Conta su di me

Conta su di me

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Conta su di me del tedesco Marc Rothemund, vincitore al Giffoni Film Festival, è un dramedy dall’ossatura classica, che cade ripetutamente nella retorica e nell’ipocrisia, propagandando per di più un sottotesto grossolanamente elitario – la felicità la fanno solo le capacità economiche – senza avere il coraggio di dichiararlo apertamente.

Conta sui miei soldi

Lenny è un trentenne figlio di papà che nella vita non fa nulla tranne andare in discoteca, bere, sniffare e rimorchiare belle ragazze. Suo padre, un famoso e ricco cardiologo che lo mantiene, si è stancato dell’andazzo e costringe Lenny a occuparsi di un suo paziente, il quindicenne David, nato con una grave malformazione al cuore che potrebbe portarlo alla morte pressoché in ogni istante… [sinossi]

Tanti buoni sentimenti, tanti valori ma anche tanti soldi in Conta su di me di Marc Rothemund (La rosa bianca – Sophie Scholl), un film che fa venire in mente la frase attribuita a Onassis secondo cui “Il denaro non fa la felicità, ma è meglio essere infelici sui cuscini di una Rolls Royce” (esiste anche la variante “è meglio essere infelici su uno yacht”). In realtà, poi, in questo caso i soldi servono piuttosto alla felicità del quindicenne David (Philip Noah Schwarz) e della sua mamma, che cresce da sola e senza particolari possibilità economiche il figlio gravemente cardiopatico fin dalla nascita. Per loro fortuna, infatti, il famoso e ricco medico che segue il ragazzino ha, a sua volta, un figlio, un trentenne sano come un pesce che spende ogni sera centinaia di euro in droghe, bevute e disco, senza dare un senso alla propria vita e dilapidando il denaro di papà. Per impartirgli una lezione, il medico lo obbligherà ad assumersi una responsabilità: occuparsi di David, cosa che lo porterà a dare valore all’esistenza e, finalmente, ad avere un impegno con una persona che va seguita in tutto quel che fa. Conta su di me è tratto da una storia vera, i cui protagonisti vanno ovviamente rispettati e della quale non ha alcun senso parlare in questo contesto, ma quel che viene raccontato nel film è un po’ triste e, tolta la superficiale patina della commozione a orologeria, persino un po’ ipocrita.

Lo sviluppo del protagonista, che è Lenny (Elyas M’Barek), va esattamente come deve andare: da ultratrentenne senza arte né parte, matura e diventa adulto. La minaccia che accende la scintilla è quella paterna di tagliargli i fondi per sempre se non accetterà di passare del tempo con David. Dapprima Lenny lo fa solo per dovere, poi ha un momento di “ribellione” al diktat e in seguito a un’altra decisione paterna si arrenderà a stare col ragazzino. Superfluo dire che Lenny, che ovviamente è di buona indole, si affezionerà veramente a David e la sua vita cambierà. Il regista mostra abilmente l’ambiente ospedaliero frequentato ogni giorno dall’adolescente. Ma per “abilmente” si deve intendere il mostrare quel che basta a suscitare commozione per i tanti bambini malati, ma non mostrare troppo che altrimenti il pubblico non sarebbe così sereno nel vedere in scena dei ragazzini deformati da malattie congenite o degenerative. Giusto un paio di sequenze per evidenziare che non ci si tira indietro del tutto, insomma. I personaggi di David e di sua madre, e in particolare il loro non semplice rapporto, sono tratteggiati con più intelligenza, perché almeno in questo caso il film riesce a mettere in luce alcune contraddizioni puramente emotive e degne di interesse, come il fatto che David è comunque un adolescente – sebbene a rischio di morte imminente – e sua madre è iperprotettiva fino allo sfinimento, per paura che gli capiti qualcosa ma anche per paura che cresca, paradossalmente, che diventi un adulto con pulsioni sessuali e desideri, con la voglia di fare sciocchezze e sbagliare. A dare un po’ di aria e libertà al ragazzino ci pensa proprio Lenny, che essendo scapestrato e irresponsabile gli fa fare cose che altrimenti non gli sarebbero concesse, facendolo finalmente sentire un quindicenne normale.

La differenza tra un film “sottile” e Conta su di me sta però nei modi attraverso cui Lenny può aiutare David: a parte qualche consiglio, che non costa nulla, e l’ovvio crescente affetto, Lenny mette a disposizione di David quel che ha, ovvero i soldi. Il ragazzino, infatti, vuole esaudire alcuni desideri prima di morire: alcuni hanno a che fare direttamente con il consumo e vengono facilmente appagati con un po’ di denaro; per altri servono più soldi (David vorrebbe passare una sera in un albergo a 5 stelle e noleggiare una limousine) e per altri ancora (innamorarsi, baciare una ragazza) non serve spendere, se si ha tempo a disposizione e si può avere una vita fatta di tentativi ed errori, ma in realtà se c’è poco tempo aiuta molto “investire bene”. Perché portare in giro una ragazza in limousine, dopo averle fatto arrivare dozzine di rose, può dare una mano… Guardando il film viene insomma da chiedersi come sarebbe andata se, al posto di un rampollo benestante, il David della situazione avesse avuto al suo fianco una persona con meno capacità di spesa. I desideri del ragazzino, in Conta su di me, sono infatti esauditi con una dose di accresciuta consapevolezza famigliare ma pure con una discreta dose di impiego economico. Voluto, in ultima istanza, dal cardiologo affezionato al suo piccolo paziente, cui vengono concessi benefici addirittura eccessivi (come usare un’ambulanza, che si presume pubblica, per portarlo in gita a Berlino in totale sicurezza). Insomma: David è fortunato ad avere un ricco medico “in famiglia” e un nuovo amico, Lenny, che grazie a lui finalmente ha capito i “veri valori della vita” e gli sarà debitore per sempre.

Premiato al Giffoni Film Festival, Conta su di me riprende l’ossatura di alcune commedie francesi di successo ed è andato bene al botteghino tedesco. Seduto saldamente sui propri picchi di commozione, il film ha uno sviluppo chiaro fin dall’inizio e non offre deviazioni neanche per sbaglio. Ma a ben vedere, più che una commedia sull’educazione sentimentale di due personaggi inizialmente molto distanti tra loro, il film sembra più una parabola su come, con un po’ di aiuto emotivo ed economico, sia più facile realizzare i propri sogni, grandi o piccoli, in qualunque condizione sanitaria ci si possa trovare. È più bello festeggiare il proprio compleanno in un albergo 5 stelle a Berlino, anche con l’atroce consapevolezza che potrebbe essere l’ultimo. È più piacevole avere qualche privilegio rispetto agli altri bambini ammalati, anche sapendo che con i privilegi non si guarisce. È più cool avere un amico più grande e ricco, figlio del dottore, che essere come tutti. Visto che la narrazione verte esattamente su questi elementi, sarebbe stato coraggioso girare un film spudoratamente scoperto su quanto conti l’agiatezza e un “protettore” influente quando si hanno difficoltà. Ma sarebbe risultato troppo cinico, mentre invece bisogna sottolineare i buoni sentimenti, che indubbiamente ci sono, ma che se Lenny fosse stato un infermiere invece che il figlio del cardiologo sarebbero stati inseriti necessariamente in un altro sviluppo narrativo. Forse senza la suite nell’hotel a 5 stelle e il cellulare nuovo e la giacca di pelle e il pigiama del Bayern Monaco e la limousine… O se non altro ingegnandosi di più per ottenerli senza usare comodamente una ricca carta di credito.

Info
Il trailer di Conta su di me.
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