mesi su un colore sapendo che non ci sarà mai da nessuna parte.

Si evita banalmente l’effetto turistico da cartolina.

Fabrizio Ferraro: Il rapporto con la luce è molto complesso nel film. Paradossalmente le gradazioni del bianco e nero riescono a riportare la complessità della luce, della sua intensità. Il colore ha di per sé un carattere molto negativo da gestire. Negativo nel senso della parte opposta. Guardiamo un albero verde e sappiamo benissimo che in realtà l’onda luminosa di quell’intensità di verde non appartiene a quell’albero. Vederlo in bianco e nero ci si avvicina di più.

Già in Je suis Simone (La condition ouvrière) hai un approccio di straniamento brechtiano, e ti avvicini alla concezione di Straub/Huillet. Per esempio usando la voce off in luogo di quella diegetica in alcuni dialoghi della protagonista.

Fabrizio Ferraro: Dipende sempre dal progetto. In quel caso il testo di Simone Weil è talmente intenso che la grande responsabilità è di metterlo come strumento difensivo, rielaborarlo al di fuori del testo e quindi farlo incarnare da un corpo che lo dice. Era molto più interessante usare questa distanza. Ovviamente non c’è nessun lavoro di carattere psicologico, perché è anche la cosa più distante dal grande attore. Non è che su uno fa tutto un lavoro di dire sulla sofferenza. Quelle cose sono o non sono. Se per Euplemio Macrì, l’attore che fa Walter Benjamin, o per Catarina Wallenstein, andare sul set vuol dire fare tre chilometri a piedi di camminamenti per il sentiero, quella cosa è una cosa che è realmente presente. E che non deve corrispondere a far finta di essere qualcos’altro. Anche perché le cose, anche per la visione vengono più definite quando si è il più possibile distanti, quando non siamo totalmente sovrapposti dalle cose. Lì avviene qualcosa di interessante per la visione. Ma ci sono bellissimi scritti di vari autori, se pensiamo al rapporto con la morte. Nel momento in cui vediamo il cadavere per la prima volta abbiamo l’immagine e la complessità di quella persona, che non è più accecata da una parzialità di elementi o di risposte a quello che accade. Pur nella volta in cui è più distante dalla vita, effettivamente è l’unico momento in cui riusciamo ad avere generalmente la complessità e la generalità della vita di quella persona. E non nei momenti in cui l’abbiamo incontrata che ci danno un aspetto parziale. Per ridare questa cosa a volte è meglio allontanarlo che avvicinarlo.

La morte è anche un momento di fissità, di cessazione del movimento.

Fabrizio Ferraro: Forse è il momento in cui c’è più movimento in quella persona.

In Gli indesiderati d’Europa, usi un cast di attori di varie nazionalità, nessuno dei quali parla nella propria lingua madre. E utilizzi attori del cinema d’autore europeo, come Catarina Wallenstein che ha lavorato con Manoel de Oliveira o Vicenc Altajo, presente negli ultimi film di Albert Serra. Come scegli gli attori?

Fabrizio Ferraro: Non ho proprio idea. All’inizio vedo un corpo o una persona, per corpo non parlo di questa banalizzazione dell’oggi, ma di corpo nella sua dimensione completa, per le cose che sono accadute nella sua vita, per come è aperto al mondo, per come è chiuso, per alcuni inciampi, per come prende delle cose. C’è qualcosa che mi mette in difficoltà, che mi mette in gioco. Per esempio il bibliotecario mi ha colpito perché è un poeta, ha fatto delle esperienze. La prima cosa che ha detto: «Io, Ferraro, devi sapere che non sono un attore. Io sono lì, sono». E ho capito questa voglia di stare in un film, in cui automaticamente poi nello schema consueto diventi attore. Pensavo che potesse essere interessante anche avvicinare figure differenti. Non sono mai tanto convinto quando viene fatto un manifesto chiuso. Io lavoro con non attori. Vorrei con l’attore più superficiale mettere alcuni contrasti vicino, perché ognuno mette in discussione l’altro. Lì, in questa incertezza di posizionamenti, si vede nell’immagine che sta accadendo qualcosa al di là della storia che poi si racconta. E poi si addiziona alla storia, al luogo, al modo di respirare. Allora per noi che vediamo, perché anch’io sono a guardare, vedi dei blocchi di vita da maneggiare. Mi arrivano ed è abbastanza eccitante ed emozionante perché poi ti senti vivo quando incontri cose vive e non morte.

Torniamo a quella figura dell’uomo sulla panchina di Je suis Simone (La condition ouvrière). Come mai a un certo punto lo mostri che danza sul ponte insieme agli altri personaggi?

