Heavy Trip

Heavy Trip, film d’esordio per i finlandesi Jukka Vidgren e Juuso Laatio, è un viaggio divertito ma solo a tratti divertente nell’immaginario metal scandinavo. Difficile comunque pretendere di più da un racconto di amicizia piccolo, minuto e non privo di sorprendenti tenerezze. Al Torino Film Festival in Afterhours.

Sognando Norvegia

Turo è impantanato in un piccolo villaggio nel Nord della Finlandia. L’unico barlume nella sua esistenza è rappresentato dagli Impaled Rektum, un’amatoriale band heavy metal di cui è il cantante. Nel tentativo di superare le sue paure, il giovane guida la sua «symphonic postapocalyptic reindeer-grinding Christ-abusing extreme war pagan fennoscandian metal» band al festival metal più in voga in Norvegia. Il viaggio include heavy metal, la profanazione di una tomba, un nuovo batterista da un ospedale psichiatrico, il paradiso vichingo e un conflitto armato tra Finlandia e Norvegia. [sinossi]

Cosa c’è di più metal se non profanare una tomba cristiana, arrivare a un passo dallo scatenare un conflitto armato tra Finlandia e Norvegia, accogliere all’interno di una band un uomo ricoverato in ospedale psichiatrico e pronto a improvvise e deliranti espressioni di violenza, veleggiare sui fiordi a bordo di un drakkar, la tradizionale imbarcazione vichinga? Forse vomitare sul palco prima di lanciarsi nel growl, l’urlo belluino che dà il la all’inizio della canzone. O forse scegliere un autovelox per immortalare la fotografia ufficiale della band. Chissà… Non c’è dubbio che Heavy Trip, opera prima dei registi finlandesi Jukka Vidgren e Juuso Laatio ospitata all’interno di Afterhours nella trentaseiesima edizione del Torino Film Festival, abbia la voglia e la capacità di divertirsi prendendo spunto da un immaginario consolidato come quello dell’universo metal, che nei paesi scandinavi da sempre ha piantato una solida bandiera. Ed è altrettanto indubbio che questo film minuto e a suo modo grazioso (anche se l’aggettivo potrebbe far storcere il naso ai metallari di stretta osservanza) sappia trovare la propria strada in quel mood artistico che appare sempre una declinazione – priva delle asperità e dello strapotere autoriale – del cinema di Aki Kaurismäki. Basterebbe il nome del regista di Calamari Union, Leningrad Cowboys Go America e L’altro volto della speranza per inquadrare con una precisione prossima al millimetro il ritmo, il senso e la cadenza di Heavy Trip. Un film che ben prima di essere il racconto di una comunità metal è la narrazione di un’amicizia, di quattro – o forse molte più – solitudini, di un paesino sperduto e dove tutto scorre lento, lentissimo, senza dare neanche la percezione reale del movimento stesso. A ben vedere si torna sempre ai vitelloni di felliniana memoria, alla provincia sperduta e solinga, alle giornate sempre uguali a loro stesse. Turo, che si diletta come cantante, e i suoi tre amici (chitarra/basso/batteria) suonano insieme da dodici anni, ma non sono mai andati oltre la registrazione di una cover. Sempre la stessa. Per dodici anni.

La scintilla, la pietra rotolante che tutto trascinerà con sé, scatta proprio nel momento in cui, partendo da un riff che perfino il bassista Pasi – che lavora in un negozio di dischi ed è una specie di enciclopedia vivente dell’hard rock e del metal mondiale – non ha mai sentito, e che è ispirato dal rumore atroce di una macchina tritatutto che sta cercando faticosamente di fare a pezzi una renna, la band decide di diventare davvero tale. Di provarci. Ecco il primo brano inedito, e di seguito la scelta del nome (Impaled Rektum, tanto per provare a scioccare benpensanti che sbagliano anche a pronunciarlo), e quindi il sogno (ir)raggiungibile di suonare in un grande raduno metal in Norvegia, al di là del confine. Tutto calibrato, ma forse troppo. Nella prima metà Heavy Trip si muove a fatica, fermandosi troppo a sostare su un tono che non sa gestire in modo particolarmente brillante, a partire da alcune svisate demenziali che in tutta franchezza lasciano il tempo che trovano, come dimostra la sequenza del “furto di cibo” dalle fauci di un ghiottone che si dimostrerà ben meno tenero di quanto potrebbe apparire a prima vista.
Solo quando spinge davvero il pedale sull’acceleratore, come fa fin troppo spesso il batterista Jynkky – pagandone amaramente le conseguenze – il film inizia poco per volta a decollare, pur senza mai raggiungere i picchi che sembrerebbero essergli destinati. In questo bizzarro e sbalestrato coming of age, racconto dell’immaturità perenne di una generazione che non sa neanche rivendicare il proprio diritto a essere diversa, a funzionare sono le scelte più nette, quelle che tentano di discostare un pochino Heavy Trip da una postura autoriale che è costretta a reggere facendo eccessiva fatica. Ben vengano dunque le esagerazioni più marcate, nelle quali è comunque nascosta una tenerezza inaspettata, un omaggio tanto a un mondo a parte quanto a quattro ragazzi deboli, soli, sperduti e al contempo sognanti. Lì, nell’ultima parte del film, si avverte finalmente un riscatto, musicale quanto poetico, ed è possibile lasciarsi trasportare dal roboante rutilare dei riff e delle battute di batteria. Lì, solo lì, Heavy Trip raggiunge la propria dimensione. Meglio tardi che mai.

Info
Heavy Trip sul sito del Torino Film Festival.
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