Il vizio della speranza

Il vizio della speranza

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Rinfrancato dal successo di Indivisibili, Edoardo De Angelis propone in Il vizio della speranza, vincitore del premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, gli stessi ingredienti del suo precedente film. E vi si ritrovano gli stessi difetti di una confezione che prevale sul racconto e sulle reali motivazioni dei personaggi.

Il vizio della mancanza di racconto

Lungo il fiume scorre il tempo di Maria, il cappuccio sulla testa e il passo risoluto. Un’esistenza trascorsa un giorno alla volta, senza sogni né desideri, a prendersi cura di sua madre e al servizio di una madame ingioiellata. Insieme al suo pitbull, Maria traghetta sul fiume donne incinte, in quello che sembra un purgatorio senza fine. È proprio a questa donna che la speranza un giorno tornerà a far visita, nella sua forma più ancestrale e potente, miracolosa come la vita stessa. [sinossi]

Dopo il successo di Indivisibili, Edoardo De Angelis propone in questo suo nuovo film, Il vizio della speranza, più o meno gli stessi ingredienti del suo lavoro precedente, a partire dall’ambientazione sul litorale domizio – e in particolare nelle zone di Castel Volturno – per passare a questa estenuante tensione del desiderio di fuga da una realtà disgustosa e animalesca, composta da figure alla deriva: qui ad esempio la madre che si addormenta nuda sulla vasca, con la protagonista che la deve sempre portare a letto, o la mater-puttanorum che regola il flusso delle prostitute e si droga a spron battuto. Solo che rispetto a Indivisibili, dove il senso dell’operazione lo si pescava nella trovata delle gemelle siamesi, manca in Il vizio della speranza uno spunto ugualmente forte. La protagonista, che si chiama Maria e in cui le allusioni evangeliche diverranno man mano più pressanti fino a farsi insostenibili nell’ultima parte, è semplicemente incinta, non si sa bene per opera di chi, probabilmente dello Spirito Santo, ed è per questo che decide di fuggire dalla realtà disagiata in cui si trova. Fino a quel momento lei traghettava prostitute in dolce attesa per portarle non si sa bene dove, per farle partorire e per poi consegnare i loro figli a coppie benestanti. Dunque, fino a quel momento, Maria era al servizio del male, e dal momento in cui scopre di essere stata ingravidata si mette al servizio del bene, traghettando con sé tutti gli uomini e donne e animali di buona volontà, e che ancora possono essere salvati.

Ora, a parte il fatto che si ritrova in Il vizio della speranza, che ha vinto il premio del pubblico alla 13esima edizione della Festa del Cinema di Roma, più di un punto in comune con Una famiglia di Sebastiano Riso, vi è da dire che De Angelis sembra al solito interessato a descrivere un mondo alla deriva più che a farci seguire e percepire i sentimenti dei personaggi. Vale a dire che gli interessa più una bella steadycam – e quella iniziale a seguire Maria è molto bella – che a motivare le azioni dei suoi protagonisti, i quali passano dall’egoismo estremo all’altruismo sfrenato senza troppe spiegazioni. E dunque ad esempio l’unico personaggio maschile in scena, il cosiddetto Carlo Pengue, più e più volte nominato, che ha scelto d’isolarsi dal resto del mondo, ritrova improvvisamente – e inspiegabilmente – l’afflato verso l’umanità intera, riconoscendosi d’emblée come un novello San Giuseppe. Un San Giuseppe che, tra l’altro, si dimostra indispensabile, visto che nell’umanità descritta da De Angelis vi sono solo figure femminili, per di più quasi tutte negative, e dunque la presenza maschile sembra – in maniera, diciamo, poco femminista – necessaria per riequilibrare le sorti di quel contesto.
Se in Indivisibili era servita solo in parte la mano di Nicola Guaglianone (Lo chiamavano Jeeg Robot) in sede di sceneggiatura, qui a ben poco serve l’intervento nientemeno che di Umberto Contarello (sceneggiatore abituale di Sorrentino), se non a gravare ancora di più il racconto-non-racconto di stasi monologanti in cui i personaggi si lanciano in riflessioni di varia natura sull’umanità e sul presunto vizio della speranza. Valga per tutte quella relativa al fatto che, visto che il cane di Maria si chiama cane, allora suo figlio si chiamerà uomo, come a evocare un destino cristologico di cui sinceramente non si sentiva l’urgenza. Certo, il mondo in cui vive Maria è brutto e sporco – in una delle prime sequenze la vediamo mangiare in una discarica – ma il punto è che non è mai veramente cattivo, che nessuno le fa mai veramente nulla di male, ad eccezione del momento in cui viene immobilizzata con un taser, la cui dinamica però è così brusca da rischiare il ridicolo involontario. È come se a De Angelis mancassero i pesi e i contrappesi necessari per spingere con lui – e con noi – la protagonista ora da una parte, ora dall’altra. È come se per De Angelis bastasse far vedere che il posto in cui vive Maria è orribile perché c’è la spazzatura, la prostituzione, la droga, e chissà quant’altro. Ma non basta: non basta la presentazione di un mondo, serve anche l’azione nefasta che quel mondo riversa sulla protagonista, servono dei personaggi che si comportano male e che costringono la protagonista a fare delle cose negative, serve vederle quelle cose per farci provare veramente ribrezzo e per farci sentire la necessità della fuga.

In tal senso, ci sembra molto significativo un dialogo che avviene tra Maria e la ragazzina di colore storpia, cui la protagonista si affeziona, di nuovo in maniera immotivata. Maria le regala la sua felpa con cappuccio e le dice: «Basta che ti tiri su il cappuccio per far credere agli altri che sei cattiva». Ecco, questa è la stessa cosa che pensa De Angelis: basta far indossare un cappuccio per aver fatto il personaggio, basta uno stile di ripresa livido e cupo per dare cupezza al proprio film, basta una musica terragna – e, al solito, bellissima – di Enzo Avitabile per far sentire che il film nasce dalle viscere di un territorio disfatto. E invece non basta: perché tutto questo è mera confezione, poi serve un corpo, una stratificazione, uno spessore poetico, una umanità dello sguardo e una compartecipazione profonda a ciò che si racconta; tutte cose che in Il vizio della speranza mancano.

Info
Il trailer de Il vizio della speranza.
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