Jay Weissberg: «Con la storia giusta un film è sempre attuale»

Jay Weissberg: «Con la storia giusta un film è sempre attuale»

Abbiamo incontrato il direttore delle Giornate del Cinema Muto, Jay Weissberg, per riflettere con lui a proposito dell’attualità di quel cinema, particolarmente in certi titoli anti-militaristi e in film con protagoniste femminili, e in generale per fare un bilancio sull’edizione numero 37 della manifestazione friulana.
[La foto è di Paolo Jacob]

Ricordo che nel 2017 non eravate riusciti a proiettare Captain Salvation, film del 1927 di John S. Robertson, perché ancora non era pronto il restauro e che comunque avevate deciso di usare un’immagine di quel film come foto di copertina delle Giornate. Quest’anno ci siete riusciti, e va detto che valeva la pena attendere, visto che si tratta di un film davvero potente e ingiustamente dimenticato. Tra l’altro, nel catalogo scrivi che te l’ha segnalato Phil Carli, compositore e musicista, che è una presenza fissa qui a Pordenone nell’accompagnare i film.

Jay Weissberg: Sì, è andata così, anche perché Phil Carli è molto di più di un musicista, lui ha un fondo di saggezza ed è estremamente competente, tanto che insegna storia del cinema all’università di Rochester. E lui aveva scritto una decina di anni fa una partitura di Captain Salvation. Me l’ha segnalato, l’ho visto e me ne sono innamorato. E perciò ho fatto parecchie ricerche intorno a questo film. Tra i giornali dell’epoca ne scrissero anche i francesi, e loro notarono subito che vi si respira un’atmosfera da film scandinavo. Difatti, secondo Phil, c’è la possibilità che lo stesso Sjöström, di cui qui alle Giornate quest’anno abbiamo mostrato sia il suo classico Il carretto fantasma che un suo titolo ritrovato di recente, The Price of Betrayal, abbia partecipato alla lavorazione. Non ho trovato una prova diretta in tal senso, però comunque l’assistente alla regia di Captain Salvation era lo stesso che lavorava per Sjöström, e poi il protagonista è l’attore svedese Lars Hanson. Ma, al di là di queste note tecniche, è proprio l’approccio religioso che c’è nel film a condurci verso una spiritualità per certi versi scandinava. Vedendolo qui, alcuni hanno commentato che si tratta di un film troppo religioso e cristiano, ma io non sono d’accordo…

E nemmeno io…

Jay Weissberg: …Sì, perché il cristianesimo che mette in scena è legato, più che alla religione, a un senso di umanità verso il prossimo.

Sì, è un atteggiamento etico.

Jay Weissberg: Esatto, e lo dico da ateo. E comunque questo atteggiamento religioso, questo spirito umanitario è una questione molto sentita anche nella storia degli Stati Uniti, da La lettera scarlatta fino al movimento #metoo. È una denuncia della questione femminile che trovo molto attuale. Certo, la prostituta che viene salvata dal protagonista poi muore, ma non è mai vista in maniera negativa dal regista. Captain Salvation non è un film punitivo sul ruolo della donna, come poi è capitato spesso di vedere nel cinema americano. Il discorso che bisogna fare qui è: chi è che ha la nostra simpatia di spettatori? E noi siamo tutti dalla parte di lei, che ha perso un bambino, che è stata violentata dal padrino, che ha sofferto così tanto. E poi la regia di Captain Salvation è incredibile! Tanto che siamo riusciti a verificare come Hitchcock stimasse molto John S. Robertson.

Pensi che Captain Salvation possa essere messo a confronto con i film di John M. Stahl, cui quest’anno alle Giornate è stata dedicata una retrospettiva, un omaggio da te fortemente voluto?

