Fahrenheit 11/9

Fahrenheit 11/9

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Con Fahrenheit 11/9, presentato alla Festa del Cinema di Roma, Michael Moore realizza un generoso ma confuso atto d’accusa nei confronti dell’America ai tempi di Trump, non risparmiando nessuno – da Obama alla Clinton – per la situazione in cui si trovano oggi gli Stati Uniti.

With Devil on his side

Dopo Fahrenheit 9/11, Michael Moore sposta la sua attenzione su un’altra significativa data, il 9 novembre 2016, giorno in cui Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti. [sinossi]

Da quella Palma d’Oro ottenuta nel 2004 con Fahrenheit 9/11 al suo nuovo film, Fahrenheit 11/9, che gioca apertamente nel titolo con il suo più grande successo di pubblico e di critica – insieme, ovviamente, a Bowling a Columbine -, Michael Moore è rapidamente decaduto nella stima dei cinefili, in particolare europei, anche se continua a essere un personaggio molto noto nello show business americano.
Il suo modello di cinema documentario appare invecchiato alla velocità della luce, soppiantato da figure ben più consapevoli cinematograficamente parlando, a partire dal Gianfranco Rosi di Fuocoammare, e ha finito per trascinare via con sé una serie di imitatori, anche italiani, incapaci di mostrarsi al passo dei tempi più dal punto di vista stilistico che da quello tematico.

Ma di tutte queste questioni, di stretto appannaggio della – sia pur abbastanza ampia – nicchia di cinefili festivalieri selezionatori programmer del Vecchio Continente, Michael Moore pare infischiarsene totalmente, e probabilmente ha ragione lui, almeno dal suo punto di vista e in base agli obiettivi che, di volta in volta, si prefissa. Così il suo vecchio/nuovo Fahrenheit arriva semplice e diretto al pubblico, come un film senza tempo e senza tempi, in cui l’occasione per capire che si tratta di un film del 2018 arriva ‘solamente’ dai contenuti cronachistici più che da mere questioni stilistiche. Perché, annullando le riflessioni di McLuhan, il ‘messaggio’ è tutto per Moore e non ha importanza in che modo arrivi, l’importante è che arrivi, anche se si tratta di fare delle scelte moralmente discutibili e concettualmente grossolane come quella di mostrare un comizio di Hitler fingendo che parli con la voce di Trump. Quale miglior modo per far capire al pubblico americano che Trump è – potenzialmente paragonabile – al nazismo, se non comunicarlo attraverso una trovatina simil-Blob?

Forse però vi è anche da dire che, così come in Fahrenheit 9/11 si coglieva l’urgenza del racconto post-undici settembre di fronte al serio rischio di perdita delle libertà democratiche, allo stesso tempo in Fahrenheit 11/9 si ragiona sulle serie derive totalitarie incarnate da Trump, cercando di capire al contempo quali siano stati gli errori commessi dai democratici, non solo la Clinton, ma anche lo stesso Obama. E, in tale resoconto, non è difficile per lo spettatore italiano trovare dei facili parallelismi con la nostra preoccupante situazione politica. Perciò viene a tratti il dubbio che, di fronte a un’evidente emergenza democratica, sia per certi versi inevitabile tornare di nuovo alle immagini-slogan di Michael Moore e alla sua grossolana ma sostanzialmente efficace concezione del cinema e del mondo.

Quel che allora vi è da apprezzare è la generosità che Michael Moore riversa in Fahrenheit 11/9, generosità nel dar voce a tantissime questioni inquietanti che riguardano la storia recente degli Stati Uniti – a partire dalla vicenda dell’acqua contaminata nella sua città natale di Flint, Michigan – e alle poche e virtuose strade per un futuro migliore, incarnate soprattutto dal movimento dei giovanissimi che si sono ribellati allo strapotere dei mercanti d’armi dopo la strage di Parkland. A questa generosità però non corrisponde altrettanta lucidità nello strutturare il racconto, spezzettato in mille rivoli narrativi, in mille digressioni slegate l’una dall’altra e a cui solo alla fine Moore cerca di dare unità, in maniera tra l’altro abbastanza maldestra. E, alla fine, con quel lunghissimo primo piano della ragazza più rappresentativa del movimento dei liceali, oltre a volerci trasmettere la sua fiducia per le nuove generazioni, che soppianteranno le vecchie, incancrenite nella promiscuità con il potere, Moore sembra voler persino evocare la possibilità di un suo passaggio di mano, di un suo prossimo e inevitabile farsi da parte, quantomeno davanti alla videocamera. Si tratta di una sovra-interpretazione, non vi è dubbio, ma il fatto stesso che il regista si mostri in Fahrenheit 11/9 molto meno in scena rispetto al passato, è comunque un segno da tener presente. E forse, in un futuro prossimo, il suo cinema potrebbe anche giovarsene, visto che i momenti migliori di Fahrenheit 11/9 vanno trovati nell’uso consapevole di certo materiale di repertorio – Trump che avanza mentre gli viene srotolato davanti un tappeto rosso – più che nelle pigre performance di Moore, come quando si presenta davanti alla villa del governatore del Michigan per innaffiare il suo giardino con acqua contaminata. E son d’altronde proprio queste scenette da vecchio programma tv d’infotainment ad apparire oggi totalmente superate, superate dai youtubers, dalle dirette facebook e da chissà cos’altro ancora.

Info
Il trailer di Fahrenheit 11/9.
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