Go Home – A casa loro

Go Home – A casa loro

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Go Home – A casa loro di Luna Gualano approda alla Festa di Roma, nel programma Panorama Italia di Alice nella città, segnalandosi come un caso sia per la produzione completamente indipendente sia per la tematica. Peccato che a mancare sia l’elemento cinematografico…

Sotto attacco dell’idiozia

Roma, durante una manifestazione contro l’apertura di un centro d’accoglienza, si scatena un’apocalisse zombie. Enrico, un ragazzo di estrema destra, si mette al riparo all’interno del centro, mentendo sulla sua identità. L’unico luogo sicuro è quel centro d’accoglienza che lui non voleva, mentre fuori i morti camminano sulla terra. [sinossi]

Go Home – A casa loro è un film profondamente programmatico. Lo è nella scelta tanto del tema quanto del genere attraverso il quale farlo riverberare. Lo è nella scelta delle location. Lo è nella scelta degli interpreti. Lo è nella scelta perfino dell’autore del manifesto ufficiale, Michele Rech in arte Zerocalcare, forse il fumettista maggiormente in grado di attrarre sia le masse popolari che gli abitanti dei salotti buoni italiani (ed europei). Non è certo un caso che alla Festa del Cinema di Roma, dov’è selezionato nel programma di Panorama Italia in Alice nella Città, il film di Luana Gualano abbia catalizzato l’attenzione mediatica; e questo non è certo un male, visto che Go Home – A casa loro sfrutta l’horror zombesco per raccontare l’Italia sotto attacco dell’idiozia – per citare una hit del supergruppo che unì sui palchi d’Italia per un paio di anni 99 Posse e Bisca – e del fascismo mai sconfitto e sempre lasciato sotto il tappeto, insieme alla polvere. Nel classico schema dell’assedio, con gli zombi fuori e i buoni dentro, il luogo della salvezza è un centro d’accoglienza, dove insieme ai richiedenti asilo troveranno riparo anche quelli che, braccio teso, erano accorsi per manifestare contro di loro. Un’idea brillante, e che mette il genere al servizio della realtà nella migliore delle tradizioni dell’horror politico. Ma qual è allora la colpa, l’errore fatale del film di Gualano, al secondo lungometraggio dopo Psychomentary (2014)?

La natura di un film di genere, perfino più che altrove, necessita di una gestione sintattica del racconto, di una capacità di controllo non solo del perché degli eventi, ma anche e soprattutto del come e del quando questi stessi eventi devono avere luogo. Esiste un’alchimia, a cui va accompagnato uno sguardo, una propria percezione del reale. Il sovrannaturale ha senso solo in una lucida lettura del naturale. Qui viene a mancare Go Home – A casa loro. Perso nella sua dimensione epidermica, pur lodevole nella scelta di far recitare attori non professionisti, migranti che hanno vissuto sulla loro pelle ciò che accade nella prima parte del film (gli assedi fascisti, i luoghi comuni con cui l’estrema destra, ma anche quella moderata, sta bombardando la popolazione italiana), il film non sa compiere il balzo in avanti, non sa prendersi fino in fondo le proprie responsabilità e in particolar modo non riesce a diventare ciò che dovrebbe essere fin dalle fondamenta. Un b-movie, un film a basso – anzi bassissimo – budget che faccia della sua povertà di mezzi il punto di forza. Quella consapevolezza di rappresentare la base della piramide produttiva che è invece il grimaldello con cui altri registi indipendenti scardinano il sistema, o supposto tale. Go Home – A casa loro è un fratellino minore dei film di Lorenzo Bianchini, Federico Sfascia o Giordano Giulivi: il suo afflato politico è dirompente solo sulla superficie, ma non riesce a scavare a fondo, come invece accade nei corti di Michele Pastrello, dove il genere – la fantascienza di Ultracorpo, il thriller di InHumane Resources, l’eco-rape-horror di 32 – è già politico nella messa in scena.

La messa in scena, l’altro tallone d’Achille di Go Home – A casa loro. Oltre alla sceneggiatura di Emiliano Rubbi, francamente quasi inesistente nella costruzione di personaggi credibili e rotondi, stupisce in negativo la scelta delle inquadrature, il ritmo del montaggio, la costruzione delle sequenze. Non solo non ci si spaventa, ma non si percepisce mai una visione d’insieme. A mancare è la regia, la direzione degli attori – la cui amatorialità è fin troppo esibita e dichiarata –, la voglia di emanciparsi dal “facile” per problematizzare davvero ciò che è in scena, sia nella sua dimensione reale che sovrannaturale. L’orrore della realtà non trova mai i modi di liberarsi e venire alla luce, in questo senso ricordando il disastroso esordio alla regia di Diego Bianchi, quell’Arance e martello di cui fortunatamente si è smarrita la memoria nel corso degli anni. Anche lì era la Roma periferica e ribollente a diventare protagonista, si giocava con l’immaginario altrui – lo Spike Lee di Fa’ la cosa giusta, per la precisione –, e si tentava di ragionare sulla società multietnica. Senza riuscirci. Dispiace che si sia persa l’occasione una volta di più per trasformare la protesta sociale in protesta cinematografica.

Info
Il trailer di Go Home – A casa loro.
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