Jay Weissberg: Assolutamente sì. E in questo caso la suggestione di fare una retrospettiva su Stahl mi arriva da Bruce Babington e Charles Barr, che proprio in questi giorni a Pordenone hanno presentato il loro libro The Call of the Heart: John M. Stahl and Hollywood Melodrama. A proposito di Stahl parlai una prima volta con Charles nel 1999, al tempo di una grande retrospettiva dedicata a questo straordinario regista che si tenne a San Sebastian. In programma però non c’erano i suoi film muti. Erano presenti nel catalogo, ma non in selezione. Allora, nel corso degli anni, ho sempre pensato che fosse importante recuperarli, poterli mostrare. E non è stato facile perché molte pellicole non si trovavano in un buono stato di conservazione. Perciò sono molto grato al George Eastman Museum, al British Film Institute e soprattutto alla Library of Congress perché hanno restaurato i film e hanno stampato delle nuove copie che abbiamo potuto mostrare qui. Stahl ha avuto una carriera abbastanza strana, nel senso che vengono ricordati solo alcuni suoi titoli sonori, come Femmina folle, Imitation of Life (Lo specchio della vita) e Magnificent Obsession (Al di là delle tenebre). E poi, di questi ultimi due, ci si ricorda molto di più dei remake che ha fatto Douglas Sirk che degli originali. D’altronde, Stahl viene sempre considerato un regista minore rispetto a Sirk. Ma spero che adesso, dopo questo omaggio che gli abbiamo fatto noi e che gli ha fatto anche il Cinema Ritrovato a Bologna, lo si terrà un po’ di più in considerazione. Il suo problema, io credo, è stato quella di essere etichettato come regista di melodrammi e come regista per donne. E, in tal senso, ho pensato a un parallelismo tra George Cukor e Stahl: Cukor non ha mai fatto nulla nel periodo muto, ma anche lui viene visto come un regista per donne, però è stato molto fortunato perché ha lavorato con Joan Crawford, con Katharine Hepburn, con Judy Garland, con star insomma che sono ritenute ancora adesso tra le più importanti della storia del cinema. Stahl invece ha lavorato con Irine Dunne, che era molto importante all’epoca ma adesso meno, con Margaret Sullavan, per cui vale lo stesso discorso… Senza parlare poi delle attrici con cui ha lavorato ai tempi del muto, totalmente dimenticate. Certo, ha lavorato con Gene Tierney, che ancora adesso è più famosa, ma l’ha diretta solo in Femmina folle. Mentre negli anni del muto non ha avuto una Garbo, non ha avuto la Swanson, non ha avuto Pola Negri. All’epoca Florence Reed o Eleanor Boardman – le attrici con cui lavorava abitualmente – erano grandi nomi, ma adesso non più. Quindi la combinazione tra quello e l’etichetta di regista per donne ha finito per diventare un problema per lui.

E qual è invece secondo te l’attualità di quel cinema? Lo dico anche in riferimento a quello che hai detto dal palco qualche giorno fa quando hai riferito di una conversazione avuta con una signora che ti ha detto che, a suo avviso, tutti i film che ha visto in questo festival sono film contro Trump.

Jay Weissberg: [ride, n.d.r.] Beh, per restare a Stahl, va detto che i suoi melodrammi risultavano già eccessivi secondo le recensioni dell’epoca, in cui lo si accusava dicendo che certe soluzioni apparivano un po’ ridicole, troppo caricate. E, se era ridicolo a quel tempo, forse potrebbe apparirlo ancora di più oggi, per i nostri occhi potenzialmente più smaliziati. Però, quello che caratterizza tutti i suoi film del muto è questa riflessione sul ruolo della donna subito dopo la fine della prima guerra mondiale, quando quindi la società si ritrovò molto cambiata, vi erano più possibilità lavorative per le donne, si cominciava a parlare seriamente della loro indipendenza e c’era finalmente la possibilità di divorziare, sempre a costo di uno stigma, ma almeno era possibile. E queste cose le trovo molto affascinanti, l’idea cioè che la nostra simpatia va a questi personaggi femminili molto forti.

Ho notato questo aspetto, che torna praticamente in tutti i film di Stahl di quegli anni, l’idea cioè che ci sia un filo generazionale in evoluzione, per certi versi progressista: la generazione dei padri e delle madri – cresciuti nella seconda metà dell’Ottocento – ha dovuto rinunciare a realizzarsi – nel lavoro, ma soprattutto nell’amore – mentre quella dei figli ci riesce.

Jay Weissberg: Esatto, e questa è una cosa splendida, e anche sorprendente. Penso a una battuta che appare in Sowing the Wind (1921), dove si dice che, in una casa equivoca, i padri non vogliono trovarci le loro figlie, ma vogliono trovarvi le figlie degli altri. E questa mi sembra una cosa assolutamente contro Trump [ride, n.d.r.] Detto questo, io però non chiedo mai che un film del ’22 sembri un film contemporaneo. Non mi aspetto che sembri del 2012. Forse un film del ’22 può sembrare del ’23, ma non di più. Quindi dobbiamo cercare sempre come situare questo film nella storia del cinema, va sempre contestualizzato. Io trovo che Stahl in questo sia molto importante.

Un altro film di Stahl visto qui, In Old Kentucky, mi pare che comunicasse in qualche modo con il film di un’altra sezione, The Enemy, uno dei titoli scelti da Kevin Brownlow per la retrospettiva da lui curata quest’anno. Sono entrambi dei film fortemente anti-militaristi, la cui forza colpisce ancora di più oggi che film del genere non si fanno più. È forse il loro aspro anti-militarismo uno dei motivi che li ha fatti dimenticare?

