La cavalcata dei resuscitati ciechi

La cavalcata dei resuscitati ciechi

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Ci risiamo. La cavalcata dei resuscitati ciechi permette ad Amando de Ossorio di tornare sul luogo del delitto, cercando di raccontare le radici dell’esistenza di questi demoniaci templari. Il risultato è ancora affascinante, nonostante le evidenti reiterazioni. Al Torino Film Festival.

Le radici dell’orrore

Nel secondo capitolo della saga dei Resuscitati ciechi, Amando de Ossorio torna alle raccapriccianti origini dei depravati templari: cavalieri eretici i cui occhi vennero bruciati dalle torce dei vigilanti medioevali per impedire che potessero ritrovare la strada di ritorno dall’inferno. Ora, durante la festa che commemora la loro esecuzione, i cavalieri ciechi escono dalle loro tombe per consumare una sanguinosa vendetta ai danni della città che li ha condannati. [sinossi]

Se Le tombe dei resuscitati ciechi dava l’impressione di una sceneggiatura lasciata da parte, ritenuta poco interessante e anche per questo priva della benché minima logica, il successivo La cavalcata dei resuscitati ciechi radicalizza in maniera ancora maggiore il discorso. Se ci si dovesse fermare allo script e alle connessioni tra i personaggi, verrebbe naturale sconsigliare la visione a chiunque: tra banalità, fughe nella commedia demenziale che lasciano il tempo che trovano e una consecutio logica che sembrerebbe frutto del ragionamento di Murdo, lo scemo del villaggio a cui si deve la risurrezione dei sempiterni templari, il secondo capitolo della tetralogia partorita dalla mente di Amando de Ossorio non merita neanche una difesa d’ufficio. Uscito in sala in Spagna un anno e mezzo più tardi rispetto al primo film, La cavalcata dei resuscitati ciechi è, sia nell’incipit – che pure cerca nuovi spunti di interesse tornando indietro nel tempo, alla ricerca delle origini del mito dei resuscitati ciechi – che nella prima metà del racconto, una copia un po’ sbiadita del capostipite. L’ispirazione è recalcitrante, la narrazione fa leva solo sull’ambientazione, un villaggio nel quale si festeggiano i cinquecento anni dell’accecamento dei templari. Proprio il villaggio, paradossalmente, permette però di riecheggiare le intuizioni de Le tombe dei resuscitati ciechi: mentre la demoniaca Berzano, diroccata e maledetta, era il simbolo della Spagna distrutta da secoli di abbrutimento culturale, il villaggio che si prepara alla festa – ignorando di preparare il banchetto ideale per i mostruosi risorgenti – ne certifica la prosecuzione anche nei tempi odierni.

La prima parte del film, come già sottolineato in precedenza, è senza dubbio la più debole. De Ossorio si limita a riproporre gli schemi del primo capitolo, che iniziano a mostrare già un certo logorio; la sequenza del richiamo dei templari dalle tombe rischia il ridicolo involontario. Ma sarebbe un errore sottostimare il potenziale effettivo de La cavalcata dei resuscitati ciechi, o relegarlo nel campo dei sequel senza nulla da aggiungere al primo capitolo – un problema di cui c’è grande abbondanza nel campo del cinema dell’orrore. Quando Amando de Ossorio si libera dei legacci narrativi, che cercano senza troppo successo di dare un senso concreto a ciò che avviene in scena (con un ricorso al rapporto tra causa ed effetto francamente eccessivo), per concentrarsi con maggiore attenzione sul concetto di orrore e sulla paura come veicolo di intrattenimento, il film decolla.
Perché questo accada il regista spagnolo deve ricorrere a un escamotage che fece la fortuna dei morti viventi di Romero solo un lustro prima: rinchiude i pochi sopravvissuti in un luogo fisico e li fa diventare degli assediati in piena regola. Nell’unità di spazio e tempo queste creature innaturali e prive di tempo riescono ad assurgere al ruolo di babau senza troppa difficoltà, abbandonando i panni del ridicolo involontario per vestire quelli dei portatori di morte, e di terrore.

Ora la regia di de Ossorio, che fa della staticità il suo elemento di forza, può sbizzarrirsi, giocando sul ralenti per donare maggiore maestosità ai templari e lavorando di fino sulla bella ed efficace partitura sonora composta da Antón García Abril, unico collaboratore di de Ossorio all’interno di tutti e quattro i capitoli della saga. Ne viene fuori una distonica e per questo ancor più inquietante marcia funebre, in cui i tristi mietitori appaiono vittime e allo stesso tempo carnefici, ma dove la società viva ne esce ancor più distrutta, frutto com’è di un pensiero bigotto, in cui tutto ciò che esula dalla prassi borghese viene visto come distorsivo, “anormale”, malsano.
Nel riscatto della seconda metà del film c’è anche l’attestato di autorialità, per quanto difforme e difficile da distinguere, di Amando de Ossorio e del suo cinema, simbolo del Fantaterror che segnò la riscossa della Spagna in odor di uscita da una dittatura ultratrentennale.

Info
La cavalcata dei resuscitati ciechi sul sito del TFF.
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