San Michele aveva un gallo

San Michele aveva un gallo

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Presentato in versione restaurata alla Festa del Cinema di Roma, San Michele aveva un gallo dei fratelli Taviani si dimostra sempre più attuale nella descrizione dell’eterna sconfitta dell’ideale, di una sinistra rivoluzionaria circondata dai fantasmi del proprio ego, dell’estremismo come malattia infantile del comunismo.

Miseria semiseria di un rivoluzionario

Un gruppo di compagni internazionalisti, guidato dal loro leader Giulio Manieri, tenta un’azione dimostrativa in un piccolo paese dell’Italia centrale. Ma l’iniziativa si rivela come un grottesco fallimento e Manieri viene condannato a morte e poi graziato un attimo prima della fucilazione. La pena viene commutata in ergastolo, e Manieri passa dieci anni in carcere cercando di mantenersi lucido e provando a dialogare con i fantasmi dei suoi compagni. Poi viene trasferito da un carcere all’altro e lungo il viaggio incontra dei giovani sovversivi. Spera con questi di trovare subito una comunità d’intenti, invece loro lo disprezzano e lo trovano superato. [sinossi]

Ispirato al racconto Il divino e l’umano di Lev Tolstoj, San Michele aveva un gallo rappresenta forse l’apice della carriera di Paolo e Vittorio Taviani, quantomeno per il modo in cui riesce a incarnare nel personaggio del sovversivo Giulio Manieri, interpretato da un eccellente Giulio Brogi, quell’eterno senso di sconfitta della sinistra rivoluzionaria che è stato sempre attuale – a parte brevi momenti della storia – e che lo è ancora di più oggi, dove il senso della disfatta del comunismo – e della sinistra in genere – ha assunto delle proporzioni abissali.
Restaurato dalla Cineteca Nazionale – con qualche dubbio sulla qualità del lavoro fatto in particolare in alcuni passaggi, soprattutto nei primi minuti, a nostro avviso privi della necessaria profondità dell’immagine – e presentato alla Festa del Cinema di Roma nientemeno che da Martin Scorsese, iniziativa nata anche per commemorare la recente scomparsa di Vittorio Taviani, San Michele aveva un gallo ha una struttura esattamente tripartita lungo i 90 minuti della sua durata: una prima mezz’ora dedicata alla fallita azione di Manieri e del suo gruppo e alla sua condanna a morte poi commutata in ergastolo all’ultimo momento; una seconda mezz’ora incentrata sulla prigionia di Manieri; una terza sul suo incontro/scontro nella laguna veneta con i nuovi rivoluzionari che lo disprezzano e lo gettano nello sconforto.
Questi tre lacerti è come se fossero tre film differenti, ciascuno però in grado di strutturare e ispessire il discorso complessivo: nella prima parte assistiamo alla grottesca distanza tra pensiero e azione (visto che l’iniziativa fallisce miseramente), nella seconda alla ossessiva volontà di verbalizzazione della sinistra tale da rinchiudersi nell’astratta solitudine (e nel parlare – letteralmente – ai muri), mentre nella terza va in scena il raddoppiamento della sconfitta non più solo rispetto alle istituzioni e ai vari regimi ma anche rispetto agli altri compagni, alla nuova generazione, e dunque si ragiona anche sul gruppettarismo e sullo scissionismo endemico in nome dell’ideale e della rivoluzione.
In modo simile, dunque, a quanto farà molti anni dopo Mario Martone con Noi credevamo, i Taviani in San Michele aveva un gallo lavorano sulle ellissi e sull’episodicità del racconto illustrando le mille facce di una sconfitta, qui incarnata in un solo uomo, quel Giulio Manieri che appare sin dall’inizio schizofrenico nei comportamenti: da un lato è gentile e quasi timoroso nei confronti del prossimo, dall’altro – se istigato – diventa violento e aggressivo e parla con esaltati toni da comiziante; da un lato è altruista e generoso, dall’altro è megalomane e prima si confronta a Gesù (nel momento in cui dice ai suoi carnefici: «Ma non hai pietà tu di me?») e poi immagina la rivoluzione realizzata per merito suo, vagheggiando l’ipotesi di essere portato in trionfo dai compagni e cullandosi nell’idea di farsi da parte per lasciar governare altri ed esser così ancor più idolatrato.