Jay Weissberg: Forse è andata proprio così. D’altronde, anche uno dei migliori film di Lubitsch, secondo me, The Man I Killed, è un film quasi totalmente rimosso, proprio perché così critico verso la guerra, anche se va detto che Ozon recentemente ne ha fatto un remake, Frantz. Tra l’altro in The Enemy c’è questa scena in cui, in montaggio alternato, si vede da un lato il matrimonio in chiesa e dall’altro i militari che marciano in strada, e le due musiche – marcia nuziale e marcia militare – si confondono e si scontrano, stordendo il protagonista. È una scena pazzesca, ancora adesso mi vengono i brividi solo a pensarci.

Sì, effettivamente, è una delle sequenze più belle del film, anch’io sono rimasto molto colpito. Quest’anno però, tra Captain Salvation, la retrospettiva di Stahl e i film scelti da Brownlow, c’erano molti titoli americani. Forse troppi?

Jay Weissberg: Mi rendo conto che quest’anno ci sono stati più film americani che mai. Sono molto sensibile a questo tema, del fatto che sono americano, e non voglio quindi che passi l’idea che proprio per questo metto in programmazione soprattutto film del mio paese. Ovviamente, nel 2019, saranno meno. Anche se, va detto, si tratta di film che solitamente sono molto apprezzati. Perché c’è anche questo da dire che, anche se siamo un gruppo di studiosi, di accademici, di archivisti, siamo anche dei semplici fan. E quando c’è un film con la Garbo o con John Gilbert o con Barrymore c’è sempre la voglia di vederli e c’è sempre la sala piena, come l’altra sera con La zarina di Lubitsch con protagonista Pola Negri. Ma comunque sono sensibile al fatto che non voglio fare soprattutto film americani. Quest’anno è andata così, l’anno prossimo sarà diverso.

Quest’anno poi c’erano veramente tante proiezioni in 35mm, e pochissime in DCP. E ti facciamo i complimenti per essere riuscito a raggiungere questo obiettivo che ti eri prefissato.

Jay Weissberg: Grazie [ride, n.d.r.]

E spesso con delle bellissime copie, come ad esempio quella di L’homme du large, probabilmente la mia preferita. Stai riuscendo quindi a convincere le varie istituzioni?

Jay Weissberg: Quando è possibile sì, e quest’anno devo dire che sono stato molto fortunato. Spero che possa continuare così. Ma come sempre dipende dai restauri, se c’è la copia in 35mm. Per esempio, per Der Hund von Baskerville (Il cane dei Baskerville) di Richard Oswald c’era la possibilità di scegliere tra una copia in 35mm con didascalie in inglese e una copia in DCP con didascalie in tedesco. E anche se il film è di nazionalità tedesca, ho pensato che preferivo la copia in 35, pur non rispettando la lingua originale.

E invece il 16mm? Dicevi che volevi provare a mettere un proiettore 16 in una delle sale di Cinemazero.

Jay Weissberg: Sì, ci ho provato, ma purtroppo per ora non è possibile. Forse nel futuro, ma per ora no, purtroppo.

Un’altra questione a proposito della quale si era discusso negli anni scorsi era che il Collegium non era frequentato da giovani studiosi italiani. Quest’anno invece ho saputo che la tendenza è cambiata.

Jay Weissberg: Sì, abbiamo un ragazzo e una ragazza. Quindi finalmente abbiamo due italiani!

Ah, ottimo! Volevo parlare di questo anche per dire che trovo fondamentale il lavoro che fate qui per la formazione nuovi studiosi, di nuovi archivisti, ecc., ma che forse sarebbe il caso anche di cominciare a pensare alla formazione di nuovi proiezionisti. Perché tra pochi anni ci sarà anche questo problema, che vi saranno sempre meno proiezionisti per i film in pellicola, e i film muti sono anche più complessi da proiettare rispetto ai film sonori.

Jay Weissberg: Sì, e questo è un problema che non c’è solo in Italia, ma ovunque. Mi piacerebbe moltissimo fare degli stage per proiezionisti. Secondo me questa sarebbe una cosa molto importante e sarebbe utile organizzarsi con altri festival, per proporre un’iniziativa comune. Ho già in mente questa proposta, anche se non ha preso ancora una forma precisa. E non ne ho parlato ancora con il nostro direttivo, ma lo voglio sicuramente fare in un prossimo futuro.

