Beautiful Boy

Beautiful Boy

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Melodramma familiare sul tema della tossicodipendenza, Beautiful Boy di Felix Van Goeningen non ha in realtà molto da aggiungere oltre al suo monito contro la droga, con buona pace dell’ottimo cast, delle musiche “giuste” e di una ricercata eleganza formale. Alla Festa del Cinema di Roma.

Tu, quell’espressione malinconica

A 18 anni, Nic Sheff è un bravo studente pronto per entrare al college, ma, dopo aver provato la metanfetamina, passa a una totale dipendenza. Gli Sheff devono così affrontare il fatto che la dipendenza è una malattia che non discrimina e può colpire qualsiasi famiglia in qualsiasi momento. [sinossi]

Che drogarsi sia sbagliato è cosa nota a tutti, tra i deterrenti possibili però c’è il forte rischio di dover poi ascoltare tediosi ed edificanti discorsi dissuasivi da parte di genitori, medici, assistenti sociali, ex tossici redenti. È forse questa l’unica vera novità proposta da Beautiful Boy, melodramma familiare sulla dipendenza da stupefacenti firmato da Felix Van Groeningen (Alabama Monroe, The Misfortunates). Prima trasferta statunitense per il regista belga, Beautiful Boy è principalmente la storia di un padre, incarnato da Steve Carell, che tenta in ogni modo di aiutare il figlio Nic (il Timothée Chalamet di Chiamami col tuo nome), ragazzo irrequieto dipendente dal crystal meth, la potente metanfetamina che, oltre a provocare dipendenza, distrugge le cellule celebrali.

Ogni decade ha il suo film “cult” sulla tossicodipendenza e dunque con una filmografia sull’argomento assai nutrita (che da L’uomo dal braccio d’oro di Preminger arriva fino a Trainspotting di Boyle e Requiem for a Dream di Aronofsky) non era certo facile individuare un punto di vista nuovo da cui partire, ma Van Groeningen sembra in principio trovare il suo grimaldello narrativo-sentimentale nella relazione tra padre e figlio. Ad un certo punto però, non sa più come declinarla. Anzi, il film sembra in difficoltà fin dal suo incipit, lungo, tronfio, rigonfio di musica, al punto da sembrare un finale. Quello che avviene in seguito è naturalmente la presa di coscienza da parte del padre del “problema” ma, non fidandosi troppo di questa storia, Van Groeningen sceglie di diluirla con una serie di flashback che ci mostrano genitore e figlio in varie situazioni, tutte presaghe dell’infausto futuro che li attende. Ecco dunque il piccolo Nic esaltarsi sulle note di Territorial Pissing dei Nirvana, con sul viso già quell’espressione aggressiva e scontenta che significa: “droga”. Poi eccolo poco più grande offrire un tiro di canna al padre, che alla fine accetta anche se, si sa, tutti i tossici hanno cominciato così. Inizia poi il lungo andirivieni dentro e fuori dalle comunità di recupero e inizia anche il calvario dello spettatore, costretto, al pari del giovane protagonista, ad ascoltare le frasi fatte dei rieducatori. Tra tutte riecheggia più volte la poco convincente affermazione: «la ricaduta è parte della guarigione».

Basito e sofferente, il padre incarnato da Steve Carell guarda costantemente nel fuoricampo, una sorta di baratro che non prevede ritorno. Per l’attore, di cui ricordiamo la straordinaria performance di Foxcatcher, Van Groeningen non sembra avere in serbo molte indicazioni né variazioni, anche se rappresenta l’unico personaggio del film con un percorso evolutivo. Giornalista freelance dal carattere metodico (si veda come mette in ordine i giocattoli dei figli più piccoli), questo padre decide infatti prima di tutto di comprendere scientificamente cosa stia accadendo al figlio e nella scena chiave del film lo troviamo a interpellare un esperto in materia. Neurologo, sociologo o professore che sia, questo personaggio incarnato da Timothy Hutton serve però soprattutto a comunicarci che Van Groeningen per Beautiful Boy ha preso a modello Gente comune di Robert Redford (di cui Hutton era protagonista), eliminando però l’elemento della psicanalisi e sostituendolo con i discorsetti da “rehab”.

È un film verboso dunque Beautiful Boy e anche piuttosto ripetitivo, che ha il merito di raccontare quanto l’esasperazione di un padre possa portare alla presa di coscienza del fatto che quando c’è una dipendenza nessuno può fare nulla, a eccezione di chi ne è affetto. Tutto qui. Interessante è poi il fatto che questo padre si spinga fino a provare le droghe per meglio comprendere suo figlio e appare poi particolarmente azzeccata una scena in cui l’uomo offre il pranzo a una giovane tossica solo per interpellarla sulla sua dipendenza. Peccato però che, proprio come già accadeva, seppur in toni ancor più roboanti, in Alabama Monroe, Beautiful Boy possegga dei momenti eccessivi, con rovinose cadute nel kitsch. Esemplare in tal senso è la prima volta con l’eroina di Nic, scena dove dapprima il ragazzo è intento a prepararsi la dose nella sua stanza del college poi, una volta iniettata la sostanza, lo ritroviamo in strada: ora gli si è aperto un vistoso strappo nella t-shirt, lo sguardo è vacuo, la bocca aperta e un cappellino in lana peruviano contribuisce a renderlo “dannato”, al ralenty, naturalmente. Quanto alla playlist musicale selezionata da Van Groeningen, questa per non sbagliare un colpo si divide tra i classici e il meglio della musica anni ’90, inanellando un David Bowie, un Tim Buckley, poi i già citati Nirvana, i Mogway, i Sigur Ros, i Massive Attack e Aphex Twin.
Etereo, tormentato, poi schiumante e rabbioso, Chalamet ce la mette tutta per dare vita al suo personaggio ma, nonostante la sua presenza sullo schermo sia copiosa, di fatto la sceneggiatura si ricorda di quando in quando che il centro del suo discorso è il padre, al quale però dimentica di fornire qualcosa da fare o da dire. Sebbene infatti questo dualismo del film derivi dal fatto che è tratto dai rispettivi memoires di due “reali” padre e figlio (David e Nick Sheff), è anche vero d’altro canto che Beautiful Boy non riesce mai a trasmettere l’impellente desiderio di “farsi” del giovane Nick, preferendo invece concentrasi sulla lotta e poi sulla rassegnazione del padre.

Sballottati da una sequenza inane all’altra, in un film con una narrazione che inizia troppo presto a roteare su se stessa, non possiamo far altro che dedurre quanto sia meglio non drogarsi, se non altro per non dare un dispiacere ai nostri genitori. Esile e traballante come il suo giovane protagonista, Beautiful Boy non ha, sfortunatamente, molto altro da dirci.

Info
La scheda di Beautiful Boy sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il trailer di Beautiful Boy.
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