Se la strada potesse parlare

Se la strada potesse parlare

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Se la strada potesse parlare, tratto da un romanzo di James Baldwin, è il terzo lungometraggio di Barry Jenkins. Un viaggio nella condizione afrodiscendente negli Stati Uniti degli anni Settanta. Retorico e privo di nerbo. Alla Festa del Cinema di Roma.

No New York

Anni Settanta, quartiere di Harlem, Manhattan. Uniti da sempre, la diciannovenne Tish e il fidanzato Alonzo, detto Fonny, sognano un futuro insieme. Quando Fonny viene arrestato per un crimine che non ha commesso, Tish, che ha da poco scoperto di essere incinta, fa di tutto per scagionarlo, con il sostegno incondizionato di parenti e genitori. Senza più un compagno al suo fianco, Tish deve affrontare l’inaspettata prospettiva della maternità. Mentre le settimane diventano mesi, la ragazza non perde la speranza, supportata dalla propria forza interiore e dall’affetto della famiglia, disposta a tutto per il bene della figlia e del futuro genero. [sinossi]

Se la strada potesse parlare fa riferimento, nell’originale in maniera palese, a Beale Street, la via di New Orleans in cui nacque Louis Armstrong, e il jazz, e tutta la cultura afro-americana a voler allargare la questione rubando le parole a James Baldwin, il grande romanziere afrodiscendente che di Se la strada potesse parlare è l’autore. Ha atteso oltre quarant’anni un adattamento cinematografico questa breve novella – neanche duecento pagine –, e ha atteso anche la riscoperta di Baldwin da parte del mondo cinematografico statunitense. Baldwin è stato uno scrittore discusso anche all’interno della comunità black, e che ha scelto di attraversare l’oceano e di andare a vivere in Francia per sfuggire a una società che trovava barbarica e retrograda, ma che non ha mai avuto intenzione di combattere, non nel senso della “lotta” così come era inteso all’epoca. Anche Barry Jenkins sembra oramai muoversi nella medesima direzione, e viene quasi da sorridere se si torna con la mente all’esordio vecchio oramai di dieci anni, Medicine for Melancholy, un bassissimo budget di poco più di diecimila dollari per un film indie che potrebbe rientrare in quel microcosmo che la critica statunitense apostrofa come mumblecore. Questo suo terzo lungometraggio, esattamente come il precedente Moonlight, che vinse persino l’Oscar al miglior film, mantiene uno stile rarefatto ma si fa ancora più algido, distante, elegante nelle forme ma mai davvero caldo o partecipe. Dalla prima sequenza in cui Tish accompagna Fonny verso il carcere, dove lui resterà rinchiuso in attesa del processo che lo vede indagato per stupro ai danni di una donna portoricana, si percepisce un’aria fuggevole, un’evaporazione dell’immagine. Il cinema di Jenkins insegue la poesia, ma si ferma nell’ammirazione estatica di un’inquadratura, di una composizione. Elementi che il regista enfatizza ricorrendo al ralenti, di quando in quando, o semplicemente congelando ciò che sta narrando. Esattamente l’opposto, a ben vedere, della scrittura di Baldwin.

Viene naturale, vista anche la vicinanza temporale tra i due film, confrontare Se la strada potesse parlare con BlacKkKlansman di Spike Lee. Entrambi ragionano sulla condizione degli afrodiscendenti tornando indietro nel tempo fino ai primi anni Settanta. Mentre Lee si lancia in una furibonda sarabanda accusatoria contro il sistema razzista, rivendicando la discendenza dal Black Panther Party, Jenkins ammorbidisce qualsiasi contrasto. Il suo Fonny, innocente accusato solo per il colore della sua pelle, è remissivo, accomodante. Uno dei suoi migliori amici è il gestore di un locale messicano, e lui stesso parla un fluente spagnolo. Anche la sua famiglia, così come quella dell’amata Tish, è perfettamente integrata nel tessuto sociale. Figli del proletariato, hanno consapevolezza della loro condizione ma la considerano inevitabile. Le stesse accuse che la comunità afrodiscendente mosse al romanzo di Baldwin possono essere nuovamente utilizzate contro il film di Jenkins: nella sua descrizione quasi angelica della bella Tish e del suo compagno c’è il tentativo di oltrepassare con lo sguardo la terracea e crudele realtà dei fatti. Lì l’inquadratura resta intrappolata in un limbo anche cullante, ma poco vivido, quasi mai a fuoco, senza sangue né carne né ossa.

L’ottimismo democratico di cui è intriso Se la strada potesse parlare acquista un valore politico proprio perché rivendicato a ridosso di una realtà sempre più ferale, in cui le diseguaglianze aumentano e peggiorano le condizioni di vita delle minoranze etniche e culturali. Nel tentativo di chiudere la storia in un quadretto familiare esistente “nonostante tutto” si rischia di perseverare nell’errore di un’accettazione fatalista. La stessa accettazione, a ben vedere, che permea anche la messa in scena architettata da Jenkins: nella sua eleganza vacua, nella sua deprivazione di qualsiasi nerbo, c’è il remissivo accoglimento di uno status quo, di un immaginario predefinito. Dall’utilizzo dei colori fino a quello delle dissolvenze Se la strada potesse parlare colloca la sua storia in un decennio evidentemente passato, lontano, oramai possibile da idealizzare e soprattutto da cristallizzare nella memoria. Una storia d’amore così pulsante avrebbe meritato un trattamento meno distaccato, esanime, quasi indifferente. Viene il dubbio che sia tale lo sguardo stesso di Jenkins, affascinato dal pulviscolo più che dalla superficie sulla quale si agita.

Info
Il trailer di Se la strada potesse parlare.
Se la strada potesse parlare sul sito di Lucky Red.
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