Comunque la stampa italiana continua a faticare a venire qua, nonostante quest’anno ci fosse un omaggio abbastanza corposo al cinema italiano, a partire dalla proiezione de I Promessi sposi, all’interno di un più ampio omaggio dedicato a Mario Bonnard, per passare alla riproposizione di Assunta Spina, proposto con una nuova partitura. Hai pensato a qualche possibile soluzione?

Jay Weissberg: Purtroppo, a meno che non hai le star, è sempre più difficile attirare i redattori di qualsiasi giornale. Quello è l’unico modo. Siamo entrati in un momento della storia molto difficile per tanti altri motivi, ma anche per questo, che c’è l’ossessione della celebrity. Ed è una faccenda tipicamente berlusconiana, iniziata con lui e chissà dove andrà a finire. Se ne soffre, ovviamente, anche negli Stati Uniti, non lo nego. Ma, comunque, è sempre molto difficile convincere i giornali che ci sono delle cose interessanti da scoprire nel passato. Soprattutto al cinema è molto difficile convincerli di questo fatto. E non ho soluzioni. Quest’anno avevamo la figlia di Lubitsch, Nicola, ma no, non interessa nemmeno lei. Cosa dobbiamo fare allora? Invitare Monica Bellucci? Ma che c’entra Monica Bellucci? E mi collego a questo per fare un altro discorso, comunque attinente. Quest’anno a Cannes c’era un documentario su Alice Guy-Blanché, la prima regista donna della storia del cinema. Il documentario si chiamava Be Natural: The Untold Story of Alice Guy-Blaché, e al suo interno vi erano novanta interviste! E dico novanta! Uno sproposito. E tra queste interviste, soprattutto fatte a donne della Hollywood contemporanea, per lo più molto giovani, in tante ammettevano candidamente di non aver mai sentito nominare la Guy-Blanché. Ma che senso ha? Che c’entrano loro con Guy-Blanché, cosa ci dà il loro contributo per conoscere meglio questa figura? Non hanno sentito nominare lei, come magari possono non aver mai sentito nominare Von Stroheim. Per fare un altro esempio, a Venezia c’era il documentario di Bogdanovich su Buster Keaton, The Great Buster: A Celebration, con interviste a Johnny Knoxville, il protagonista di Jackass. Ma che c’entra lui con Buster Keaton? Se questo è il modo di coinvolgere i giovani, io mi rifiuto. E se questo è il modo di coinvolgere la stampa, dico di nuovo no. Quindi sono abbastanza preoccupato. Questo mi addolora molto, perché invece secondo me il pubblico è molto più aperto a qualsiasi storia interessante. E ci sono sempre modi per convincerlo che c’è una storia interessante. Sempre. Anche se magari devono affrontare un film particolare o sconosciuto, adesso c’è google, si può vedere tutto. È un tipo di pigrizia triste.

Però a Bologna, al Cinema ritrovato, riescono a coinvolgere anche la stampa.

Jay Weissberg: Perché è più facile, ci sono più star, più registi. Tutti i nostri registi sono morti, tutte le nostre star, tranne Baby Peggy [compie cent’anni tra pochi giorni, n.d.r.], sono morte. A Bologna c’è più enfasi sui restauri di un tipo di cinema più conosciuto. E il che è una cosa fantastica, non intendo assolutamente criticare. Bologna organizza delle iniziative e delle proiezioni meravigliose, riuscendo più facilmente ad attirare i giovani. E anche il fatto di fare fatica ad attirare le nuove generazioni di pubblico è un’altra difficoltà che incontriamo. Ma io ripeto sempre che quando c’è la musica giusta con la storia giusta, allora il film è sempre attuale, è sempre moderno. E questo è il modo migliore per convincere chiunque. Che è una cosa interessante, non kitsch, non strana.

Sì, Bologna in tal senso fa delle scelte capaci di incontrare a volte un gusto nazional-popolare. E poi organizzano spesso delle presentazioni di film, chiamando registi o critici come Mereghetti.

Jay Weissberg: Sì, anche quello potrebbe essere un modo. Ma noi non vogliamo per forza salire sul palcoscenico, perché magari c’è qualcuno che sale sul palco e dice: voglio dire solo due parole, e venti minuti dopo siamo ancora lì. Per questo abbiamo il collegium e per questo abbiamo un catalogo molto curato, in cui si possono trovare tutte le informazioni che uno desidera.

Sì, sì. Ma infatti io sono d’accordo, non amo ascoltare le presentazioni, anzi. Lo dico per gli altri.

Jay Weissberg: Già, beh. Vedremo.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto 2018.

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