Babylon

Girato tra il 2011 e il 2012 nel campo rifugiati di Choucha, al confine tra Tunisia e Libia, Babylon si muove tra allegoria e documentario d’osservazione per mettere in scena un’impressionante metafora della storia dell’uomo, dal commercio alla babele linguistica, fino all’inevitabile distruzione. Al PerSo – Perugia Social Film Festival 2018, nella sezione Cinema del Mediterraneo.

Giù dalla torre di Babele

Babylon ripercorre la nascita e la scomparsa del campo rifugiati di Choucha, alla frontiera tunisino-libica. [sinossi]

C’è un cinema della guerra, del conflitto, della migrazione che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni sulle altre sponde del Mediterraneo, quelle non europee, e che sta rivoluzionando il concetto stesso di cinema del reale, innervandolo sempre di una riflessione che innanzitutto parte dallo sguardo, dal modo in cui si sceglie di vedere e di riprendere quanto accade. Uno degli esempi più recenti e validi è, in tal senso, il siriano Still Recording, vincitore della Settimana Internazionale della Critica 2018. Ma si muoveva in tal direzione, pur se in forme più intellettualistiche, europee e godardiane, anche Spectres Are Haunting Europe, girato al confine tra Grecia e Macedonia. E, dunque, è con estremo piacere che nel corso dell’edizione del 2018 del PerSo – Perugia Social Film Festival che abbiamo potuto recuperare, per la sezione denominata per l’appunto Cinema del Mediterraneo, Babylon, altro perfetto saggio di questo nuovo modo di agire il cinema e la politica.

Vincitore nel 2012 del Grand prix al FID di Marsiglia, Babylon è diretto tre registi tunisini, Ismaël Chebbi, Youssef Chebbi e Ala Eddine Slim (quest’ultimo autore di quel The Last of Us, suo esordio nel cinema di finzione, che venne presentato nel 2016 sempre alla Settimana Internazionale della Critica), che per un paio d’anni – tra il 2011 e il 2012 – si sono recati nel campo rifugiati di Choucha, al confine tra Tunisia e Libia, dove vennero accolti migliaia di migranti in fuga dal conflitto libico susseguente alla deposizione di Gheddafi.
Ma tutte queste dinamiche di storia evenemenziale non vengono neppure alluse nel film, che assume piuttosto uno sguardo più universale, in certo modo biblico, come d’altronde suggerisce il titolo stesso.
Vale a dire che Babylon mette in scena la vita di quel luogo, a partire dalla fase precedente alla costruzione del campo – una fase in certo modo presentata come a-storica, dove non vi è presenza umana, ma di insetti e scarabei stercorari dagli echi buñueliani – e fino ad arrivare al suo smantellamento, che lascia sul terreno cumuli infiniti di immondizia.
In tal modo, Babylon riesce nel miracolo di lavorare allo stesso tempo sul piano del documentario d’osservazione – la vita dei rifugiati, fatta di piccoli commerci (come, ad esempio, la ricerca del riso), di cerimonie religiose, di teatro di strada, ecc. – e su quello del simbolico, suggerendoci – con un portato esistenzialista/nichilista – come, almeno in certe condizioni coatte come quella del campo sorvegliato dai militari, non vi sia scampo per l’umano, incapace di comunicare e condividere una vita in comune.
Così, una costruzione imposta dall’alto – da ruspe che squassano il terreno, facendoci entrare nella fase storica, dopo quella atemporale dell’incipit -, la costruzione di una nuova torre di Babele, non è destinata ad altro che al fallimento. E, infatti, la scelta dei registi di non sottotitolare le voci dei mille differenti ceppi linguistici che si confrontano e si scontrano in questo luogo (si trattava di popolazioni in larga parte provenienti dall’Africa sub-sahariana), ma di dare piuttosto alla parola un connotato puramente sonoro e indistinguibile, appare una scelta senz’altro radicale, ma assolutamente esatta, allo scopo di renderci consapevoli di come il processo comunicativo sia una pia illusione della globalizzazione. Solo l’inglese, a tratti, serve a instaurare un confronto minimo, in particolare in quella scena in cui, davanti a un fuoco, diversi rifugiati si confrontano sul loro passato e sognano un futuro migliore. Ma si tratta, per l’appunto, di fantasie, costrette poi a scontrarsi con la dura realtà, come quando in maniera improvvisa, al cospetto della morte di uno di loro, scoppia una rivolta incontrollabile.

I registi hanno ripreso tutto questo facendo uso di telecamerine mini-dv, dunque di un reperto visivo del passato, costretti dal fatto che nel loro studio vi era appena stato un furto susseguente alle rivolte scoppiate in Tunisia il 14 gennaio, nel corso di quella che venne poi chiamata Rivoluzione dei Gelsomini, o Primavera araba. E l’uso di queste apparecchiature d’antan, la cui grana ‘sfatta’ si riversa nelle immagini, contribuisce ulteriormente a dare a Babylon la dimensione di film simbolico, di nerissima parabola biblica. Ed è in tal senso, dunque, che si innesta anche la riflessione sull’immagine, tra fuori fuoco, silhouette in controluce, ombre velate da teli. I rifugiati, ci viene suggerito, sono ombre che camminano, umani ridotti al ruolo di marionette e di comparse, non certo per via delle scelte registiche, quanto in conseguenza di convergenze e divergenze del loro disastrato esistere. Babylon diventa così anche un lavoro sullo sguardo, sul modo di vedere l’esodo, la catastrofe e l’apocalisse. Non certo in modo estetizzante, quanto nella direzione di uno sguardo che si fa parola e concetto, di uno sguardo che è allo stesso tempo partecipe e allucinato, spinto dall’emergenza ma mai privato del suo pensiero sulle cose, della sua amara lucidità.

Info
La scheda di Babylon sul sito del PerSo – Perugia Social Film Festival 2018.
Il sito del PerSo – Perugia Social Film Festival 2018.
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