Intervista a Mauro Colombis

Intervista a Mauro Colombis

Nato a Pordenone ma di casa a Sydney, Mauro Colombis è fra i più giovani musicisti impegnati a Le Giornate del Cinema Muto. Pianista di formazione classica diplomato prima in Italia e poi a Mosca, deve proprio alla kermesse friulana la sua scelta di specializzarsi nell’accompagnamento delle immagini del passato. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata sulla sua formazione e sul suo lavoro.

Partirei dall’inizio, dalla tua formazione. Hai studiato pianoforte al Conservatorio di Pordenone, ti sei specializzato nello strumento alla prestigiosa scuola musicale Tchaikovskij di Mosca, e nel frattempo ti sei laureato al DAMS di Bologna. Mi interesserebbe conoscere le differenze nello studio della musica fra l’Italia e l’estero, e in secondo luogo come questa tua passione si è cristallizzata verso l’accompagnamento dei film muti.

Mauro Colombis: Il mio percorso di studi è stato in effetti abbastanza particolare. Il mio studio musicale di pianoforte si è basato principalmente sullo studio della musica classica. Ho studiato a Pordenone presso insegnante privato, facendo gli esami in Conservatorio da privatista, quindi non ho mai frequentato un ambiente prettamente musicale. Ho fatto una vita pienamente comune, come scuola superiore ho frequentato il Liceo Scientifico, e come tanti ragazzi che fanno musica ma fanno anche altre cose ho fatto un percorso abbastanza “normale”. Anche se mi piaceva suonare il pianoforte la mia decisione di intraprendere seriamente lo studio della musica è arrivata solo dopo l’esame di Maturità, e anche durante il percorso di studi più specifici mi sono laureato a Bologna. Andare in Russia è stata una scelta dettata sì dalle circostanze, ma anche dal fatto che la “scuola russa” è tutt’ora un’ottima scuola per la formazione dei pianisti. Anche se, a dire il vero, la “scuola russa” prenderebbe i bambini da piccoli, perché si basa su una tecnica molto particolare e tutti sanno come insegnare bene ai bambini. Andandoci solo da ormai formato quella tecnica non è stata il motivo principale del mio viaggio, ma sono stato fortunato a confrontarmi con ottimi pianisti giovani del luogo e con insegnanti molto preparati, che avevano un’importante carriera concertistica. Parallelamente allo studio della musica classica, ho sempre coltivato una passione per suonare a orecchio, per comporre e improvvisare per conto mio, e il resto lo ha fatto essere nato e cresciuto a Pordenone.

In che senso?

Mauro Colombis: È capitato una volta che la mia insegnante di Pordenone mi invitasse a vedere un film muto durante le Giornate, e la prima volta che andai – avevo 22-23 anni – sono rimasto molto colpito dal fatto che durante la proiezione si sentiva una musica di pianoforte che funzionava benissimo con le immagini. Però, non vedendo le luci e percependola come un po’ composta e un po’ improvvisata, non capivo come fosse possibile suonare per così tanto tempo, e solo alla fine mi spiegarono che i pianisti non leggevano alcun tipo di partitura, ma improvvisavano e basta, da soli. Sono rimasto molto colpito da questo modo di fare musica e ho pensato che fosse un’abilità impressionante suonare per magari per due ore non solo improvvisando, ma anche facendo sì che il film avesse un senso, e che la musica oltre a procedere fluida e senza evidenti errori acquistasse ulteriore forza nel sincronizzarsi delle immagini. Un paio di giorni dopo ho incontrato uno dei fondatori del Festival, che per puro caso viveva nel mio stesso condominio, e gli ho spiegato la mia ammirazione nei confronti della bravura dei musicisti. Lui mi ha risposto che sarebbe stato bello se ci fosse stato anche un pianista di Pordenone a farlo, e fu così che poco dopo ebbi la prima occasione di accompagnare dei film muti. Sono entrato così nel mondo del cinema muto, e dal 2002 questa è più o meno la mia storia: ho cercato di accompagnare sempre più film muti, e da qualche anno sono entrato nella schiera dei pianisti full-time, quelli che suonano il più possibile in giro per le sale.

