Measure of a Man

Measure of a Man

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Presentato in anteprima ad Alice nella città 2018, Measure of a Man è un teen movie leggiadro, ben confezionato, dolcemente adagiato sulle spalle del giovane protagonista Blake Cooper e impreziosito dalla carismatica presenza di Donald Sutherland. Tutti i tasselli sono (e tornano) al loro posto, persino troppo, ma l’opera seconda di Jim Loach riesce a farsi apprezzare anche per questa innervatura ottimista e solare, da rassicurante coming of age.

Can’t Buy Me Love

Estate 1976. Bobby Marks, quattordicenne insicuro e sovrappeso, deve resistere a un’altra difficile vacanza in famiglia a Rumson Lake. Il suo lavoro estivo, badare alla sontuosa tenuta del solitario, enigmatico e fin troppo esigente Dr. Kahn, è massacrante. I suoi genitori sembrano sul punto di divorziare. Sua sorella Michelle lo costringe ad aiutarla a nascondere i sui appuntamenti clandestino con il bel ragazzo del posto. La sua migliore amica Joanie partirà per un mese, senza dirgli il motivo. E per finire, un ragazzo del posto, violento e prepotente, l’ha preso di mira. Nel corso di questa estate turbolenta, Bobby arriverà a capire chi è e cosa rappresenta la vera misura di un uomo… [sinossi]

Regista attivo soprattutto in televisione, Jim Loach aveva esordito nell’oramai lontano 2010 con Oranges and Sunshine, corposo film dossier. Un’opera prima colma di buoni propositi, fin troppo didascalica, nobilitata dall’ottimo cast – accostabile, quantomeno per l’afflato politico e civile, ai territori battuti dal padre Ken. Ci si domandava, a quel tempo, come avrebbe proseguito Loach: otto anni dopo, ecco una possibile risposta, il teen age movie Measure of a Man.
Presentato in anteprima ad Alice nella città (Roma 2018), il secondo lungometraggio del regista londinese è più che grazioso, sorretto da una confezione impeccabile e, ancora una volta, impreziosito dal cast. Più dell’impareggiabile presenza scenica di Donald Sutherland – gli bastano una manciata di fotogrammi per delineare asperità e fragilità del suo personaggio – o dei ruoli genitoriali e un po’ opachi di Judy Greer e Luke Wilson, vale la pena sottolineare la performance del giovane Blake Cooper (Maze Runner), diciassettenne di belle speranze. La parabola fisica di Cooper, dai tempi di Parental Guidance a oggi (quindi già post-Measure of a Man), sembra ricalcare quella di Jerry O’Connell, allontanandolo già da ruoli à la Bobby Marks. Poi, via via, i vari Danielle Rose Russell, Liana Liberato e Beau Knapp, il più esperto, nei panni un po’ scomodi di un villain piuttosto schematico – il film perde colpi appena si distacca anche solo per un istante da Bobby, dalla sua fisicità impacciata.

Il pregio di Measure of a Man è anche il suo difetto: la prevedibile e solare linearità, la mancanza di un vero e proprio conflitto, il suo essere commedia più che dramma. Anzi, un dramma che preferisce essere commedia, che sceglie di mettere in scena la dimensione minuta – eppure assoluta – di un adolescente, con tutto ciò che ne consegue. E quindi le ingenuità, le debolezze, l’inadeguatezza quotidiana, i fallimenti in famiglia, in società, nella sfera sentimentale.
Gli anni Settanta filtrati da uno sguardo programmaticamente limitato; la vita filtrata da uno sguardo programmaticamente limitato. È questo il bello di Measure of a Man, l’adesione al microcosmo di Bobby Marks, alla tragedia della villeggiatura estiva, alla fatica del primo lavoro, della prima rissa, del primo amore. Pregio che, come si diceva, si tramuta in difetto, limite: nel tentativo di allargare l’orizzonte (il Dr. Kahn di Sutherland e il suo lancinante rimosso, lo smascheramento del bullo), Loach e lo sceneggiatore David Scearce (A Single Man) non riescono ad alzare il tiro e in fin dei conti inquinano la purezza e la semplicità della dimensione adolescenziale.
L’estate del 1976, almeno quella di Bobby/Blake, col suo laghetto, la ragazza amata da sempre e una sorella in vena di avventure, non avrebbe avuto bisogno di sottolineature ridondanti.

Info
Il trailer originale di Measure of a Man.
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