Bohemian Rhapsody

Bohemian Rhapsody

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Bohemian Rhapsody è il racconto della carriera dei Queen, e in particolare di Freddie Mercury, dagli esordi fino all’esibizione al Live Aid del 1985. Bryan Singer dirige un biopic canonico, che ragiona solo lateralmente sul concetto di icona, e di sua rappresentazione.

Is this the real life?

Londra, 1970. Il giovane Farrokh Bulsara, di origini parsi, forma insieme a Brian May, Roger Taylor e John Deacon i Queen. La band va incontro a un successo di pubblico clamoroso e Farrokh, che ha cambiato il suo nome in Freddie Mercury, diviene una vera e propria icona. Le polemiche sul suo stile di vita sembrano però minare il percorso… [sinossi]

Bohemian Rhapsody, la canzone più celeberrima firmata dai Queen in venti anni di carriera, inizia con le parole “Is this the real life? Is this just fantasy?”, due interrogativi che calzano a pennello per un biopic, la riproduzione scenica di un vero apparente, di una vita reale universalmente riconosciuta come tale. La canzone, il terzo singolo più venduto di sempre in Gran Bretagna – ed è curioso che a superarlo vi siano Candle in the Wind 1997 di Elton John, con cui i Queen condivisero un manager, e Do They Know It’s Christmas?, la canzone-simbolo del Live Aid di Bob Geldof, evento che riverberò delle note della band londinese –, è il passaggio obbligato per chiunque cerchi di avvicinarsi ai Queen e a Freddie Mercury: potente mélange di opera, hard rock, ballata pianistica, sovrapposizioni vocali, Bohemian Rhapsody è il punto di non ritorno di un gruppo di musicisti che fino a quel momento sembravano muoversi nei solchi di un rock convenzionale, declinato in direzione di un glam dai riff roboanti e da qualche pausa pianistica. Nel rutilare dolente e vigoroso della canzone si racchiude anche una parte consistente del mondo artistico di Farrokh Bulsara alias Freddie Mercury, leader indiscusso ma solo relativamente accentratore, figura carismatica di un universo rock che già vedeva approssimarsi la plastica, la semplicità della disco (cui pure i Queen cercarono di dare un contributo, alla loro maniera). A ventisette anni dalla morte di Mercury, vittima più nota della pestilenza AIDS, è lecito affermare come con la sua dipartita sia venuto meno un punto di connessione forte tra l’esperienza rock – anche quella più monolitica e canonica – e le masse popolari, quelle masse popolari che in meno di un decennio presero d’assalto lo stadio di Wembley in tre occasioni che avevano a che fare con i Queen. Il 20 aprile 1992, a cinque mesi dalla morte del cantante, 72.000 persone parteciparono al Freddie Mercury Tribute, trasmesso in mondovisione; il 12 luglio 1986 si svolse lì uno dei concerti più celebri dei Queen, nell’ultima tournée con Mercury e John Deacon al basso; un anno prima, il 13 luglio 1985, il Live Aid registrò il tutto esaurito.

Proprio sull’esibizione dei Queen al concerto collettivo per raccogliere fondi da destinare all’Etiopia si apre e si chiude Bohemian Rhapsody, evitando dunque di entrare nel merito della dipartita di Mercury, dell’eredità musicale – ed economica –, del contemporaneo. Cristallizzato nell’esibizione del 1985 Freddie Mercury è solo un’icona, l’immagine di un rocker di fama mondiale, della sua ascesa e molto relativa caduta, del suo rapporto con i fan e con la stampa. Si potrebbero aprire lunghe digressioni sulle problematiche produttive del film, già annunciato quasi dieci anni fa con Sacha Baron Cohen protagonista e poi pezzo dopo pezzo arrivato a comporsi così come appare oggi sugli schermi di tutto il mondo. Il licenziamento in tronco di Bryan Singer – che pure è l’unico regista accreditato alla realizzazione del film – è ovviamente solo l’ultimo dei tasselli, la ciliegina sulla torta di un’operazione ambiziosissima, ma anche farraginosa.
Come si può trasportare in scena Freddie Mercury senza santificarlo ma allo stesso tempo mettendone in luce gli aspetti più controversi della sua vita? E come si può farlo quando in cabina di produzione a controllare il tutto siedono Brian May e Roger Taylor, che conobbero Mercury quando ancora si esibivano come Smile? Is this the real life? Is this just fantasy??