Non solo alle Giornate, ma anche in giro per il mondo…

Mauro Colombis: Lo faccio ovunque mi sia possibile e ci tengo molto a tornare ogni anno “a casa” a Pordenone, ma chiaramente vivendo in Australia i miei lavori sono limitati per limiti geografici principalmente all’Australia. Qualche volta sono andato in Asia, in Cina e in Thailandia, molto più difficilmente in Europa.

Tornerei a quella che tu stesso hai detto essere la tua più grande passione: l’improvvisazione. Un’improvvisazione che deve sì accompagnare il film (ri)guardandolo e seguendolo, ma per saperlo davvero valorizzare a volte anche creare contrasti, deve assorbirlo e in un certo senso riscriverlo di volta in volta…

Mauro Colombis: Sì, l’improvvisazione, proprio perché parte dal pianista, è sempre soggettiva. Bene o male, la musica che un musicista suona durante la proiezione di un film aggiunge giocoforza qualcosa di personale alla visione del film. Qualche volta questa cosa funziona bene, altre meno. Noi musicisti cerchiamo in tutti i modi di valorizzare un film, soprattutto quando capita di suonare per un film che non è “bello”. Paradossalmente, è proprio quando è poco interessante o noioso che la musica ha l’occasione di recuperarlo ed elevarlo, e uno dei complimenti più simpatici e graditi che si possano ricevere è proprio: «La tua musica mi ha fatto vedere un film che altrimenti non avrei guardato».

Al di là dell’evidente correlazione della musica con i muti, nel tuo percorso di studi e di vita ti consideri anche cinefilo? Il cinema è per te un interesse anche da solo o più semplicemente lo vivi come un qualcosa di funzionale all’ispirazione e alla tecnica musicale, un qualcosa su cui costruire una partitura istantanea?

Mauro Colombis: Non mi considero esperto di cinema come potrebbe esserlo uno studioso del campo. Ma ogni volta che devo accompagnare un film muto mi informo su tutto ciò che è dato sapere su quel film in particolare, e quindi sul regista, sull’epoca storica, sulle eventuali disavventure produttive… Cerco di farmi una cultura, e a furia di accompagnare questo e quell’altro film dopo si uniscono le cose e quasi inevitabilmente mi si è formata un’idea almeno generale del mondo del cinema. E poi vado molto spesso al cinema a vedere anche i film contemporanei, mi piace, mi interessa.

A questo punto, tirando tu in ballo il contemporaneo, mi stimoli una curiosità. Come percepisce, in generale, un musicista classico e specializzato nel cinema degli albori l’uso delle colonne sonore diegetiche ed etradiegetiche nelle produzioni di oggi? C’è chi spesso le accusa di essere troppo invasive, c’è chi spesso le accusa di essere troppo retoriche nel suggerire le emozioni, eppure suggerire le emozioni è esattamente quello che devi fare nel momento in cui accompagni un muto…

Mauro Colombis: Sto sempre molto attento, ogni volta che guardo un film, a come funziona la musica. E personalmente la trovo, in genere, semplicemente troppo neutra. Ritengo che, pur avendo ovviamente caratteri generali, la musica vada considerata sempre e solo in rapporto al singolo film, è difficile trovare principi generali per i quali una musica possa funzionare indipendentemente dalle immagini e dalla narrazione a cui la si abbina. Ma mi sono anche fatto l’idea che i film che inseguono solamente il successo in genere abbiano registi e produttori che vogliono e impongono una musica che non sia troppo diversa da quella che si è già sentita. In questo periodo purtroppo c’è la volontà di non rischiare, sono molto pochi quelli che rischiano con una colonna sonora più particolare, e ho saputo di registi che, se un tempo sarebbero stati felicissimi di sapere che il motivetto del loro film veniva fischiettato in giro nei giorni successivi dagli spettatori, oggi lo troverebbero motivo di invidia nei confronti del compositore. Anche per questo motivo si cerca sempre più spesso una musica che non sia troppo importante, che sia quasi manovalanza giusto perché deve esserci. Per lo meno, per la maggioranza dei film hollywoodiani trovo questa tendenza.

