The Most Beautiful Country in the World
di Želimir Žilnik
Presentato a Doclisboa 2018 il nuovo film di Želimir Žilnik, cui il festival portoghese dedicò una retrospettiva importante quattro anni fa. Con The Most Beautiful Country in the World, che prosegue il lavoro del regista dell’Onda nera jugoslava sui rifugiati, sugli espiantati, sui reietti della società.
My Homeland
Dicembre 2016: una dimostrazione di fronte al Parlamento di Vienna. Due manifestanti si mettono a parlare della distruzione di Aleppo, entrambi provengono da paesi martoriati dalle recenti guerre, Siria e Afghanistan. Il film segue alcuni di questi immigrati alle prese con il difficile inserimento nella società austriaca. [sinossi]
Meglio Bruce Lee o Jackie Chan? Come atleti o come attori/registi? Tutti e due rifiutavano trucchi, effetti speciali: le loro acrobazie dovevano essere riprese da atti reali. È questa una lunga discussione che contrappone un gruppo di emigrati che frequentano una palestra. Želimir Žilnik indugia nel mostrare questa situazione. Da un lato indice di un immaginario omologato, ma appartenente a una cultura di massa asiatica, che si pone in alternativa a quella hollywoodiana. Difficile che questi personaggi possano prendere dei modelli americani, da un paese che li ha bombardati o assoggettati in un modo o nell’altro. In questo senso è significativa un’altra discussione dei personaggi sul ruolo dell’America nel Medio Oriente. Con The Most Beautiful Country in the World, presentato a Doclisboa 2018 nella sezione From the Earth to the Moon, Želimir Žilnik prosegue il suo lavoro sui migranti, sui rifugiati, sugli apolidi per necessità, come già nella trilogia composta da Fortress Europe, Europe Next e Doore Logbook_Serbistan. Un abbraccio sancisce l’empatia tra i due manifestanti della prima scena, accomunati dalla provenienza da paesi martoriati e dalla condanna netta del terrorismo jihadista: questo non è Islam, sostengono. Cercano di inserirsi nella vita viennese i personaggi del film, il regista li segue nei loro tentativi. Chi si iscrive alla palestra, chi segue lezioni di regia per girare un documentario, chi lavora in un vivaio di piante, chi cerca appartamento, e si trova di fronte a un’anziana affittacamere che, secondo un vecchio retaggio che sembrava appartenente a un moralismo ormai del passato, vuole verificare che la coppia sia composta da fratello e sorella e non da fidanzati (“Per la morale” dicevano le affittacamere del film I sogni nel cassetto di Renato Castellani, stessa situazione ma erano gli anni ’50).
La mia patria: è la canzone che cantano più volte in coro i personaggi del film, l’inno nazione iracheno composto da un musicista palestinese nel 1934, in realtà un motivo popolarissimo in tutti i paesi arabi dove tutti lo cantano e si insegna anche a scuola. Qui Želimir Žilnik scopre le carte e ancora si capisce che sta parlando della ex-Jugoslavia, di un’appartenenza culturale che va oltre stati e confini, di una diaspora da paesi che sono stati frammentati a tavolino dai colonizzatori europei e che vivono forti tensioni interne, legate alle diverse appartenenze religiose, sunniti, sciiti, che possono portare a un’altrettanta dissoluzione delle proprie nazioni.
L’adesione alle regole della società europea («Siamo in Europa, dobbiamo vivere da europei» dice un personaggio), con tutti i traumi del caso, da parte di persone più anziane che fanno fatica ad accettare la laicità, è affrontata da Žilnik ancora in maniera diretta, nel raccontare una vicenda stile Il banchetto di nozze di Ang Lee, la messa in scena di un finto matrimonio, con una cerimonia tradizionale, per compiacere il nonno, che non accetta la fidanzata del nipote.
Dunque meglio Bruce Lee o Jackie Chan? Se il valore che i frequentatori della palestra usano come metro di paragone tra i due è quello della realtà e della verità, di compiere davvero azioni funamboliche senza trucchi o controfigure, anche il valore del cinema di Žilnik è quello di riportare la realtà con l’osservazione diretta, senza filtri, preconcetti. E un momento, lasciato da Žilnik, in cui uno dei ragazzi, intenti nella discussione di cui sopra, fa segno come di avvicinare la macchina da presa, mostra quanto la sincerità e la verità siano cardini fondamentali del suo cinema.
Info
La scheda di The Most Beautiful Country in the World sul sito di DocLisboa.
Il trailer di The Most Beautiful Country in the World.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Das schönste Land der Welt
- Paese/Anno: Austria, Croazia, Serbia, Slovenia | 2018
- Regia: Želimir Žilnik
- Sceneggiatura: Želimir Žilnik
- Fotografia: Peter Roehsler
- Montaggio: Vuk Vukmirović
- Interpreti: Abdullah Norani, Alaedin Gamian, Amin Khawary, Azelia Opak, Bagher Ahmadi, Bana Haddad, Basima Saad Abed Wade, Dimitar Anakiev, Drago Pintarič, Durgham Al Mahmudi, Farzad Ibrahimi, Ghiasi Abdul Hadi, Habib Tawhidi, Haidar Ali Mohammadi, Hasti Karimi, Ivana Nikolić, Jana Dolečki, Jantus Philaretou, Jasenka Softić, Jihad Al-Khatib, Jonathan Fetka, Laila Hajouleh, Manca Dorrer, Michal Bedi, Mohammad Al Rifai, Mohammad Ali Karimi, Mohammadi Abdolhannan, Mustafa Ayni, Negin Keivanfar, Negin Rezaie, Nora Al Rifai, Peter Bedi, Petra Popović, Roqhia Hassana, Sarah Al Rifai, Shakiba Gholami, Sharafhuddin Hashami, Shereen Al Mansour, Somayeh Tawhidi, Stojan Vavti, Tomaž Pavkovič, Turbo Tanja, Yasser Alnazar
- Produzione: Factum, nanookfilm, RTV Vojvodina, Tramal Films
- Durata: 102'







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