Iuventa

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Girato senza facili cedimenti alla retorica e costruito con uno sguardo dal sapore wisemaniano, Iuventa di Michele Cinque mette in scena la storia dell’equipaggio della nave dedita al salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, almeno finché un assurdo sequestro nell’agosto del 2017 da parte della procura di Trapani non ha interrotto forzatamente queste azioni umanitarie.

Mare nostrum

“Gioventù che salva”. Questo è il significato di Jugend Rettet, ONG fondata a Berlino nel 2016 da un gruppo di ragazzi con un unico obiettivo: inoltrarsi in mare aperto a bordo della nave Iuventa per salvare chi fugge dall’Africa verso l’Europa. Il loro sogno non è così semplice da realizzare: nonostante la nobiltà del loro progetto, le utopie giovanili infatti devono fare i conti con una dura realtà e con politiche incapaci di attuare piani di aiuto concreto nel Mediterraneo. Il film di Michele Cinque punta il dito contro il disinteresse dei media e delle istituzioni europee sulle emergenze umanitarie. Quello di Iuventa è un percorso di lotta per la difesa dei diritti umani a cui è impossibile restare indifferenti. [sinossi]

È curioso, ma senz’altro necessario, che questa settimana escano in sala ben due film che affrontano il tema dell’immigrazione nel Mediterraneo, proprio in un periodo in cui ci troviamo a fare i conti con un Ministro dell’Interno quale Salvini che sta imponendo una politica draconiana e profondamente anti-umanitaria. Iuventa, rispetto a La libertà non deve morire in mare, adotta però una soluzione sotto certi aspetti più ‘cinematografica’ per raccontare il dramma dei migranti, visto che il regista Michele Cinque ha seguito per mesi l’attività dell’ONG tedesca Jugend Rettet non solo nelle sue operazioni di recupero in mare aperto (a bordo della nave Iuventa, incredibilmente sequestrata dalle autorità italiane il 2 agosto del 2017, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), ma anche nelle sue occupazioni invernali, quelle dedicate cioè a riflettere, nella sede di Berlino, su quanto fatto e a ragionare su possibili sviluppi futuri, oltre che a valutare spese e introiti derivanti da varie donazioni.

Quel che si può accertare, dunque, vedendo Iuventa, è il meccanismo di funzionamento – per certi aspetti alla Wiseman – di una ONG che si occupa di salvare vite e che, nell’assurda situazione di rovesciamento dei valori umani con cui siamo alle prese in questi orribili anni nel Vecchio Continente, viene per questo condannata dalla magistratura, per via di una legge, quella relativa all’immigrazione clandestina, che meriterebbe di essere invalidata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Lo sguardo di Michele Cinque non si limita perciò alla ‘mostrazione’ del migrante recuperato dalle acque – sequenze che, comunque, restano le più forti dell’intero film – ma si occupa anche di spiegarci come quella fase sia solo la più esposta mediaticamente rispetto a un’attività più ampia.
E, dunque, in tal senso, Iuventa acquista ancora maggior forza politica, perché, vedendo il film di Michele Cinque, diventa sempre più chiaro come questi ragazzi affrontino delle enormi sfide, mossi semplicemente da spirito altruistico (è commovente, ad esempio, vederli un po’ tesi ed emozionati nella fase che precede il loro primo salvataggio), e quindi spinti da quello che un tempo si sarebbe chiamato l’internazionalismo – dove a prevalere è la difesa dell’umano prima ancora che il colore della pelle o le differenze religiose o di nazionalità -, e questo perché incapaci di restare immoti e silenti di fronte all’immane tragedia che si sta svolgendo nelle nostre acque.
Senza mai cedere alla facile retorica, Michele Cinque in Iuventa ci mostra dunque dei giovani, in fin dei conti inesperti, che hanno deciso di lasciare tutto quello che avevano per spendersi in una missione rischiosa non solo dal punto di vista della loro indennità fisica, ma anche di quella giuridica.

Il cuore del film risiede ovviamente in quelle riprese in cui vediamo i migranti che vengono fatti salire sulla barca, o in quegli altri momenti in cui l’equipaggio della Iuventa cerca di superare il trauma di aver dovuto recuperare dei corpi che non sono sopravvissuti alla traversata dalla Libia. Ma è poi nella seconda parte, quella per l’appunto invernale, che il discorso di Michele Cinque si stratifica e si fa più complesso: nel momento in cui, cioè il regista segue i militanti lontano dal mare, dove si ragiona su possibili errori e su eventuali mancanze. E poi nell’ultima, quando tre di loro tornano in Sicilia e incontrano alcuni dei migranti che hanno salvato e che si trovano ancora nel centro di accoglienza Cara di Mineo. È a questo punto che sorge qualche dubbio, visto che Michele Cinque, accumula diversi possibili finali, senza decidersi a chiudere il film. Ma, poco dopo, diventa chiaro che le riprese sono proseguite, in qualche modo obtorto collo, per raccontare anche l’incredibile e inaspettato sequestro della Iuventa. Gli eventi giuridici, dunque, hanno per certi versi costretto il film a dilatarsi oltre la durata prevista e oltre la sua coerenza narrativa, e hanno allo stesso tempo costretto il regista a costruire una narrazione in voice over che, sostanzialmente ingiustificata ed esornativa all’inizio, rivela però la sua essenzialità nella parte finale, utile a spiegare le drammatiche novità intercorse.
Così, quel finale con una manifestazione di piazza a Berlino, e con i salvagenti in cui si chiede di dissequestrare la Iuventa piazzati in maniera provocatoria sui busti di diverse statue cittadine, si trasforma in invocazione allo spettatore, cui viene chiesto di prendere posizione e di abbandonare la sua ignavia per schierarsi al fianco di chi cerca di rendere l’Europa un continente più accogliente. Purtroppo, però, la storia della Iuventa è – al momento – la storia di una sconfitta. Anche perché le destre e il neo-rinato sovranismo stanno rinchiudendoci in una cappa oppressiva. Ed è necessario liberarsi.

Info
Il trailer di Iuventa.
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