Ecco, hai parlato tu stesso di come la musica al cinema sia imprescindibile dal singolo film. In questo senso, nel tuo lavoro, la grammatica musicale deve costantemente adattarsi alla grammatica cinematografica, al linguaggio, al ritmo e al senso delle immagini. Quanto il tuo lavoro è sensibilità, è un lasciare semplicemente fluire quello che il film ti comunica e quanto c’è di un repertorio pregresso che, a furia di suonare, inevitabilmente ognuno di voi si è formato? In quale modo scegli gli accordi su cui poi rimanere in scala?

Mauro Colombis: Non so quanto ci sia in percentuale di tutto questo, ma di certo quando improvvisiamo tiriamo fuori qualcosa che viene fuori dalla nostra preparazione musicale. Nel senso, l’improvvisazione è un particolare tipo di composizione che prevede di suonare nel momento stesso in cui si pensa. Però non è un’invenzione pura. Molto spesso suonare quello che suoniamo è un tirare fuori ciò che abbiamo già dentro, e tirare fuori ciò che si ha già dentro è un qualcosa che deriva da uno studio di anni, sia uno studio tecnico, sulla tastiera, sia uno studio che deriva dall’ascolto, dal nostro inevitabile metterci al piano a ri-suonare qualcosa che abbiamo sentito e che ci è rimasto da qualche parte. L’assorbimento della musica che ci circonda e lo studio attraverso l’esecuzione di ciò che abbiamo assorbito insieme formano la tavolozza a cui attingiamo per suonare improvvisando. Oggi, per esempio, per l’ultimo film che ho accompagnato [A dangerous Wooing di Rune Carlsten, n.d.r.] avevo in mente di usare un certo stile, perché il film era ambientato in Norvegia e mi ha fatto venire in mente il compositore Edvard Grieg, perché so che Grieg usa certe tecniche, certi accordi e certe armonie che sono legati a doppio filo con la cultura norvegese. Avendo ascoltato moltissimo Grieg, ho cercato di suonare sul suo stile. Si tratta di una rielaborazione di un qualcosa che ho tirato fuori dal cassetto, lo “stile-Grieg” [ride, n.d.r.].

Il che è anche un qualcosa che ha reso la proiezione di oggi, come tutte le proiezioni accompagnate dei film muti, un evento unico e irripetibile.

Mauro Colombis: È vero, non potrei mai più suonare nello stesso modo. Potrei solo rifare qualcosa di simile, magari più bello o magari peggiore, mai mai esattamente come oggi. Però, tirando fuori queste cose preesistenti in realtà, lo si fa sempre con una certa spontaneità e con una certa inventiva.

E non c’è un rammarico nel pensare che queste note rimarranno in quest’unica proiezione e poi non ci saranno mai più?

Mauro Colombis: Sì, quello sì. Che poi, nel mondo di oggi, tutto potrebbe essere registrato e archiviato. Però non lo si fa, e il rammarico di non conservare quello che faccio a volte c’è. Specialmente quando ho un’ottima sensazione dopo aver suonato, quando mi sento di aver fatto un qualcosa al di fuori della norma accompagnando davvero bene il film. In quei casi non avere una registrazione mi dispiace. Ma fa parte del gioco.

Come funziona invece la collaborazione con altri musicisti? Quando in sala a sonorizzare i film a fianco del pianista che sempre detta la linea melodica ci sono un batterista, un clarinettista o un qualsiasi altro strumento di accompagnamento, si limitano a venirti dietro o partite insieme da partiture già esistenti o per lo meno un qualche canovaccio musicale?

