La zarina

La zarina

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Restaurato giusto quest’anno, recuperando quasi interamente il montato andato perduto, La zarina è un classico esempio del cinema di Lubitsch, tra aristocrazia eternamente sull’orlo del collasso e trionfo della teatralità della vita. Alle Giornate del Cinema Muto 2018.

Il trono del sesso

Alexei, giovane ufficiale di un piccolo stato dell’Est Europa, si precipita al palazzo reale per denunciare alla zarina un tentativo rivoluzionario messo in piedi da una frazione dell’esercito. Il cancelliere però gli dimostra che la rivolta è sotto controllo, mentre la zarina si disinteressa completamente della questione e si mostra piuttosto interessata alle grazie dell’ingenuo Alexei. Ambito dalla donna coronata, il giovane non sa bene come comportarsi, visto che dovrebbe sposarsi con Anna, nuova dama di compagnia della stessa zarina. [sinossi]

Bisogna essere grati alle Giornate del Cinema Muto del fatto che ultimamente, più o meno ogni anno, c’è sempre in serbo nel programma un vecchio/nuovo film di Lubitsch, stavolta nuovo perché il restauro di La zarina (Forbidden Paradise) mostrato alla 37esima edizione della manifestazione pordenonese è stato fatto giusto quest’anno, recuperando quasi interamente la versione originale del film, in cui mancavano alcune sequenze.
E ogni volta non si può fare a meno di provare meraviglia di fronte all’arguzia cinematografica dell’autore di Ninotchka, arguzia e genialità nella gestione dei tempi e dei ritmi di scena e montaggio, così come nel lavorio dei dettagli scenici, ciascuno a suo modo significante, a partire dalla gestione degli spazi governata da porte e maniglie la cui apertura tarda sempre ad arrivare provocando suspense sia nei personaggi in scena che, ovviamente, nel pubblico.

Quando nel 1924 Lubitsch realizza La zarina è di stanza a Hollywood da appena un paio d’anni, eppure dimostra di aver già un pieno controllo della complessa macchina cinematografica statunitense, a partire dalla scelta di giovarsi – nel ruolo del cancelliere di appoggio alla zarina interpretata da Pola Negri – di una vecchia volpe del cinema americano – ma di origini europee – come Adolphe Menjou, che qui svolge il ruolo di autentico burattinaio della vicenda e dunque di alter-ego del regista, ruolo che ad esempio in un film come La bambola di carne svolgeva Lubitsch stesso, sia pur in maniera più scopertamente teorica. Ma il discorso, anche se ammorbidito per il pubblico americano, resta comunque lo stesso: l’aristocrazia come gran teatro della vita, dove tutti svolgono un ruolo preciso da cui non possono sfuggire. E così questo gran teatro è il cinema stesso, il set stesso – come ci viene suggerito nel finale in cui sostanzialmente i personaggi escono dai ruoli e gli attori sorridono rivolti quasi verso il pubblico – e dunque Hollywood stessa, aureo microcosmo, sogno e prigione dell’eterna messa in scena edulcorata dell’esistenza.

Lo stesso personaggio della zarina, nei cui panni è straordinaria Pola Negri, all’ottava e ultima partecipazione in un film di Lubitsch, è vittima e artefice del ruolo che svolge per conto dello Stato: scopriamo ben presto che si è portata a letto tutti i più alti ufficiali dell’esercito e che in questo modo costoro hanno giurato fedeltà a quello che la donna rappresenta, mentre lei è invece condannata a non poter essere fedele a nessuno per poter continuare a esercitare il suo potere e per poter ben governare il paese e il rapporto con le altre nazioni europee. Non è un caso che il rimandato appuntamento – sotto le lenzuola – con l’ambasciatore francese, rimandato perché la zarina si è nel frattempo invaghita del giovane ufficiale Alexei, sia presentato all’inizio come un vezzo della donna, che colleziona uomini come fossero caramelle, mentre ci viene riproposto nel finale sotto un’altra luce, come la necessità della ragion di Stato, portandoci dunque a vedere la condizione regale della donna connotata da toni dolenti, se non addirittura tragici.
In tal senso, il cancelliere interpretato da Menjou è, non solo il burattinaio, ma persino una sorta di demone faustiano, in grado di far continuare ad andare in scena eternamente – sia pur in forme eternamente moribonde – il valzer del potere che si autoalimenta, inglobando ogni corpo estraneo. D’altronde, quel che da un lato il cancelliere mette a tacere attraverso la generosità sessuale della zarina, dall’altro insabbia tramite il denaro, come nella sequenza in cui riesce abilmente a sedare la rivoluzione in atto – tesa moralisticamente a deporre proprio quella donna dai facili costumi – giusto mostrando il suo libretto degli assegni ai rivoltosi, rivoltosi in cui d’altronde è facile riconoscere un’allusione parodica ai bolscevichi.

L’abilità e la sofisticatezza con cui Lubitsch ci racconta tutto questo sono continuamente ribadite lungo tutto La zarina: dal gesto – tipicamente teatrale – dell’inchino deferente che viene fatto da chiunque si congedi dall’affascinante testa coronata (un gesto che, osservato di spalle, ovviamente mostra il didietro e dunque risulta grottesco e umiliante, come ci ricorderà poi tanti anni dopo Ettore Scola ne La terrazza), al gusto per il dettaglio pittoresco e implicitamente osé, come per la bacinella in cui i camerieri – nel corso di una festa – gettano i tappi delle bottiglie di champagne, anch’essi connotati con chiara allusione sessuale.
E, infine, questo mondo a-storico in cui ci cala Lubitsch, mondo in cui convivono consuetudini tardo-imperiali ottocentesche con espressioni della modernità (a partire dall’automobile dell’ambasciatore francese, per arrivare ai capelli a caschetto di moda sempre transalpina), serve comunque a ricordarci che forme e riti possono cambiare e convivere l’uno accanto all’altro, ma le uniche cose che contano e che fanno eternamente muovere i destini degli uomini sono per l’appunto, cinicamente, il denaro e il sesso.

Info
La scheda di La zarina sul sito delle Giornate del Cinema Muto.
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