Gente di rispetto

Gente di rispetto

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Mafia-movie sui generis, che costeggia anche melodramma, commedia e giallo all’italiana, Gente di rispetto di Luigi Zampa mostra un autore attento ai mutamenti di gusto dell’Italia coeva. In dvd per Surf Film e CG.

In un paesino della Sicilia isolato in mezzo alle colline arriva da fuori una nuova maestra elementare, Elena Bardi, donna giovane, bella e di idee progressiste. È inquilina dell’avvocato Bellocampo, anziano nobile decaduto che si è ritirato a vita privata e spia la vita di città dal suo balcone. Ovviamente vista con diffidenza dai locali, Elena viene più volte infastidita in pubblico da un uomo del posto, che poi viene ritrovato ucciso in mezzo alla piazza con un fiore in bocca. Sospettata di essere il mandante dell’omicidio, Elena viene tributata di crescente potere e rispetto dagli abitanti del paese. Intanto si ripetono gli episodi di violenza e di morte in difesa di Elena, mentre la donna intreccia una relazione con un collega, il professor Belcore, uomo debole e incapace di ribellarsi al contesto di mafia… [sinossi]

La mafia è uno stato mentale, innanzitutto. In Gente di rispetto (1975), terzultimo film di un Luigi Zampa settantenne, ricorrono alcuni degli elementi più connotativi del mafia-movie all’italiana tra fine anni Sessanta e l’intero decennio dei Settanta, ma non si compongono in un quadro evidente e di primo piano. Si tratta di manifestazioni improvvise di un pensiero violento, che percorre a fianco e dentro il grazioso paesino siciliano protagonista della storia – lo stesso Palazzolo Acreide, provincia di Siracusa, di cui era originario Giuseppe Fava, giornalista e scrittore, autore del romanzo omonimo alla base del film, ucciso poi dalla mafia nel 1984.
Gente di rispetto non è una storia di traffici illeciti, racket ed estorsioni. Resta legato alla contingenza indagando per l’ennesima volta le relazioni di connivenza tra mafia e politica, ma stavolta la mafia è studiata nel suo costituirsi come modello mentale e comportamentale. Quei morti piazzati in mezzo alla piazza alludono, più che a collaudati metodi di una moderna criminalità organizzata, a un sistema ancestrale di valori e codici etici. Il morto, ancorché messo in scena con pessimi manichini da cinema italiano anni Settanta, si tramuta in monito per gli altri, in lezione a suo modo morale.

In sostanza, la maestra elementare Elena Bardi, venuta da fuori e trasferita in quel paesino sperduto per le sue idee politiche, deve considerarsi lusingata se dietro di sé lascia una scia di cadaveri caduti in suo onore. È un “omaggio spagnolesco”, come suggerisce l’avvocato Bellocampo, dovuto all’idea sacra dell’ospitalità, violata da quegli uomini che importunano la nuova venuta. Partendo dunque da un machiavello narrativo abbastanza originale, Gente di rispetto si pone nel solco artistico individuale di Luigi Zampa, autore di un cinema quasi sempre impastato con la denuncia civile, spesso secondo chiavi fortemente sensazionalistiche e talvolta anche qualunquistiche. Per Zampa si tratta anche di un ritorno in Sicilia, dopo la nota trilogia realizzata in collaborazione con Vitaliano Brancati, Anni difficili (1948), Anni facili (1953) e L’arte di arrangiarsi (1954). Nel mezzo sono passati più di vent’anni in cui la società italiana e il suo cinema sono profondamente mutati, e in Gente di rispetto scopriamo uno Zampa pronto a raccogliere le novità espressive dei tempi coevi, sposandole a una ben nota e collaudata solidità professionale.
Così Zampa sceglie come protagonista una fascinosa attrice americana, Jennifer O’Neill, che vivrà una breve e intensa stagione creativa in Italia – a ruota, parteciperà in ruoli sempre di primo piano a L’innocente (1976, Luchino Visconti) e a Sette note in nero (1977, Lucio Fulci).
In Gente di rispetto la presenza della O’Neill è così palesemente stonata da tramutarsi per paradosso in valore aggiunto. Catapultata nel contesto di un paesino siciliano dove deve sostenere il ruolo della perturbante forestiera, la O’Neill, con le sue fonatissime permanenti, eccelle per eccesso, risultando del tutto estranea a un contesto non solo siciliano ma globalmente italiano. Diverso è invece il caso dell’impiego di James Mason, che curiosamente conserva una sua inaspettata credibilità nei panni di un nobile decaduto isolano.

