Con el viento

Rarefatto e profondo, emotivamente potente e privo di tentazioni lacrimevoli, Con el viento di Meritxell Colell Aparicio racconta l’elaborazione di un lutto attraverso i paesaggi, gli agenti atmosferici, i volti e i corpi dei suoi personaggi. In anteprima al MedFilm Festival 2018.

Con il corpo

Monica, una danzatrice di 47 anni di stanza a Buenos Aires, riceve una chiamata dalla Spagna: suo padre è molto malato. Dopo 20 anni, deve tornare nella remota città di Burgos dove è nata. Quando arriva, suo padre è morto. Sua madre, le chiede di aiutarla a vendere la casa di famiglia. L’inverno sta arrivando. Il silenzio perpetuo, il freddo estremo e il confronto con la famiglia saranno prove difficili per Monica, che si rifugerà in ciò che conosce meglio: la danza. [sinossi]

C’è un linguaggio universale che il cinema narrativo propriamente detto talvolta dimentica di utilizzare al meglio: è il linguaggio del corpo, con la sua presenza nello spazio, i suoi piccoli o grandi moti, manifestazioni di emozioni che non hanno bisogno di parole né di sottotitoli. Alla sua prima esperienza con il lungometraggio di finzione, la documentarista catalana Meritxell Colell Aparicio porta sul grande schermo con Con el viento, senza sottolineature didascaliche né vaniloqui retorici, una storia semplice che segue due traiettorie parallele: l’elaborazione del lutto e la riappropriazione delle proprie radici. Presentato in anteprima al MedFilm Festival 2018, dopo essere passato in Forum alla Berlinale 2018, Con el viento è dunque una sorta di racconto di formazione, quello di una donna che cerca il proprio posto nel mondo, a partire dal recupero delle relazioni familiari. Nel raccontare questo dolente percorso, la regista tiene saggiamente a freno ogni tentazione narrativa e lacrimevole (sebbene il film sia, in fondo, anche un melodramma familiare) per lasciare che le emozioni scorrano sul volto e nelle vene pulsanti, riverberino attraverso i nervi tesi della sua protagonista: la danzatrice e coreografa Mónica García.

Al suo debutto sul grande schermo, la García incarna qui l’omonima Mónica, una donna sulla quarantina che vive e danza a Buenos Aires quando viene raggiunta dalla notizia delle gravi condizioni di salute in cui versa il padre. Una volta giunta nella natia Burgos, in Spagna, il genitore è passato a miglior vita e lei si ritrova a dover aiutare l’anziana madre a vendere la fattoria di famiglia, mentre cerca, attraverso il suo talento nella danza, una forma di espressione delle proprie emozioni, ben più forte ed esplicita delle lacrime.

È un film in cui si entra a poco a poco, Con el viento, dove l’identificazione con la taciturna protagonista, così priva com’è di appigli “psicanalitici”, trova rispecchiamento dapprima nei rituali obbligati del lutto, poi nella liturgia altrettanto codificata del lavoro domestico, infine negli agenti atmosferici della sua terra d’origine, che tutto governano e modificano: la forma del paesaggio, degli alberi, di un prato, infine la vita delle persone.

Distante anni luce da qualsivoglia cliché visivo o narrativo, la regista Meritxell Colell osserva la realtà fenomenica di cui è spettatrice, e noi con lei, con discrezione e rispetto; affida il discorso sulla memoria a un susseguirsi di oggetti – uno scaldaletto a carbone, una vecchia bicicletta, un tritacarne per fabbricare salsicce – e si concentra sull’operosità femminile, indagando una società matriarcale fatta di lavoro in comune, riunioni domestiche o al bar per giocare a briscola, elaborata preparazione al lungo inverno, tramite affetti silenti e schietti. Dopo un’iniziale coralità del racconto, l’autrice si concentra principalmente sulla relazione tra Mónica e l’anziana madre, in cui gioca un ruolo fondamentale la palpabile sintonia tra le due attrici, la García e l’altrettanto sorprendente Concha Canal, anche lei alla prima esperienza attoriale. L’intimità tra le due donne è costruita, come l’intero film, sulle solide basi di ciò che le circonda, a partire dall’antico scaldaletto già citato, dalle partite a carte, per arrivare poi al momento commovente del dono di un maglione fatto a mano dalla matriarca. Gradualmente, Con el viento si trasforma in una sorta di “western” con madre e figlia nei ruoli classici del cowboy esperto e di quello novizio, entrambi in procinto di affrontare insieme un implacabile inverno, per poi magari abbandonare il focolare domestico e intraprendere un nuovo viaggio.

Tre sequenze di danza tracciano poi il sottile arco narrativo del film, all’interno del quale si muovono i volti e le situazioni, le persone e le cose. La prima coreografia di danza è proprio nell’incipit di Con el viento, quando Mónica si trova ancora a Buenos Aires intenta nelle prove di un suo spettacolo. La successiva, dopo il turbinio di emozioni e parenti in visita per il funerale paterno, avviene in una location assai più insolita: il granaio della fattoria di famiglia. Infine, l’ultima sequenza di danza, che la Colell registra brillantemente in un unico piano sequenza, avviene en plein air, con il paesaggio come unico spettatore. Che sia per il personaggio un momento riconciliatorio o meno, sta a noi deciderlo, perché Con el viento non è certo un film che mira a fornire risposte.
Interessante in tal senso è anche il fatto che un aspro litigio tra Mónica e la sorella non preveda alcuna pacificazione, né retorico dialogo esplicativo. Perché tanto i legami familiari sono lì, davanti ai nostri occhi, e poco contano le distanze geografiche, le occupazioni lavorative, il vento battente dell’inverno. Nulla li può spezzare.

Info
Il trailer di Con el viento.
Il sito del MedFilm Festival 2018.
Il sito ufficiale di Mónica García, protagonista di Con el viento.
Il sito ufficiale di Con el viento.
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