Mauro Colombis: Vero, la linea melodica la detta in genere il pianista, se non altro perché è lo strumento più completo. Ma la collaborazione deriva in genere dal fatto di parlare e di guardare, quando possibile, il film insieme prima. In questi giorni ho avuto la fortuna di suonare con Romano Todesco, contrabbassista molto esperto che suona per le Giornate con diversi musicisti da anni, e con il batterista Frank Bockius, anche lui esperto, bravissimo e abituato a improvvisare. Cerchiamo insieme di tirare fuori delle idee. La nostra collaborazione prevedeva che il pianista fosse il leader con gli altri a seguirmi, ma ci siamo messi d’accordo prima sui cambi, discutendo insieme delle idee musicali di tutti. È una collaborazione che cerca sempre il meglio possibile, senza vere e proprie regole.

Cambiando argomento. Al di là dell’accompagnamento dei film hai altri progetti musicali in corso o nel cassetto?

Mauro Colombis: Beh, vivendo in Australia, Paese lontano, i miei maggiori progetti riguardano il cinema muto, ma ho sempre continuato a studiare musica classica per conto mio. Magari nel futuro mi piacerebbe comporre e suonare con altri musicisti, contaminando diversi stili fra la musica classica, il jazz moderno, la musica da film, la musica minimalista… Mi piacerebbe creare atmosfere sonore, come dire, un po’ miste. Del resto ho sempre ascoltato anche rock, pur non avendo interesse per il pop. Il primo gruppo che ho assiduamente ascoltato sono stati i Beatles, quindi in realtà un ibrido, ma poi mi sono buttato sui gruppi anni Settanta, i Pink Floyd, i Led Zeppelin, il progressive, i Genesis, i King Crimson. Non ho alcuna preclusione di genere, amo anche la musica etnica e la musica popolare.

Se ti venisse commissionata una sonorizzazione moderna di un film muto, non necessariamente elettronica ma nettamente discostata dalla musica classica, accetteresti? Il post-rock o il progressive rock, tanto per dire due sottogeneri, hanno strutture che potrebbero tranquillamente adattarsi all’accompagnamento…

Mauro Colombis: Bella domanda… In realtà a me piacciono i lavori in cui l’esecuzione avviene con strumenti acustici dal vivo, quindi non so se mi piacerebbe fare una composizione particolarmente moderna, registrata e magari con i suoni del computer. Ma penso che i film muti possano tranquillamente essere accompagnati da composizioni moderne, a patto che abbiano un contesto storico non delineato, fuori dal tempo. Ieri per esempio ho visto L’Atlantide, un film sulla scoperta di una civiltà perduta che potrebbe essere stata fatta in qualsiasi anno, e in un simile caso la musica potrebbe tranquillamente avere sonorità più recenti. L’unica cosa davvero importante in ogni accompagnamento è seguire il ritmo delle immagini, indipendentemente dallo stile.

Del resto il tuo lavoro è proprio questo, dare forza a immagini del passato ricontestualizzandole e proiettandole direttamente verso il futuro. Non hai mai percepito il tuo lavoro come una sorta di macchina del tempo?

Mauro Colombis: In ogni accompagnamento che faccio, non mi preoccupo più di tanto della filologia storica, perché credo che bene o male sia il pubblico di oggi a dover essere in qualche modo “servito”. Quindi sì, percepisco il mio lavoro assolutamente come proteso verso il futuro, e ritengo che la mia musica per mettersi al meglio al servizio di un film debba guardare avanti. Del resto, ai tempi dell’epoca muta, nessuno pensava al cinema come a un qualcosa di storico: era un’arte nuova, decisamente proiettata verso il futuro. Le musiche più scelte al tempo per l’accompagnamento provenivano dal repertorio classico, quindi non dobbiamo pensare di fare una musica degli anni Venti perché il film è degli anni Venti. Dobbiamo, come facevano al tempo, prendere quello che c’è. Abbiamo molto di più, perché con tutti i media ognuno di noi può ascoltare musica di tutto il mondo e di tutte le epoche, al tempo non era così. Ed è proprio questo che può aiutare noi musicisti a tenere il cinema muto proiettato verso il futuro, un po’ come era alle origini. Il modo in cui il pubblico sente le musiche è un linguaggio in continua evoluzione a seconda del periodo storico. Bisogna adattarsi per essere “giusti”.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto 2018.

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