Chaco

Un film personale e al tempo stesso universale, che affronta con coraggio il grande tema del nostro tempo, il rapporto dell’uomo con la Madre Terra: Chaco di Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini, vincitore del Festival dei Popoli 2018.

Una terra contesa

Un uomo solo, ostinato e caparbio, da anni si batte per salvaguardare una porzione del Chaco, la vasta foresta paraguayana costantemente aggredita da interventi di deforestazione mirati alla coltivazione di soia transgenica. Quell’uomo è il regista Daniele Incalcaterra, e questa battaglia è il suo progetto cinematografico. [sinossi]

Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini tornano in Paraguay per documentare un nuovo capitolo dell’esemplare vicenda raccontata in El impenetrable (2012). Nella scena finale di quel film lo stesso Incalcaterra issava davanti alla macchina da presa il sigillo della sua vittoria. Il governo paraguayano aveva finalmente riconosciuto l’esistenza della “sua” Arcadia. Negli anni seguenti, con l’insediamento di nuovi politici al governo, la guerra per il possesso della sua terra ricomincia e Incalcaterra torna a difendere Arcadia con l’unica arma a sua disposizione: il cinema. Mettendosi in gioco in prima persona, attraverso il suo sguardo e la sua stessa presenza fisica, Incalcaterra oppone una paziente, a tratti maldestra, ma sempre tenace resistenza all’assedio dei grandi latifondisti, in particolare del re della soia Tranquillo Favero, la cui opera di disboscamento sta trasformando il Gran Chaco, una delle regioni incontaminate del Sud America, in uno sconfinato allevamento di bovini.

Chaco è, proprio in virtù dell’onnipresenza del regista, un documentario partecipativo/performativo in cui è annullata la distanza tra pubblico e autore, e in cui il film d’inchiesta si mescola al thriller politico (del tutto secondarie appaiono nel film le sequenze poetico-naturalistiche). Chaco va comunque al di là di ogni definizione, essendo soprattutto un film d’autore, perfettamente coerente con la cinematografia di Incalcaterra e Quattrini (coppia nel cinema e nella vita). Il loro è un cinema libero e refrattario ai compromessi: questo è il suo più grande valore e a volte il suo maggiore limite.

Infatti anche in Chaco, come nel film precedente, si ha l’impressione che gli autori si siano identificati a tal punto con la loro battaglia da dimenticarsi dello spettatore, al quale le certe scelte registiche appaiono non del tutto comprensibili (vedi la decisione di non far leggere la risposta del Papa, oppure l’utilizzo reiterato delle videochiamate anche quando gli interlocutori non sono chiaramente identificabili). Insomma, una maggiore presa di distanza dalla materia del racconto in fase di preparazione avrebbe consentito di chiarire, approfondendolo, il significato di certe situazioni, non tanto sulle questioni politiche, ma anche e soprattutto su quelle più personali, come ad esempio il rapporto tra il regista e suo fratello, vera e propria coscienza critica del regista.
Ma anche al netto di questi difetti, la drammaturgia risulta nel complesso molto efficace. Valga per tutti l’esempio della sequenza finale, nella quale la paradossale situazione in cui si ritrovano gli autori fa risuonare per esteso l’assurdità dell’intera vicenda.

«La terra è andata», chiosa in un momento di amarezza il fratello del regista (che, essendo un funzionario ONU, sa bene come vanno queste cose), ma poi aggiunge: «L’unica cosa che puoi fare ora è farci un bel film». E questo hanno fatto Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini: un film libero, bello, ma soprattutto necessario, premiato con la vittoria al Festival dei Popoli.

Info
La scheda di Chaco sul sito del Festival dei Popoli.
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