Singer dirige un film inevitabilmente infedele, come ogni racconto biografico che si rispetti. A chi interessa dopotutto che Mercury e Mary Austin, la sua fidanzata storica e “migliore amica”, si siano conosciuti o meno alla fine di un concerto degli Smile? È così importante che Jim Hutton, ultimo compagno del cantante, sia mostrato come cameriere, invece che come parrucchiere? Ovviamente no. Se proprio ci si deve focalizzare sugli errori storici, appare piuttosto bizzarro che sia necessario ricorrere a una serie di falsi per creare la giusta attenzione nei confronti del Live Aid. Lasciando volutamente da parte le diatribe sulla partecipazione della band all’evento di Bob Geldof (l’intera riflessione sul ruolo politico svolto non svolgendolo dai Queen in quegli anni è completamente assente dalla narrazione cinematografica), lo sceneggiatore Anthony McCarten, già al lavoro su La teoria del tutto di James Marsh e L’ora più buia di Joe Wright, inventa di sana pianta una supposta rottura tra Mercury e il resto della band basata sulla volontà del cantante di registrare in solitaria. Album in solitaria che ovviamente esistono, e Mr. Bad Guy nel 1985 raggiunse anche un discreto successo, ma che non minarono in alcun modo la vita della band. Dopotutto Roger Taylor aveva registrato nel 1981 Fun in Space e tre anni dopo Strange Frontier, mentre nel 1983 era uscito Star Fleet Project, a firma Brian May and Friends. Senza considerare che nel lasso di tempo in cui secondo McCarten Mercury si distaccò dagli altri tre – la cronologia è anche abbastanza confusa – i Queen diedero alle stampe almeno Hot Space e The Works, che contengono successi planetari come Under Pressure, Radio Ga Ga e It’s a Hard Life.

Ma allora perché insistere così tanto su un dato storico talmente facile da smentire? L’impressione, molto forte, è che Bohemian Rhapsody sia costruito in fase di sceneggiatura seguendo il Manuale Cencelli del buon biopic, ma senza alcuna capacità di integrarlo o di rinnovarlo. Alla disperata ricerca di contrasti e di fatal flow, lo script si perde dietro minuzie del tutto secondarie, come il già citato scorno tra i quattro musicisti. Una rottura che serve a veicolare l’idea del Mercury perduto dietro il proprio ego e lontano dai suoi veri affetti: solo il ritorno sui propri passi, e l’accettazione della terribile malattia che lo porterà alla morte, possono salvarlo. Una lettura conservatrice, perfino rischiosa se si considera che la perdizione di Mercury è strettamente connessa alla presa di coscienza della propria omosessualità.
Il punto è che Bohemian Rhapsody vuole essere un film canonico, senza stravolgere nulla e senza evadere in nessun modo dalla gabbia. Per raggiungere questo obiettivo la verità può essere piegata a proprio piacimento, in ogni modo possibile e immaginabile. Se si accetta questo, e si scende a patti con gli aspetti più deteriori della narrazione – cadute di tono e di stile, passaggi inessenziali e via discorrendo – c’è però modo di divertirsi. Singer dirige un grande spettacolo e lo fa con professionalità. Le canzoni sono intessute con una certa accuratezza nel racconto, e Rami Malek si impegna a dovere per rendere sullo schermo le rapsodie di Mercury, la sua eccentricità, il gioco continuo con gli altri e su se stesso. In questo senso gli ultimi minuti, dedicati alla performance del Live Aid, raggiungono in pieno l’obiettivo: rifacendo in ogni minimo dettaglio ciò che davvero avvenne sul palco, Singer non esce dai binari ma trova in qualche modo la quadratura del cerchio. La vita reale fu altra cosa, ovviamente. Ma com’è che diceva sempre la stessa canzone? Nothing really matters, anyone can see. E allora…

Info
Il trailer di Bohemian Rhapsody.
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