In qualche modo qui il cinema di Zampa appare, come dicevamo, decisamente scaltrito, poiché accanto a due volti da esportazione (O’Neill e Mason) ne piazza un terzo autoctono, Franco Nero, che tuttavia aveva guadagnato a sua volta una propria visibilità internazionale. In più, è evidente la bendisposizione di Zampa verso le tendenze commerciali emerse nel cinema italiano del tempo: almeno due sequenze, ben lungi dall’essere veramente erotiche, si concedono comunque al gusto per il fotoromanzo melodrammatico dagli enfatici amplessi, inscritti in preziosità scenografiche e musicali. Vi è un ulteriore tratto a venire direttamente dalle pratiche italiane coeve: l’uso di una fotografia di manierata eleganza, costantemente incardinata sui giochi del flou, non casualmente a cura di Ennio Guarnieri, che aveva fornito luci molto simili in diverse opere più o meno contemporanee di Mauro Bolognini (tra gli altri, Metello, 1970; Bubù, 1971; Fatti di gente perbene, 1974).
Infine, Zampa si apre timidamente anche alla dimensione del giallo italiano anni Settanta, tenendosi ben lontano dalle efferatezze coeve di Dario Argento e simili ma sposandone in parte i metodi di costruzione narrativa. Non è l’unica volta che Zampa si dedicherà a questa contaminazione: il successivo Il mostro (1977) vede di nuovo l’autore confrontarsi con una personalizzazione della costruzione a detection, in cui Zampa porta la propria nota di originalità piegando il racconto di genere a veicolo di una riflessione rozza e qualunquistica quanto si vuole, ma comunque civile-sociale.
Tale commistione è probabilmente il tratto più tipico di Gente di rispetto; un originale e strano frullato, non del tutto riuscito, tra il mafia-movie di denuncia e la struttura narrativa di un giallo tradizionale. Si tratta di brividi molto all’acqua di rose, ma Zampa ripercorre tuttavia almeno un paio di luoghi ben collaudati del genere, a cominciare dall’occultamento di antichi cadaveri (Profondo rosso, Sette note in nero, Giallo napoletano…) e dal testimone con ritardo mentale che ha visto tutto ma non può parlare (per ampia astrazione, viene in mente tra i tanti la bambina di Non si sevizia un paperino, 1972, Lucio Fulci).

Più in generale, Gente di rispetto amplia il coinvolgimento dei generi più diversi anche verso il melodramma e la commedia sociale, come a volersi proporre per il pubblico più eterogeneo possibile. In certi rituali collettivi, narrati come una messinscena di paese (gli inchini e le scappellate al passaggio in paese di Elena, letteralmente coreografate), ritornano in mente anche gli splendidi ritratti grotteschi della Sicilia di Pietro Germi, mentre magari in alcuni brani Zampa si fa fautore dell’uso di un colore locale fin troppo macchiettistico – i suonatori di chitarra e mandolino che qua e là commentano la vicenda. C’è infine un ulteriore tratto di convenzione, acquisita però a posteriori: il commento musicale di Ennio Morricone, qui palesemente memore delle composizioni di pochi anni prima per il cinema di Elio Petri, ha acquisito negli anni un tale automatismo percettivo (Morricone grottesco=malaffare italico) da tramutarsi suo malgrado in luogo comune espressivo. In questo frequente mutar di registro, Gente di rispetto mostra poi inaspettata efficacia drammatica nel suo filone narrativo paradossalmente più debole.
Nell’economia globale del racconto, è evidente infatti che nel romance tra Nero e la O’Neill si manifestino le maggiori debolezze – il personaggio di Franco Nero, oltretutto, non ha nemmeno un suo preciso finale, venendo abbandonato per strada poco prima della conclusione. Tuttavia, il ritratto di questo piacente professore siciliano schiacciato dalla paura, consapevole e arrabbiato ma incapace di ribellarsi. risulta anche ben inquadrato, con almeno una sequenza efficace nella sua asprezza e crudeltà, quando in chiesa Elena lo mette di fronte alla sua totale vigliaccheria. Al giallo italiano coevo, alla sua vena più tipica appartiene poi in parte il finale, in cui una vicenda di mafia, malaffare e impasti con la politica si chiude con un inaspettato sprofondamento nel privato, dove trovano posto traumi non elaborati e una sorta di vendetta dai toni psicopatologici. Se da un lato si tratta di una soluzione a suo modo originale, dall’altro mette però in serio dubbio gli intenti dell’intero film. Perché riportare un tema di così urgente portata pubblica (mafia e politica) nell’alveo di una motivazione al crimine tutta intima e personale rischia di semplificare e banalizzare le questioni sollevate, e di confinare Gente di rispetto in un’opera di puro consumo e intrattenimento malgrado le evidenti ambizioni di altro tipo.

Nel finale, Zampa mescola oltretutto pubblico e privato calando nelle motivazioni dell’omicida una sorta di risentimento assoluto nei confronti del trasformismo italico, che inficia la classe dirigente ma pure il popolo apparentemente povero e indifeso, fin dalle origini della repubblica italiana – il trauma originario risale a fatti di sangue al momento della liberazione dal nazifascismo. Di più: nella sua rete pirandelliana di paradossi e giochi di maschere, Gente di rispetto narra di un progressismo politico in buonafede che finisce inconsapevole strumento dei suoi nemici, come a dire che anche le migliori intenzioni muoiono fanciulle, i burattinai sfruttano anche gli ideali dei puri per i propri scopi e il sistema rimane sempre più forte. Zampa sembra dunque aderire a un nerissimo pessimismo che si abbatte su tutti, cercando anche (e non è la prima volta nella sua carriera) di puntare il dito contro il trasformismo politico di casa nostra e di fare atto di studio e indagine del fenomeno fascista. Ciò detto, una volta giunti alla conclusione del film, resta comunque predominante la sensazione di un buon film di genere, che tenta di tenere desta l’attenzione dello spettatore tramite strumenti espressivi di varia natura. Quel prefinale s’inghiotte a posteriori tutto il resto, così come le frequenti semplificazioni narrative (ci vogliono davvero così pochi giorni per sbloccare una legge in Parlamento?) fanno pensare a una maggiore urgenza di spettacolo che di riflessione politico-civile. Ma lo spettacolo, ricondotto alle coordinate dei suoi anni, rimane. Godibile, non rigorosissimo, ma buona fonte d’intrattenimento disimpegnato. Ché per un film nato su premesse di denuncia è praticamente un fallimento, ma il piacere del consumo resta comunque invariato.

Extra: Biofilmografia di Franco Nero, biofilmografia di Luigi Zampa, trailer.
Info
La scheda di Gente di rispetto sul sito di CG Entertainment.
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