Widows – Eredità criminale

Widows – Eredità criminale

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Il primo passo di McQueen dopo la trilogia del corpo (Hunger, Shame, 12 anni schiavo) è una sorta di moderato slittamento verso il cinema di genere. Anche tra le maglie di un heist movie, il regista e sceneggiatore londinese non rinuncia infatti all’afflato politico, sociale, umanista: doloroso e densissimo, Widows – Eredità criminale ci racconta ancora di confini, muri, prigioni, trappole, gabbie. Hollywoodiano, di genere, pienamente mcqueeniano.

Homo homini lupus

Chicago. In un periodo di agitazione e tumulti, quattro donne, senza nulla in comune tranne il debito lasciato dalle attività criminali dei mariti, uccisi durante un colpo andato male, decidono di unirsi e prendere in mano le redini dei loro destini… [sinossi]

Volendo circoscrivere quest’ultima fatica di Steve McQueen, si potrebbero tirare in ballo l’aria che si respirava in 1981: Indagine a New York di J.C. Chandor e l’estetica detonante de I padroni della notte di James Gray. Cinema di genere che è volutamente rarefatto, persino cupo, elegantissimo; genere e autorialità che si intrecciano ambiziosamente e filtrano la realtà attraverso la finzione; cinema che si focalizza su una città, un quartiere, una comunità, scavando il più a fondo possibile. Questo è Widows – Eredità criminale, cinema poderoso e implacabile, perfetto ma imperfetto, volutamente patinato – ma è una patina (quasi) sempre fertile, una sorta di aura emotiva e morale.

Il cinema di McQueen è e continua a essere geometrico, certosino nella composizione delle inquadrature, nella (anche forzata) costruzione dei personaggi e dello script, nella messa in scena degli ambienti, dei luoghi. Un cinema di spazi osservati, ragionati, ricostruiti, (ri)messi in scena. I tre atti di Hunger e la ricostruzione della prigione di Maze e del blocco H; le labirintiche gabbie (l’appartamento, l’ufficio, persino New York) che imprigionano il protagonista di Shame; la sequenza dell’impiccagione in 12 anni schiavo, coi bambini che giocano sullo sfondo, vicini eppure così lontani, indifferenti. È una mappatura storica, politica e morale, quella del cineasta londinese. Una mappatura che risulta ancora più evidente e sistematica in Widows – Eredità criminale, coi confini di un distretto di Chicago che vengono tracciati con decisione e precisione: confini non solo topografici, ma anche etici, politici, economici, razziali, di classe, di genere. Il cannibalismo del potere, a qualsiasi livello.

McQueen può permettersi di smembrare un heist movie, di spogliarlo di molte sue parti e di plasmare a proprio piacimento la prassi del genere: restano ovviamente le sequenze action, sfrondate di qualsiasi orpello eppure spettacolari (imponente l’incipit, con riflessi nolaniani), e la preparazione del colpo, forse la parte meno convincente, un po’ tirata via. Il focus è chiaramente altrove, nei tanti rivoli dei rapporti di forza, con complicati intrecci tra economia, politica e religione, comunità nera e comunità bianca, ricchi e poveri, professionisti e improvvisati, escort e clienti, armati e disarmati e via discorrendo. Widows – Eredità criminale è una radiografia impietosa, una mappatura di un luogo che è geografico e culturale, in cui è il sommerso a imporre paletti invalicabili, a plasmare le scelte e i destini degli altri: rispetto ad altri, McQueen può persino permettersi di ribaltare le prospettive, di mettere in scena le contraddizioni e anche le metastasi dei presunti deboli, delle presunte vittime del sistema. Ma il sistema, si sa, è molto più complesso della contrapposizione tra bianco e nero.

Il primo passo di McQueen dopo la trilogia del corpo (Hunger, Shame, 12 anni schiavo) è quindi una sorta di moderato slittamento verso il cinema di genere [1]. Anche tra le maglie di un heist movie, il regista e sceneggiatore londinese non rinuncia infatti ai cardini della propria poetica/politica. Widows – Eredità criminale è doloroso e densissimo. È hollywoodiano, di genere, pienamente mcqueeniano. Ed è anche l’ennesimo palcoscenico per rimarchevoli performance attoriali. Tutti encomiabili, certo, ma vale la pena sottolineare la prova di Elizabeth Debicki (Alice Gunner), alle prese col ruolo forse più sfaccettato, defilato e quasi speculare rispetto alla protagonista Veronica Rawlings (la sempre intensa Viola Davis). Ed è forse qui, in questo fertile contrasto tra la bionda, statuaria e apparentemente inadatta Alice e la risoluta Veronica, tra la bianca e la nera, che si cela il delicato punto d’appoggio, d’equilibrio, dell’intera pellicola: nella complessità di Alice, nella sua evoluzione, si riverbera la stratificazione di tutti gli altri personaggi, dei piani narrativi, del contesto sociale, della visione micro e macroscopica.

Note
1.
La base di partenza, tra l’altro, è la serie televisiva inglese Widows (1983-85). C’è anche un sequel, She’s Out (1995).
Info
Il trailer di Widows – Eredità criminale.
La pagina facebook di Widows – Eredità criminale.
Featurette sulle location di Widows – Eredità criminale.
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