L’homme du large

L’homme du large

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Presentato alla 37esima edizione delle Giornate del cinema muto, in una bellissima copia in 35mm, capace di restituire in maniera impressionante il viraggio dei colori, L’homme du large di Marcel L’Herbier si presentava nel 1920 come un tradizionale dramma sociale ispirato a Balzac, arricchito però da uno stile nervoso e sincopato già moderno.

Ci vorrebbe il mare, per andarci a fondo

Bretagna, 1820. Data la sua passione per il mare, il pescatore Nolff è soprannominato l’homme du large. Vive in una casetta ricavata dalle rocce sulle rive del mare e con sua moglie ha cresciuto due figli, Djenna, l’incarnazione della virtù, e Michel, l’incarnazione del vizio. Michel, in particolare, è la dannazione del padre, che cerca in ogni modo di trasmettergli qualche valore positivo. [sinossi]

Prima di virare verso l’avanguardismo e verso l’esaltazione della tecnica, tipica di film come L’inhumaine, Marcel L’Herbier realizzava nel 1920 un tipico dramma sociale quale L’homme du large, tratto da un racconto di Balzac, Un drame au bord de la mer. Ma va detto che, così come L’inhumaine, più che un vero e proprio film avanguardista, era in fin dei conti un melodramma che si limitava a utilizzare spunti delle avanguardie storiche, al contempo L’homme du large è tutt’altro che un film tradizionale, in cui si fa un uso inventivo e già quasi godardiano delle didascalie e in cui vi è un arditissimo lavoro sul montaggio, con in più un gioco straordinariamente espressivo di iridi e mascherini. Questo per dire che gli schematismi, come spesso è inevitabile che sia, soprattutto se legati a un periodo storico così lontano nel tempo come il cinema delle origini, risultano sovente smentiti alla prova dei fatti. Ed è anche questo un motivo non secondario dell’importanza di un festival come Le giornate del cinema muto, dove è stato presentato il film di L’Herbier nell’ambito di un programma dedicato ad adattamenti balzachiani, perché ci permette di ripensare, ricatalogare e rinfrescare le fondamenta stesse della storia del cinema, ricordandoci che tutto è sempre più complesso di quanto la vulgata dei manuali racconti.

Ambientato nella Bretagna ottocentesca, dove gli abitanti sono ancora fortemente legati alla tradizione, a partire dai loro abiti, L’homme du large mette in scena la vicenda di Michel, figlio del pescatore Nolff (quest’ultimo soprannominato per l’appunto l’homme du large per la sua passione verso il ‘largo’, verso il mare aperto), che non si adatta a fare quanto prescritto dal padre e dalla linea generazionale, preferendo piuttosto le lusinghe della città. Michel arriverà a fuggire al cospetto della madre morente, e poi arriverà a derubare la virtuosa sorella, fino a spingere il padre a una punizione estrema, legarlo a una barca e abbandonarlo ai flutti del mare, nella cui santità Nolff crede ciecamente.
La linea della messa in discussione della tradizione è ovviamente il tema centrale del racconto di Balzac, cui si contrappone la forza primigenia del mare, la sua rudezza e asprezza primitiva, che rimanda a un’idea pura dell’umanità pre-civilizzata. Tutto questo L’Herbier lo racconta con aderenza, facendo però uso per l’appunto di uno stile moderno, nervoso, secco, perfettamente modulato in base alle esigenze narrative e ai climax delle singole sequenze.

Già ad esempio nella recitazione degli attori più giovani, che fumano in modo convulso e parlano e ridono con impazienza, sembra poter riconoscere quello che sarà il modo tipico di parlare e di stare in scena di attori come Jean-Pierre Léaud. Ma, come si diceva, le stesse didascalie di L’homme du large, nel loro essere posizionate spesso in diagonale mettendo a contrasto una parola con l’altra, danno l’impressione di anticipare persino l’utilizzo che poi ne farà Godard. E, in modo simile, L’Herbier forza ogni strumento che ha a disposizione per donargli espressività: si vedano in tal senso le iridi, non usate semplicemente in cerchio a chiudere sul nero, ma variandone continuamente le geometrie; oppure si pensi agli stessi mascherini, che vanno a occludere parte dello schermo per enfatizzare solo un lato o una parte dell’inquadratura.
In tal modo, L’homme du large si mostra come una sorta di film-sinfonico, poiché usa tutti gli strumenti a disposizione per restituire al meglio il racconto che mette in scena; persino il colore – imbibito magnificamente nella copia in 35mm vista qui a Pordenone – ha un ruolo di primissimo piano, quasi come ne I nibelunghi di Fritz Lang: il mare virato in un blu sempre più profondo man mano che il dramma procede, la bettola in cui si va a ubriacare Michel virata su di un rosso brillante, la casa in cui sta morendo la madre imbevuta di un rosso che si fa sempre più cupo. Senza dimenticare la matericità con cui L’Herbier riesce a catturare l’oscuro ribollire del mare: le onde che si frangono sugli scogli, al cui cospetto si trova in piedi Nolff, ormai dedito al voto del silenzio, hanno quella stessa condizione di flagranza del reale che aveva sconvolto i primi spettatori dei film dei Lumière. Ed è, questo, spesso il segno della bellezza del cinema di quegli anni: la compresenza dell’artificio esibito (i mascherini, il colore invasivo, ecc.) e del reale esposto brutalmente, come ad esempio in quei volti di vecchie contadine bretoni che L’Herbier sa cogliere con spirito antropologico.

Info
La scheda di L’homme du large sul sito delle Giornate del Cinema Muto.
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