Achille Tarallo

Achille Tarallo

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Achille Tarallo è il protagonista del nuovo film di Antonio Capuano, che gioca direttamente con i dogmi della commedia partenopea sovvertendoli e cercando vie alternative, tanto musicali quanto di sguardo. Un’opera liberissima, rarità di questi tempi.

Contro tamarreide

Achille Tarallo è un autista di autobus di Napoli, ha una grande famiglia, moglie e figli che urlano sempre… In tutto quel rumore assordante che lo circonda Achille sogna una vita completamente diversa fatta di eleganza e di stile. Il suo sogno infatti è quello di diventare un cantante famoso come Fred Bongusto. È l’unico napoletano che canta in italiano. È convinto che il napoletano abbia rovinato la sua città e le sue canzoni. Insieme al suo amico Cafè ha formato un piccolo gruppo musicale che canta ai matrimoni che gli procura il sedicente e improbabile impresario Pennabic, proponendo a novelli sposi un repertorio detto “Tamarro Italiano”. Achille Tarallo, Cafè e Pennabic sono in realtà tre poveri diavoli dalle sincere aspirazioni artistiche, che vivono in un quartiere popolare di Napoli dove colori, suoni e folklore diventano il divertente fondale e i co-protagonisti di questa piccola “commedia umana” napoletana. Ma un giorno per Achille Tarallo, l’autista dell’ANM che sogna di essere un grande artista, arriva l’imperdibile occasione per evadere e cambiare la sua vita… [sinossi]

Achille Tarallo ha tutto per rappresentare l’ennesimo cliché napoletano al cinema: è sposato e con numerosa prole ma ha un’amante, si diletta a cantare in pubblico, è istrionico, legatissimo alla famiglia, vive nei quartieri popolari della città. Sulla carta nulla di diverso da quanto fin troppo spesso messo in mostra dalla produzione italiana. Il Vesuvio come cartolina, un bel piatto di pastasciutta, una tazza di caffè fumante. Sulla carta, per l’appunto, perché dietro la storia di Achille Tarallo e del suo tentativo di emergere nel panorama musicale c’è la mano – anche in fase di scrittura e di ideazione – di Antonio Capuano. Si potrebbero scrivere libri, e prima o poi se ne scriveranno, sulla totale cecità con cui il sistema cinematografico italiano ha trattato e continua a trattare un regista con la sensibilità, l’intelligenza e la classe di Capuano: su dieci lungometraggi diretti solo un paio hanno ottenuto visibilità, e sempre inferiore rispetto a quella che avrebbero meritato. Nel 1991 Vito e gli altri si segnalò come uno dei migliori esordi di sempre all’interno del proscenio nazionale, ma oggi in quanti lo ricordano? E in quanti hanno memoria dello strabiliante Luna rossa, che prendeva la tragedia greca e la lanciava in faccia al camorra-movie? Per non parlare di quei film che Capuano ha diretto, ma che praticamente non ha visto nessuno o giù di lì. Titoli come Giallo? ma anche come Bagnoli Jungle, che tanti meritatissimi applausi strappò all’anteprima mondiale veneziana – era il film di chiusura della Settimana Internazionale della Critica nel 2015 – e nessun distributore ha neanche preso in considerazione. Giace lì, nell’immenso parco dell’immaginario che Capuano ha curato anno dopo anno, film dopo film, esperienza dopo esperienza.

