StellaStrega

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C’era una volta Alienween… StellaStrega è la versione ricucita e rivestita del gioiellino sci-fi/horror di Federico Sfascia, che si diverte a “sfasciare” (nomen omen) la sua stessa creatura per ribaltarne il senso. O forse no. Il film viene presentato in anteprima a Bologna il 5 novembre.

Ricucendo l’alieno

Strane creature venute da un altro mondo atterrano sul nostro pianeta proprio mentre quattro amici decidono di organizzare un festino a base di droga, alcol e prostitute, lontani dagli occhi di fidanzate super gelose. Una volta dentro la catapecchia abbandonata scelta dai nostri come refugium peccatorum, gli alieni danno inizio ad una vera e propria mattanza. Chi si salverà? [sinossi]

StellaStrega è un film che nessuno ha mai visto – esordisce davanti a un pubblico il 5 novembre a Bologna – ma che è già esistito, sotto un’altra forma e con un altro titolo. StellaStrega è infatti Alienween, l’opera seconda di Federico Sfascia che sempre Bologna ospitò nel 2016 durante le giornate del Future Film Festival. Ma se agli occhi dei più disattenti tutto ciò potrebbe apparire come una mera operazione di riciclo, perfino bieca se si pensa a possibili sfruttamenti commerciali, la verità si trova esattamente agli antipodi. Si tratta infatti di un atto di liberazione, il dichiarato e definitivo gesto di distacco da un lavoro a suo modo maledetto, come troppo spesso avviene nel campo del micro-budget, del costo zero, dell’autoproduzione. Un distacco che prevede anche una cesura netta. A mettere uno accanto all’altro i crediti finali dei due film non si noterebbero chissà quali differenze; eppure in StellaStrega manca il logo della Empire Video di Alex Visani. È dai problemi tra Sfascia e Visani che nasce questo nuovo montaggio, questa nuova forma di vita aliena e priva di chissà quali paragoni possibili. In quello scontro, nella voglia del regista di ribadire la propria totale proprietà intellettuale dell’opera, rinasce a nuova vita un film che era già la conferma del talento cristallino di Sfascia, alfiere di un cinema che mescoli l’immaginario fantastico degli anni Ottanta con recrudescenze di mélo, nostalgie dolorose, horror truculento e ludico alla stesso tempo.

In epoche sempre più anestetizzate e prive di qualsivoglia furore belluino come quella attuale assume una portata rivoluzionaria il gesto, di per sé semplice e perfino naturale, compiuto da Sfascia. Sfasciare – nomen omen – una propria creazione per donarle di nuovo la vita, farla risorgere dalle proprie ceneri, spazzare via qualsiasi memoria di un’onta (vera o supposta è del tutto ininfluente ai fini del discorso) attraverso la ricostruzione di una narrazione, di un immaginario, di una storia per immagini. La crepa si richiude, la ferita si rimargina grazie al lavoro di cesello sul montaggio. Le immagini in sequenza scacciano i demoni del passato recente, e perseguono la purezza. StellaStrega, nella sua natura resistente e riottosa, è la migliore risposta a chi vorrebbe silenziare una volta ancora il cinema indipendente italiano, già così ridotto e costretto in un ghetto tenuto a debita distanza dal centro produttivo nazionale. Il film è del regista. Il produttore potrà fregiarsi del suo titolo in catalogo, ma basta un programmino di montaggio per svelare la reale unica e vera proprietà. L’autore trionfa sul videomaking. In un panorama asfittico basta questo, in fin dei conti, per tornare a respirare, a credere nel concetto di produzione “dal basso”.

Al di là di tutto questo, il vero punto di forza di StellaStrega è ovviamente StellaStrega. Per quanto nel complesso il montaggio non abbia di certo stravolto il lavoro già visto in Alienween Sfascia è riuscito, tornando a ragionare sui ritmi e i tagli, a migliorare ulteriormente un’opera di per sé già ammirevole. Sfoltendo qui e lì qualche lungaggine, e calibrando ancor meglio la filosofia di fondo – il pastiche utilizzato non solo per meticciare i generi, dall’horror alla commedia romantica allo sci-fi, ma anche per trovare una continua via di mezzo tra il divertissement anche volutamente grossolano e lo sfruttamento mai retorico o semplicistico del registro patetico – Sfascia pone la firma in calce a una vera e propria piccola gemma. Un lavoro che trae la sua forza anche da un gruppo di lavoro estremamente coeso; non è certo casuale l’omaggio “nascosto” che il regista fa nello spassoso incipit tanto a Il cerchio delle lumache di Michele Senesi quanto a Twinky Doo’s Magic World, geniale progetto dei livornesi Licaoni la cui versione breve verrà presentata sempre a Bologna prima di StellaStrega.
Trovarsi a tu per tu con il quarto lungometraggio di Federico Sfascia – perché sarebbe ingiusto non considerarlo in ogni caso oggetto diverso da Alienween – è una fortuna, perché si può essere testimoni di una crescita registica continua, e di un lavoro su se stesso e sul proprio immaginario che è ben più rigoroso e regolamentato di quanto si possa immaginare. Oggetto morto e rinato, StellaStrega deve però necessariamente fare aprire gli occhi su uno scenario ricco di titoli e di suggestioni, campo in cui si fatica a trovare anche cifre risibili per poter portare a termine i propri film. L’indipendenza in Italia è abbandonato completamente al proprio destino, priva di aiuti, di agevolazioni ma soprattutto della dovuta attenzione. Attenzione produttiva – perché gli autoprodotti non riescono a passare in nessun caso al cinema industriale? –, di pubblico ma anche di critica. Vedere un talento come quello di Sfascia (ma il discorso ovviamente vale per molti altri nomi) costretto a costruirsi i propri film in casa, senza aver nessuno con cui dialogare veramente è una ferita profonda, insanabile. Una crepa che non si ricuce davanti a un computer e a un programma di montaggio, purtroppo.

Info
StellaStrega e l’evento di Bologna sul sito del Future Film Festival.
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