Rispetto ad Allonsanfàn (1974), che segue di due anni la realizzazione di San Michele aveva un gallo – con cui forma un ideale dittico – e che riflette soprattutto sul tema del tradimento, qui i Taviani mettono al centro della scena la coerenza assoluta, una coerenza che si fa persino cieca, la rettitudine indomita dell’ideale rivoluzionario che finisce per apparire patetica e ingenua alle nuove generazioni. E, sempre a confronto con Allonsanfàn, che – pure in costume – parlava esplicitamente al presente, San Michele aveva un gallo – nel suo essere ambientato alla fine dell’Ottocento – appare in realtà più astratto ancora rispetto a una collocazione temporale. Ciò lo si deve anche ai pochi luoghi in cui è ambientato il film: il paesino del centro Italia, immerso in una temporalità a-storica (uno di quei paesini sempre uguali a se stessi e che anche oggi ritroveremmo identico); quindi le mura di una prigione; e infine la laguna veneta. Tutte location perciò da un lato facilmente adattabili dal punto di vista logistico ad essere collocate in un altro tempo, dall’altro – per questa loro caratteristica – a-temporali, sempre passate e sempre presenti. Ecco dunque che nell’ultimo segmento, nel diverbio tra il vecchio rivoluzionario e i nuovi, si fa esplicito riferimento – come nel racconto di Tolstoj – ai libertar/massimalisti della prima ora, poi soppiantati dalla scientificità marxista-leninista dei bolscevichi (costoro chiedono a Manieri se sappia di statistica e di analisi di classe, ricordandogli che prima di fare un azione bisogna studiare tutta una serie di fattori).
Ma allo stesso tempo il riferimento – come nel finale di Noi credevamo Martone parlava al ’68, alla Resistenza, ecc. – si allarga ad altre stagioni e ad altre sconfitte: a partire dall’evocazione degli iscritti del vecchio PCI sorpassati dai movimentisti sessantottini. Per l’appunto però, proprio perché costruito sull’allusione e sul discorso metaforico, in questo confronto vi si può leggere anche molto altro. Ad esempio, il Manieri, vista la sua tendenza ad agire anche se con risultati estremamente modesti, potrebbe essere un vecchio partigiano che vorrebbe dalla nuova generazione – in questo caso togliattana – la stessa adesione al fucile che aveva lui.
E, per assurdo, non ci sembra inesatto vedere in San Michele aveva un gallo anche quello che non c’era ancora, che non poteva ancora esserci nel 1972, e cioè la lotta armata nell’Italia della seconda metà degli anni Settanta. Infatti, il Manieri potrebbe anche essere il rappresentante di un brigatismo – il suo gruppo prende il nome, non a caso, da Pisacane – che è allo stesso tempo troppo indietro e troppo avanti rispetto ai corsi e ricorsi storici; un esponente dunque di quell’avanguardismo che crede nell’azione prima ancora che nella valutazione dell’atto (il motto della sua brigata è la propaganda del fatto). E, al contempo, i compagni che lo avversano potrebbero essere invece i rappresentanti di quell’eterno immobilismo della sinistra che, in attesa che si creino le condizioni necessarie «per preparare il momento della sovversione generale», aspetta fiduciosa non si sa bene cosa e attende con fatalismo il momento buono (alcuni di loro dicono, in tal senso, anche con amara ironia, che «gente come il Manieri vorrebbe il premio immediato a quello che fa, ma noi sappiamo che non noi, ma altri dopo di noi, lo avranno anche per noi… il premio. Certo… che allegria».) Così la diatriba che si dipana tra vari intervalli – e sempre in laguna – assume a un tratto quasi le sembianze di un dibattito all’interno di un congresso o nella sede di un partito, tanto che Manieri ad un certo punto chiede «più voce» al suo interlocutore con il tipico tono violento di un militante anni Settanta.

Tutto questo però è visto dai Taviani con ironia e anche con amarezza, perché in fin dei conti il percorso di Manieri è profondamente umano: la sua veste austera da rivoluzionario non nasconde i tratti più infantili, più simpatetici del personaggio. E i suoi stessi antagonisti, quei rivoluzionari contrari all’azione e ben preparati nella favella, riescono persino a fare tenerezza: sia per la figura del padre che segue con un’altra barca a distanza l’unica ragazza che compone il gruppo, sia per la loro giocosità – di nuovo infantile – che a tratti si manifesta (come quando, dopo aver parlato di fiducia rivoluzionaria, scoppiano tutti a ridere, non in modo sarcastico però, ma come dei ragazzini che si consolano ridendo di fronte alle brutture dell’esistenza). E questo fa sì che San Michele aveva un gallo sia uno dei pochi film nella storia del cinema italiano capace di far parlare dei rivoluzionari senza farli apparire come degli alieni o come dei ciclostilati. C’è dell’ironia, è ovvio, ma è sentita e partecipata; ed è questo anche l’elemento cruciale per far sì che San Michele aveva un gallo sia tutt’altro che un film invecchiato; anzi, a ogni revisione appare più giovane e più urgente, al contrario di non pochi film dei Taviani, dimostrandosi tra l’altro ben lontano dal semplice film politico, dalla presunzione del film a tesi.
Lo dimostrano parecchi elementi, non ultimo il segmento centrale del film, il più rischioso dal punto di vista della messa in scena, eppure forse il più riuscito dal punto di vista stilistico/poetico: la prigionia del Manieri è resa in maniera asciutta, senza fronzoli e senza cedimenti di gusto; e quando lui comincia a volare con l’immaginazione continuiamo a vedere le quattro mura in cui è rinchiuso, anche se al contempo sentiamo – attraverso una soggettiva sonora – i suoni del mondo esterno che il protagonista immagina di ascoltare. Così, il dibattito politico che lui fantastica di mettere in piedi con i suoi vecchi compagni – tutti interpretati da lui – è contemporaneamente espressione esatta del solipsismo di un sovversivo che ha perso gli agganci con il reale, oltre che la raffigurazione patetico/poetica e profondamente commovente di una persona sola, destinata a essere calpestata dalla storia, dimenticato dai compagni di un tempo – che ormai hanno tutti abbandonato la lotta, come scoprirà poi – e inadatto a comunicare con il “popolino”, come avevamo visto nel folgorante incipit.
E questo doppio binario del poetico e del politico, in cui l’uno non annulla l’altro, ma dove anzi i due elementi si alimentano a vicenda, ce lo rivela il titolo stesso del film, che fa riferimento a una filastrocca che il Manieri usa cantare sin da bambino, allo scopo di calmarsi: «San Michele aveva un gallo bianco, rosso, verde e giallo, e per farlo ben cantare lui gli dava da mangiare pane, latte e miele»; là dove l’ossessività con cui la filastrocca viene ripetuta dal Manieri fa il paio con l’ossessività degli slogan comunisti, con la compulsività del febbrile eloquio sovversivo. L’una e l’altro sono, in fin dei conti, simili e ci aiutano a illuderci che tutto possa andare per il meglio. Mentre invece non è così.

Info
La pagina Wikipedia di San Michele aveva un gallo.

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