Già in Bagnoli Jungle si intravvedeva una propensione verso la commedia, nel senso più largo e umanista del termine. Il film era attraversato da un’ironia leggiadra e sulfurea allo stesso tempo, in grado però di impregnare ogni singolo elemento e rimanere persistente nell’aria. È una commedia in pieno stile, Achille Tarallo: narra di un sogno, quello di diventare un cantante di successo e di staccarsi da una città/famiglia/ventre che è oramai diventata solo una zavorra. Tiene a terra le persone, le costringe a confrontarsi con la realtà. Quella realtà da cui Achille vorrebbe invece liberarsi, al punto da rinnegare la radice stessa della propria cultura. Sì, perché Achille Tarallo non ha nulla a che spartire con il fenomeno neomelodico. Odia i cantanti neomelodici. Detesta le tradizioni canore partenopee. Achille Tarallo vuole cantare in italiano, pensando così di emanciparsi, di andare oltre il cliché, di allargare i propri orizzonti.
Lui, che per il resto non fa altro che abbrutirsi nei peggiori luoghi comuni ricamati attorno all’uomo medio napoletano: sul lavoro è tutt’altro che irreprensibile – è autista per il trasporto pubblico cittadino –, con la moglie e la famiglia fingerebbe di tutto pur di potersi occupare solo delle proprie faccende, mente sapendo di mentire, a tratti sembra perfino fare “o’ gallo ‘ncoppa ‘a munnezza”, come si dice a Napoli.
Lì, proprio nella costruzione del personaggio protagonista – ma anche dei suoi due sodali, il musicista Cafè interpretato dal re del rock “tamarro” Tony Tammaro, genialoide cantautore demenziale che ovviamente si occupa anche dei testi e delle musiche del film, e il loro agente Pennabic, cui presta volto e voce il romano Ascanio Celestini – si può rintracciare il senso intimo di un’operazione come Achille Tarallo che i più, è fin troppo facile prevederlo, finiranno per non comprendere.

È facile accusare di pressapochismo e di faciloneria un film come Achille Tarallo. È facile perché parte del film è senza ombra di dubbio quasi improvvisata, amatoriale, del tutto priva di realismo ma anche distante dai canoni espressivi del grottesco. Già. Antonio Capuano spinge il pedale sull’acceleratore e compie il giro della morte puntando ancora più in alto dopo il già anarcoide Bagnoli Jungle. Al contrario del personaggio interpretato da Biagio Izzo – e quanta facile ironia si spenderà, con mediocre precisione, su questa scelta attoriale – il regista non ha bisogno né di aderire a uno schema predefinito né di tradirlo o abiurarlo. Gli stilemi della commedia demenziale vengono al contrario portati alle estreme conseguenze, tra attori che entrano in scena quando non dovrebbero, luci sparate oltre ogni limite del sostenibile, sequenze che veleggiano verso lo scult con una consapevolezza che è già atto di resistenza alla prammatica di per sé (il cane Fred che canta la canzone finale è solo uno degli esempi possibili in tal senso). Oramai privo di qualsiasi speranza nel mercato cinematografico Capuano se ne fa beffe, lo irride, lo attacca frontalmente attraverso una lezione di sfrontatezza autoriale che è l’ennesima dimostrazione di libertà artistica. Un esempio che sarebbe da elogiare e da studiare, ma corre ovviamente il rischio di rimanere lì perso, incompreso, quasi guardato con ribrezzo.
Come i suoi personaggi Capuano agisce con caparbietà, senza timore di osare o di far storcere il naso ai benpensanti che vorrebbero la solita Napoli raccontata con le solite parole, le solite metafore, la solita (mancanza di) aderenza al vero. C’è di tutto e il contrario di tutto in Achille Tarallo, la micro e macro criminalità, l’amore straniero, il lutto e il melodramma, i dialoghi da sceneggiato e quelli da commedia teatrale, il buffo e il buffissimo, lo scherzo e la riflessione. Tutto in un unico calderone, tutto dominato da un unico immaginario. Non è certo un caso che siano stati scelti per prendere parta a questa baraonda un irregolare del teatro (Celestini) e un irregolare della musica (Tammaro): solo loro potevano, anime affini, comprendere in profondità il senso umano, artistico e politico di un controcanto così esibito, così volutamente stonato, così fuori asse. Si può decidere una volta di più di nascondere la polvere sotto il tappeto, e di far finta che il cinema di Antonio Capuano non esista, ma non sarà altro che la perpetrazione di un crimine. E prima o poi quella polvere risalirà da sotto il tappeto e invaderà le narici del sistema/cinema, che annasperà mentre sta soffocando. È bello sognare, direbbe Achille Tarallo.

Info
Il trailer di Achille Tarallo.
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