Fabrizio Ferraro: Quando inevitabilmente ci sono dei momenti in cui le cose si depositano, nonostante la grande pesantezza in quel caso di quell’esperienza di vita, di quell’esperienza filosofica, emergono dei momenti di pura luminosità, che hanno una leggerezza e una fragranza che ti portano via. Allora in quel caso a volte senti l’esigenza di starci anche fisicamente. Quindi si può essere in mezzo a una fabbrica o a una distruzione, però questa luminosità della vita, questa sovrapposizione di elementi c’è sempre. La vita ci sarà sempre anche nella sua insostenibilità. Proprio perché avvengono quei momenti più tragici e drammatici che la vita è insostenibile nella sua luminosità. Un lavoro come quello del cinema penso che debba essere vissuto dai corpi e non per forza trattenuto, perché non rientra in uno schema. Se c’è da saltare di gioia bisogna saltare di gioia. Se c’è da ridere perché finalmente si sta in una posizione di dedizione seria e tutto quanto, bisogna farlo. Perché poi dipende sempre dalla posizione che abbiamo con le cose. Cose appunto apparentemente di grande vicinanza sembrano insostenibili, da una posizione differente uno ne può veramente ridere, veramente prendere la giusta distanza. Una sperimentazione continua che è sapere la giusta tensione da tenere, stare sempre fuori, stare sempre attaccato alle cose, sapere continuamente. Ma questo con la pratica e con il lavoro nella vita è un gioco rischioso perché, se ti incammini in strade un po’ troppo impervie, è difficile poi continuare a risaltare. Quel passaggio di Simone Weil in cui c’era quel dialogo sulla fotografia, cui facevi riferimento prima, è proprio presente nel testo. Mi colpì tantissimo perché lei riporta quest’incontro, e in quel periodo della mia vita – adesso avrei una relazione molto differente con quel brano – mi colpì perché parteggiavo per quella posizione, il cinema soltanto testuale, solo parlato, e lì in quel momento in questi diari di Simon Weil, che sono di una drammaticità pazzesca, riesce effettivamente ad avere una parentesi di miracolosità, di puro stare, di pura presenza. Senza sovrastrutture, la pura presenza dei tre esseri umani. Che poi quello è un ponte che sta sopra la périphérique di Parigi a P.te de Saint-Cloud e mi sembrava la cosa che forse era più vicina al percorso di Simone Weil.

Info
Il sito de I Mille Occhi 2018.
  • Intervista-a-Fabrizio-Ferraro-001.jpg
  • Intervista-a-Fabrizio-Ferraro-002.jpg
  • Intervista-a-Fabrizio-Ferraro-003.jpg
  • Intervista-a-Fabrizio-Ferraro-004.jpg
  • Intervista-a-Fabrizio-Ferraro-005.jpg

Articoli correlati

  • I Mille Occhi 2018

    Je sui Simone (La condition ouvrière) RecensioneJe suis Simone (La condition ouvrière)

    di Presentato a I mille occhi 2018, nell'ambito di un piccolo omaggio a Fabrizio Ferraro, la sua opera del 2009 Je suis Simone (La condition ouvrière), che prende a soggetto il libro di Simone Weil La condizione operaia, e il paesaggio urbano di archeologia industriale dell'Île Seguin sulla Senna parigina.
  • Festival

    I Mille Occhi 2018I Mille Occhi 2018

    Apre con Il regno del terrore di Anthony Mann, ambientato durante la Rivoluzione francese, e chiude con Un uomo a metà, straordinario viaggio psicanalitico di Vittorio De Seta, la 17esima edizione de I mille occhi di Trieste, festival curato da Sergio Grmek Germani. Dal 14 al 20 settembre.
  • Festival

    I Mille Occhi 2018 PresentazioneI Mille Occhi 2018 – Presentazione

    Apre con Il regno del terrore, il film di Anthony Mann ambientato durante la Rivoluzione francese, e chiude con Un uomo a metà, lo straordinario viaggio psicanalitico di Vittorio De Seta, la 17esima edizione de I mille occhi di Trieste, curato da Sergio Grmek Germani, dal 14 al 20 settembre al Teatro Miela, di cui anche quest'anno Quinlan è media partner.
  • Prossimamente

    Gli indesiderati d'Europa RecensioneGli indesiderati d’Europa

    di Mettendo in scena la fuga in montagna di Walter Benjamin dalla Francia occupata dai nazisti, Fabrizio Ferraro in Gli indesiderati d'Europa allude all'eterno ritorno della figura del migrante, ieri come oggi.
  • Festival

    Rotterdam 2018

    In corso fino al 4 febbraio la 47esima edizione dell'International Film Festival di Rotterdam, sotto la direzione artistica di Bero Beyer: una costellazione di visioni che va dall'installazione di Apichatpong Weerasethakul a Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, musicato dal vivo.
  • Festival

    torino-2016Torino 2016

    Il Torino Film Festival 2016, dal 18 al 26 novembre. La trentaquattresima edizione della kermesse piemontese, tra opere prime, sci-fi, punk, documentari, film di ricerca... Tutte le nostre recensioni.
  • In Sala

    Quando dal cielo…

    di Fabrizio Ferraro in Wenn Haus Dem Himmel (Quando dal cielo...) mette in scena la musica di Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura e lo fa con ammirevole rigore dello sguardo, appesantendolo però di alcune 'eccedenti' riflessioni filosofiche.
  • Interviste

    The Dark Side of the Sun RecensioneIntervista a Carlo Shalom Hintermann – Terza parte

    La terza parte dell'intervista a Carlo Shalom Hintermann, nella quale si parla della Citrullo International, della distribuzione, dello stato del cinema in Italia e della Boudu.
  • Archivio

    Quattro notti di uno straniero

    di Dopo Penultimo Paesaggio, Quattro notti di uno straniero costituisce per Fabrizio Ferraro il capitolo conclusivo del dittico dedicato al 'contatto'.
  • Archivio

    Penultimo paesaggio

    di Film meravigliosamente "postumo" e iconoclasta, Penultimo paesaggio di Fabrizio Ferraro si pone nel solco, sempre più isolato, di un cinema che resiste.
  • I Mille Occhi 2018

    Intervista a Jackie RaynalIntervista a Jackie Raynal

    Una carriera di montatrice iniziata nel 1963 con il corto Méditerranée di Jean-Daniel Pollet e Volker Schlöndorff, che l'avrebbe portata a lavorare più volte con Eric Rohmer. Jackie Raynal ha realizzato il suo primo film da regista, Deux fois, nel 1968, dando vita allo storico gruppo Zanzibar. Abbiamo incontrato Jackie Raynal nel corso de I mille occhi 2018.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento