Green Book

Green Book

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Road movie edificante e istruttivo su cosa significava essere un talentuoso pianista nero nell’America degli anni ’60, Green Book di Peter Farrelly fa abbondante utilizzo di ogni opportuno cliché, ma il suo vero “effetto speciale” è Viggo Mortensen nei panni di uno chauffeur italo-americano. Alla Festa del Cinema.

Musica per vecchi canovacci

New York, anni ’60. Tony Lip, un tempo rinomato buttafuori, finisce a fare l’autista di Don Shirley, giovane pianista afro-americano. Lip deve accompagnare il pianista prodigio in un lungo tour nel profondo Sud degli Stati Uniti. Dopo alcune difficoltà, il viaggio nelle regioni razziste degli USA porta i due a stringere una forte e straordinaria amicizia. [sinossi]

«Nonostante le differenze diventano grandi amici». Quante volte abbiamo già sentito e visto questa storia sul grande schermo? Probabilmente mai abbastanza, perché in fondo questo è un canovaccio imperituro, foriero di variazioni pressoché inesauribili. Non si spinge a cercarne di particolarmente originali Green Book esordio (ma solo per il grande schermo, in tv si era già cimentato) in solitaria di Peter Farrelly, che insieme al fratello Bobby ha firmato a partire dagli anni ’90 un nutrito stuolo di spassose commedie politicamente scorrette (Scemo & più scemo, Tutti pazzi per Mary, Lo spaccacuori, per citarne alcune).
Viene da pensare che il fratello “cattivo” (inteso anche nel senso buono del temine) della coppia sia proprio Bobby, dal momento che Green Book, presentato alla 13esima Festa del Cinema di Roma, è di fatto un film di stampo iperclassico che relega le sue sporadiche originalità nei dettagli, in qualche dialogo brillante e, soprattutto, nelle prove attoriali dei suoi interpreti. A partire da Viggo Mortensen. L’attore un tempo “musa” di David Cronenberg (A History of Violence, La promessa dell’assassino, A Dangerous Method) è infatti il vero effetto speciale di un film mainstream destinato a sedurre un pubblico vasto, se avrà la pazienza di recarsi al cinema.

Capelli tinti e imbrillantinati, fisicità imponente e sorrisetto sardonico, Mortensen interpreta qui Tony ‘Lip’ Villalonga, buttafuori del Bronx, assai abile nell’estorcere laute mance ai boss mafiosi newyorkesi. Ritrovatosi senza lavoro per via della temporanea chiusura del nightclub Copacabana, Tony accetta di fare da chauffeur a Don ‘Doc’ Shirley (il Mahershala Ali di Moonlight e Free State of Jones), un vero e proprio virtuoso del pianoforte afroamericano in procinto di affrontare una tournée nei famigerati Stati a forte componente razzista del Sud. Ad accompagnare i due sulla strada sarà poi un prezioso opuscolo: il green book del titolo, una vera e propria guida turistica per viaggiatori neri, con segnalati gli hotel e i locali pubblici più “intonati” al colore della loro pelle.

Classico ed edificante, sospeso tra A spasso con Daisy e 48 ore di Walter Hill, con un finale che intreccia il Frank Capra di La vita è meravigliosa e il John Huges di Un biglietto in due, Green Book è un frullato di una vasta filmografia precedente e anela a una classicità quasi programmatica. C’è il tema del razzismo e quello dell’amicizia, non molto altro da aggiungere. A parte il fatto che a un certo punto diventa chiaro quanto la tournéee di Doc sia una forma ben programmata – e a proprio rischio e pericolo – di viaggio a scopo educativo a beneficio dei razzisti stati americani del Sud.
Ecco dunque arrivare, uno dopo l’altro, nel corso del film, tutti i cliché del caso: i due “quasi amici” on the road si guardano con sospetto, ma sappiamo già che diventeranno inseparabili, Tony dovrà usare le maniere forti per togliere Doc da situazioni incresciose, quest’ultimo sarà oggetto di ogni forma di discriminazione sociale, dai negozianti che non intendono fargli provare gli abiti perché è nero, ai teatri ospitanti che gli rifiutano un posto nel loro ristorante. Per non parlare poi del sottile razzismo che serpeggia quando a una cena di gala gli offrono del pollo fritto, un classico della cucina “black”.
Situazioni programmatiche a parte, Peter Farrelly costruisce le situazioni con cura, soffermandosi il tempo necessario sul milieu familiare italo-americano di Tony, costruendo con mestiere i vari incontri di viaggio. Se per Mahershala Ali prevede un ruolo un po’ troppo granitico, funzionale però a metterne in luce la silente, intima sofferenza, è a Mortensen che assegna una performance nervosa, riottosa e a tratti assai divertente.
L’attore nato a New York, di origini danesi e indole apolide dà vita a un italo-americano perfettamente credibile: pronuncia correttamente “faccia di cazzo” e “vaffancùl”, canta “Tu scendi dalle stelle” con scioltezza e ci sa fare anche con la celeberrima gestualità nostrana. Peccato che tutta questa mirabilia andrà in buona parte perduta per sempre con l’amaro vizio italico del doppiaggio. Astenersi dalla visione se non si è “fanatici” della versione originale.

Info
La scheda di Green Book sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il trailer di Green Book.
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